In questo tempo di violenza e di guerra proviamo a interpretare una misteriosa immagine di Goya. L’uomo appare, ancora una volta, insensato e violento. Chissà che il silenzioso cane dipinto dal pittore spagnolo non possa essere per noi un monito e insieme un invito a lasciare attecchire “una pianta che forse crescerà”.

Il cane che emerge dalla terra. Il pittore solo e sordo
Uno dei più sorprendenti dipinti di Goya raffigura un cane o, meglio, la testa di un cane.
È una piccola presenza scura che quasi si perde all’interno di una vasta, indistinta campitura color ocra. La parte inferiore del quadro è invece di colore bruno rossiccio e nasconde il resto dell’animale che pare quindi affondato nella terra (frana o fiume melmoso) di questo paesaggio silenzioso e deserto.
La bestiola è priva di particolare bellezza, tiene le orecchie basse e solleva il muso e gli occhi verso il cielo.
Pare che un tempo il cane guardasse in alto due passeri in volo sopra una grande roccia ma sono ormai scomparsi dopo che cattivi restauri li hanno cancellati e noi ora lo osserviamo così, in questo spazio vuoto e senza riferimenti.
La forza iconica e l’indubbia suggestione di questo dipinto hanno attirato lo sguardo e l’immaginazione di moltissimi visitatori, letterati, artisti.
Il dipinto è stato realizzato dal pittore intorno al 1820, nella parte finale della sua vita.
Dopo essere caduto in sospetto negli ambienti di corte presso i quali aveva svolto una fortunata carriera, durante gli anni della restaurazione egli si è appartato progressivamente in una condizione d’isolamento per ritirarsi infine nella casa di campagna (Quinta, in castigliano) sul Manzanarre, nei sobborghi di Madrid.
L’artista era divenuto quasi totalmente sordo dopo una malattia, nel 1792, e subì poi una seconda gravissima infermità nel 1819, sopravvivendo solo grazie alle cure premurose del dottor Arrieta (in un celebre autoritratto Goya vorrà raffigurare al suo fianco l’amico medico che gli porge un bicchiere d’acqua).
Gli incubi: distruzione irrazionale, lotta vana contro la morte
Anche da quella drammatica esperienza attraversata da incubi angosciosi, nascono sulle pareti della casa (chiamata la Quinta del sordo) una serie di dipinti visionari e tragici: le Pitture nere.
Dipinte a olio sul muro e poi trasferite su tela, sono esposte ora al museo del Prado a Madrid.
L’artista aveva precorso tanta pittura europea abbandonando il razionalismo illuminista e raffigurando in modo lucido e impietoso la realtà del suo tempo nelle incisioni dei Capricci e dei Disastri della guerra. Dipinge adesso con straordinaria libertà di esecuzione pittorica soggetti tra i più terribili del mondo mitologico (Le Parche, Saturno che divora i figli), insieme ad allegorie del tempo che domina e distrugge, visioni fantastiche con scene di Sabba, vecchi, demoni, mostri, duelli insensati e violenti tra contadini.
Sono immagini allucinate e impressionanti in cui prevalgono tinte scure e in cui domina il tema della distruzione irrazionale e della lotta vana contro il destino e la morte.
L’immagine del cane si discosta dalle altre perché non deriva da riferimenti letterari o mitologici, è caratterizzata dalla prevalenza di chiari toni ocra, il povero animale non compie nessuna violenza, subisce invece ed è vittima di un imperscrutabile destino.
Alcune letture e parole sull’opera
S’è accennato che sono tante le parole e le interpretazioni che hanno riguardato questa immagine, vista anche come espressione profonda della solitudine dell’artista.
Lo scrittore Antonio Tabucchi era affascinato e quasi ossessionato dall’opera e in un suo libro (Tristano muore) immagina che al pittore appaia in sogno “un cane. Era un piccolo cane sepolto nella sabbia, solo la testa restava fuori. “Chi sei?” gli chiese Francisco Goya y Lucientes. Il cane tirò bene fuori il collo e disse: “sono la bestia della disperazione e mi prendo gioco delle tue pene”.
Discostandosi da questa desolazione tragica, lo storico dell’arte Tomaso Montanari vede nello sguardo tenero dell’animale la forza della speranza che rialza la testa pur nella sventura, piuttosto che l’invidia per i passeri liberi di volare in cielo.
“E’ nella polvere, nella terra; è quasi sepolto, perso nel nulla: eppure non è vinto. Non è disperato, non è incattivito. Ma è invece profondamente umano, fiducioso, tenace e sereno.”
Montanari vede nell’animale anche un’allegoria dell’arte: “che ci solleva dalla polvere, ci fa levare la testa verso le stelle, ci dà la forza di rialzarci”.
Il poeta e saggista Yves Bonnefoy sottolinea che a differenza di quasi tutte le altre Pitture nere, quel piccolo cane non è descritto come un predatore violento e non rappresenta una minaccia.
“Si pone così la domanda, e mi pare impossibile non porla: perché quel dipinto, che all’interno del ciclo si distingue quasi in ogni aspetto? Come fare a capire che, proprio sul limite della passerella, tra i guaiti della violenza primitiva e le grida di terrore, nel luogo senza speranza né pace, Goya abbia potuto trovare un senso nel dare vita a un’ombra tra le ombre?”
Bonnefoy riconosce in questa rappresentazione di Goya un moto di compassione.
“Quella compassione, la simpatia immotivata e disinteressata non sono forse le stesse che Goya, a sua volta impantanato sino al collo – ovvero fino alla base della nuca, laddove poteva avvertire il braccio del medico che lo rialzava per farlo bere – ha visto chine su di lui quando riaffiorò dalle ossessioni, già pitture nere, che lo tormentavano nella febbre? E il cane non è dunque l’esito di un’emozione e una riflessione iniziate a quel tempo, e portate avanti, nel procedere del pittore verso l’abisso, come un viatico?
(…) Andando verso il buio Goya ha trovato la luce. Lui che voleva semplicemente mettere la sua lucidità di pittore al servizio della carità di un Arrieta o di qualcun altro, ha riconosciuto già in parte dentro di sé il sentimento che l’aveva commosso e come resuscitato quando ne aveva giovato. Può a questo punto pensare, o almeno sperare, che nel profondo di ogni essere umano attecchisca una pianta che forse crescerà”.
Lo sguardo dell’animale nella poesia di Rilke
Questa piccola creatura dipinta sembra possedere una particolare innocenza e una consapevolezza misteriosa a noi preclusa.
L’uomo ha sempre interrogato e cercato di decifrare il sentire animale.
Nell’opera di Rainer Maria Rilke gli animali occupano, rispetto alla coscienza umana, il polo opposto a quello degli angeli. Ignari della morte che li attende, incoscienti del tempo che trascorre, gli animali sono in grado di vivere in piena armonia con i ritmi e le leggi della natura. La facoltà degli animali di vedere “l’aperto”, di avere dinanzi a sé solo Dio, anziché la morte, e di camminare in eterno come camminano le acque delle fonti, è tema della Ottava elegia duinese (per motivi di spazio ne riportiamo solo alcuni frammenti, nella traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien).
(…) La morte la vediamo noi soli. Il libero animale
ha sempre la sua fine dietro sé,
e Dio davanti. E quando va, va in eterno
come le fonti.
Noi non abbiamo mai,
nemmeno per un giorno, lo spazio puro
innanzi a noi, in cui si aprono i fiori
senza fine.
(…) Sempre volti al creato, noi vediamo
Solo il riflesso di ciò che è libero,
oscurato da noi. Oppure un animale
che, muto, in su guarda, calmo attraverso
di noi.
(…) E tuttavia nel trepido caldo animale
pesa ed inquieta una grande
malinconia
(…) Oh beata creatura piccola, che sempre
resta nel grembo da cui nacque
(…) Chi ci ha rivoltati, sì che in ogni
atto noi siamo come chi va via? Come
colui che sull’ultima altura
che ancora gli mostra tutta la sua valle
si volta, si ferma e ristà -,
così viviamo ed è sempre un addio.
La nostalgia e la speranza dell’uomo

Il cane alza lo sguardo a contemplare o cercare qualcosa ch’è sottratto alla vista, che non c’è più, che possiamo solo immaginare.
Desiderio e implorazione, compassione e pietà, una nota malinconica e tenera: il suo destino ci appare il nostro. Forse a tutti accade in qualche particolare momento di sentirsi sopraffatti o assediati da qualcosa di immenso e ostile cui è impossibile contrapporsi.
Goya ha conosciuto le superstizioni ignoranti e i fanatismi religiosi, la violenza e la cattiveria dell’uomo, la paura della malattia e l’angoscia della fine che si approssima.
Ha sentito però anche la commozione e la gratitudine, ha sofferto le ferite profondamente umane che non vengono dal male ma dalla nostalgia e dalla bellezza.
In questi tragici giorni della storia in cui l’uomo appare, ancora una volta, insensato e violento, chissà che il silenzioso cane dipinto dal pittore spagnolo non possa essere per noi un monito e insieme un invito a lasciare attecchire “una pianta che forse crescerà”.
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