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Alla GAMeC Eau – Ana Silva: una piccola mostra dalle tante suggestioni

Ana Silva arte ricamo Africa

 

 

 

Nel candore dello “Spazio 0” della GAMeC oscillano figure di fiori, erbe, donne, bambini: anche una gallina: sono sospesi nel vuoto, ricamati su velari trasparenti di crinolina industriale.

 

 

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L’artista

Ana Silva - nata in Angola nel 1979 con doppia radici - angolane da parte di madre, portoghesi da parte di padre - vive tra Portogallo e Brasile.

Nel suo lavoro artistico impiega tecniche tessili e riusa materiali di scarto per dare forme a memoria e identità.

Prime suggestioni

L’impatto con la sala è suggestivo; l’immediato stupore suscita voglia di capire tecniche e significati.

Anche i titoli interrogano: l’iniziativa fa parte del programma “Pedagogia della speranza” e la mostra ha come titolo “Eau - Acqua”. Nella suggestiva sequenza di teli si celano suggestioni da svelare.

Ricamo (a macchina e a mano)

Proporre ricami è già gesto provocatorio nei confronti di radicati modi di vivere tempo e concepire arte: pazienza, lentezza, dedizione contro frenesia del tempo uguale denaro; creatività in semplici progetti di abbellimenti domestico - il lavoro di ago - contro accademia e concettualismi dell’arte contemporanea.

Recuperare il ricamo diventa scelta culturale, archivio di memoria, proposta di scrittura alternativa per nuove sensibilità.

Guardando da vicino i ricami lasciano in vista il procedimento che li ha realizzati. Il ricamo è fatto a macchina e le imperfezioni del lavoro seriale sono lasciate in vista. Tracce e residui delle stampe fotografiche - “carta-modello” a traccia alla figura - e nodi con fili sbavati sono ostentati in opposizione alla logica del perfettamente rifinito, chiuso e servito al consumo.

Alle imperfezioni si alternano accurati inserimenti di particolari e di perline che danno qualità e luce all’immagine: è la mano dell’artista che, intervenendo a fine lavoro, riafferma e contrappone una presenza all’anonimato della produzione di massa. 

Economia globale e cura individuale

Le opere di Ana Silva risultano da “modalità collaborative”. L’artista elabora il progetto e lo affida a più mani che lo eseguono a macchina. Solo alla fine l’artista interviene personalmente sul ricamo con qualche inserimento.

La produzione industriale, che ha imitato la mano umana, dialoga con il gesto dell’artista; il lavoro in seriale, meccanizzato si affianca alla cura individuale, alla memoria e all’ ispirazione per cercare nuove forme d’arte e di bellezza, anche una diversa idea di artista.

Delega alla creazione

Con modalità che va diffondendosi nelle forme di arte contemporanea, l’artista crea attraverso il principio della delega, collaborando con altre persone; l’artista perde aura magica per diventare animatore di comunità e la creazione dell’opera diventa catalizzatore di coesione sociale.

Anche Ana Silva crea attraverso il principio della delega. I suoi lavori si possono definire a più mani; per i teli esposti alla GAMeC si è rivolta a ricamatrici bergamasche che hanno lavorato sui suoi “carta modelli”.

 

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Pedagogia della speranza

I vasti tessuti candidi e trasparenti raccontano di bambini, donne, erbe, piante uccelli in un contesto che evoca Africa e acqua; l’insieme restituisce l’immagine struggente di una terra solare e pacifica, oltre stereotipi di miseria, fame, arsura, sfruttamento.

L’immagine è la “pedagogia della speranza” proposta da una donna che, bambina, ha vissuto la guerra civile in Angola, la condizione della donna, il tracollo ambientale. Come in sogno fluttuante, con il ricamo - mite strumento di pace - l’artista si fa portavoce di una diversa visione di Africa, di nuova cultura, di differenti politiche, di speranza.

Una terra assetata

Il tema dell’acqua - liricamente accennato già nelle prime figure di alberi che sembrano rubinetti - è ripreso nella galleria attigua a “Spazio 0” dove sono raccolte le prime opere di Ana Silva create in Angola

Non è mai rappresenta acqua, ma sono esposte le sacche per trasportarla, spesso compito di bambini. Ana Silva, proprio su taniche che raccontano fatica e sete, ricama donne e bambini che trasportano acqua, trasformando delicati lavori di ago e filo in strumenti di denuncia: il bene primario dell’acqua è privilegio di pochi e fatica di molti.

Per il riscatto tra poesia e memoria

 

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Nella galleria sono esposte altre creazioni di Ana Silva in tema “Africa, colonizzazione e consumismo”: ancora ricami, ma su grandi sacchi in plastica e raffia utilizzati per trasportare abiti usati dall’Europa ai mercati africani.

I sacchi raccontano degli squilibri di un sistema economico globale che riversa nel Sud le eccedenze e gli scarti del Nord generando nuova dipendenza e striscianti forme di sfruttamento ambientale. L’80% degli abiti arrivati in Africa non può essere riutilizzato; finisce bruciato, interrato o gettato in mare. Il restante 20% viene venduto a prezzi talmente bassi da ostacolare la crescita dell’industria tessile locale.

Con ago e fili colorati, negli spazi temporali lenti e riflessivi del ricamo, lo scarto si trasforma in strumento di coscienza critica, riappropriazione poetica di un destino da riscattare, invito a ripensare le sfide della globalizzazione e i miti del progresso alla luce di nuova responsabilità collettiva.

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