Con questo articolo Elena Maffioletti inizia la sua collaborazione con labarcaeilmare. Ne siamo felici, ovviamente e ne ringraziamo Elena (Red.)
Il giorno in cui Junior cadde iniziò come qualunque altro giorno: l’esplosione di calore che increspava l’aria, il sole strombazzante, le ondate impetuose del traffico, i canti di preghiera in lontananza, la scadente colonna sonora di un film che saliva dal piano di sotto, le spinte pelviche di una danza bollyvudiana sul televisore di un vicino; il pianto di un bambino, il rimprovero di una madre, una risata inspiegabile, scaracchi scarlatti, biciclette, le trecce appena annodate delle scolarette, l’odore di caffè rancido, un’ala verde che guizzava su un albero. Senior e Junior, due uomini molto anziani, aprirono gli occhi nelle loro camere da letto al quarto piano di un edificio turchese che dava su un vialetto alberato non visibile dalla vicina Elliot’s Beach […] Con il sole che li trafiggeva attraverso le persiane, i due vecchi si alzarono faticosamente e uscirono barcollando sui loro terrazzi adiacenti, apparendo nello stesso istante, come personaggi di un’antica storia intrappolati in coincidenze fatali, incapaci di sfuggire alle conseguenze del caso.
Salman Rushdie è un maestro del racconto, un homo narrans nel senso più completo della definizione. Scrittore “migrante”, attinge a piene mani dalla tradizione culturale di Oriente e Occidente ed è considerato una figura di spicco nella letteratura contemporanea. Perché, dunque, un libro di racconti come L’undicesima ora (sottotitolo: Un quintetto di storie) vale zero recensioni su Ibs, nove su Amazon (laconicamente limitate alle stellette) e tre sole copie cartacee disponibili nella Rete Bibliotecaria Bergamasca?
Un libro poco “notato” di un autore notissimo
L’apparente, scarso appeal del testo, considerata la notorietà del suo autore, ha stimolato la mia curiosità. L’incipit di un libro (soprattutto quando si tratta di narrativa) è una sorta di soglia magica, e allo stesso tempo fatale, per chi deve ancora inoltrarsi nella lettura. Nel nostro caso, le righe iniziali del primo racconto (intitolato Nel sud) sono un motorino d’avviamento che parte col botto.
Non solo anticipano, rushdianamente, un evento fondamentale della storia, ma forniscono le coordinate della scrittura dell’autore: la vocazione immaginifica, la capacità di avventurarsi in dimensioni parallele, surreali, lo slittamento continuo dei piani reali e immaginativi, la ricchezza linguistica, la valenza, anche metaforica, delle coincidenze e del caso. Il quadro introduttivo viene “montato” attraverso i dettagli, frammenti vivacissimi che vanno a comporre, per suggestione/evocazione, il disegno d’insieme. Nel lungo periodo di apertura non ci sono elementi neutri: il calore increspa, il sole strombazza, i canti sono distanti, la colonna sonora, scadente; frammenti di visioni scorrono rapidissime mettendo in moto i sensi: il rimprovero di una madre, le trecce delle scolarette, l’odore di caffè, l’ala verde che guizza… E che dire delle “spinte pelviche di una danza bollyvodiana” che sembra innescare e avvolgere il ritmo della scrittura mentre colloca geograficamente la narrazione?
Storie di confine, tra vita e morte
L’undicesima ora è quella che precede la fine del giorno. Tutte le vicende narrate sono storie di confine: tra la vita e la morte, tra la coscienza e la perdita di sé, tra la rassegnazione e la vendetta. Tra il sì e il no, tra la libertà e l’acquiescenza. Ci dicono che il confine tra realtà e finzione (intesa anche nel senso del surreale e del fantastico) non è per nulla netto, ma vago e sfumato. Il realismo magico di Rusdhie nasce dal mistero che sfugge, dalla consapevolezza che l’ordinario non esiste, che il caso, la coincidenza, possono stravolgere e deformare all’improvviso un destino. L’esplorazione del quotidiano da parte dello scrittore si trasforma in un invito a entrare nei mondi “possibili” che fanno parte del nostro immaginario.
Ed ecco allora una musica fatale (La Musicista di Kahani), un manoscritto che racchiude “una narrazione falsa e quindi vera” (Oklahoma), un fantasma che osserva sé stesso dall’alto della propria ombra (In ritardo), una piazza dove la gente si accapiglia mentre la Lingua osserva allibita la deriva verso cui l’umanità è sospinta dall’ impoverimento del linguaggio (Il vecchio nella piazza).
In un tempo “malato di autofiction e realismo comunicativo”, probabile riflesso di un narcisismo esistenziale, un’autoreferenzialità che vive di semplificazioni, la complessità di Rushdie, i riferimenti letterari (in alcuni punti fin troppo accentuati), il gioco di specchi e dei vari piani narrativi, possono risultare spiazzanti. Chi legge questi racconti avverte qua e là la sensazione di non avere capito a sufficienza, che ci sia ancora molto da scoprire, come se fra le righe aleggiasse costantemente un rimando a qualcosa più in là, un “oltre” difficile, se non impossibile, da raggiungere o decodificare.
Il tutto accompagnato dalla ben nota, spesso dissacrante, ironia dello scrittore:
«Hai un aspetto orribile» disse Junior, come faceva ogni mattina. «Sembri uno che sta solo aspettando di morire.»
Annuendo gravemente e onorando a sua volta la loro singolare consuetudine, Senior rispose: «Sempre meglio che sembrare, come te, uno che sta ancora aspettando di vivere.»
Salman Rushdie, L’undicesima ora. Un quintetto di storie. Mondadori 2026
Approfondimento: Salman Rushdie, Linguaggi della verità, Mondadori 2026.
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