Arcabas aveva un rapporto speciale con gli angeli. Innanzitutto sa che esistono, ne è certissimo, tanto da dire che ne sente la presenza. In modo particolare, ha un rapporto speciale con il suo angelo custode (anche se non si sbilancia a dire se sia uno o più)
Sono innumerevoli le immagini che li raffigurano, nei momenti e nei modi più diversi. Impossibile anche solo citarli tutti, così ho scelto qualche immagine che li raffigura.
Angeli musicanti
Quelli che vedete all’inizio di questo testo sono gli “angeli musicanti”, simili a quelli che per secoli hanno suonato le loro melodie nelle tele di tanti artisti. Stanno seduti vicini (ma dove? Non c’è traccia di sedie o sgabelli…) per armonizzare le note di ciascuno con quelle degli altri. Suonano intenti, con gli occhi chiusi o socchiusi, a memoria, senza spartito, godendo per primi della loro musica. Due violini e un flauto, per suonare la musica più dolce.
Gli angeli sono la loro stessa musica: i violinisti hanno ali morbide, delicate, mentre il flautista le ha briose, mosse, articolate e colorate. I primi due sono ordinati e calmi, mentre l’altro segna il tempo col piede, pare pronto a scattare in piedi per evidenziare ed accompagnare col corpo le note del suo strumento, mentre le dita saltellano a disegnare le note. Suonano insieme e Dio stesso si ferma per godere dell’armonia di questa musica: le forme che sono la divinità, l’oro che è Dio sono proprio lì in mezzo, spettatori attenti e felici di questa armonia che gli angeli stanno creando per il creatore. E per suo figlio.
Il pittore e la modella

Siamo davanti a uno degli autoritratti di Arcabas, che in questo caso raffigura se stesso al lavoro. Siede davanti alla tela fissata sul cavalletto, regge con la mano sinistra la tavolozza e con la destra traccia sulla tela colpi di pennello. Stranamente non sicuri, piuttosto quasi esitanti. Arcabas dipingeva con decisione, con la sicurezza di chi ha bene in mente ciò che vuole riprodurre. Qui, invece, pare esitare. Davanti a lui una modella seduta, nuda, tranquilla, col gomito appoggiato al bracciolo della sedia, perché la mano possa sostenere il volto. E’ perfettamente a suo agio, nessun imbarazzo traspare dalla sua postura.
Arcabas ama dipingere i nudi, soprattutto femminili. Diceva che niente come un corpo femminile può parlare di Dio, può render lode al creatore. I suoi nudi sono dolci, magnifici, sensuali e innocenti insieme. Nessuno può avere pensieri maliziosi, davanti ad un nudo di Arcabas. Omnia munda mundis, scriveva san Paolo a Tito, ripreso molti secoli dopo da Padre Cristoforo nei Promessi Sposi…
Il pittore dipinge ed ecco che un angelo ragazzino si appoggia dietro di lui, gli sussurra qualcosa all’orecchio e col dito indica il dipinto. Le sue ali sono piccole, gioiose, piene di colori: ali ragazzine.
Ed ecco che al pittore si apre un occhio nuovo, un modo nuovo di guardare, di ammirare, di riprodurre. L’occhio che sa vedere al di là, con l’aiuto dell’angelo. E tutto questo è cosa buona, visto che Gesù si è fermato a guardare…

In attesa. Seduto in casa al buio, con la fioca luce di una candela, le braccia incrociate appoggiate al tavolo, l’uomo aspetta. Con pazienza, senza fretta né ansia, tranquillo, l’uomo aspetta, sicuro che la sua attesa non sarà vana.
Ed ecco un bussare leggero, piccoli colpi dati con la nocca di un dito sulla porta di legno; piccoli tocchi che si fanno note rosse, tre piccole note. L’uomo alza il capo, tra poco andrà ad aprire la porta; ma ha aperto il cuore, e la piccola croce d’oro sta già entrando in casa, mentre l’angelo, col suo messaggio stretto nella mano, attende ancora di farlo. In basso, quasi a sostenere l’uomo, la forma d’oro che è lo Spirito. Ma Gesù non c’è, la crocetta è vuota. L’uomo ha basato sul Signore la sua attesa, la sua speranza, la sua certezza. E ora avrà il messaggio - e la visita – che aspettava da tempo. La croce d’oro che è Gesù sta per entrare nella sua casa.
L’affamato

Un’immagine che inquieta, che sorprende…
L’uomo ha fame. Una fame immensa, totale, che lo ha quasi fatto regredire a livello animale, che sta cancellando ogni aspetto umano. Il volto è teso, scuro, scavato, quasi informe. Le labbra sono sparite lasciando scoperti i denti; anche la carne sta dissolvendosi, lasciando intravvedere il teschio e l’esogafo. Quest’uomo è fatto di fame, è la personificazione stessa della sua fame: l’uomo diventa il ritratto del suo bisogno.
E poi un angelo arriva e il contrasto con l’affamato è stridente: bello, il volto sereno, i capelli morbidi sciolti sulle spalle… l’angelo arriva e porta il messaggio del Signore e porta il cibo – l’unico – che può saziare quella fame.
La forma della divinità fatta carne e sangue reca all’uomo dei pezzetti di carne perché possa saziarsi: è la carne di un Uomo che è anche Dio, di un Dio che è anche Uomo.
Ed ecco che l’uomo si trasforma: nonostante la fame straziante non si getta sul cibo, famelico come un animale, ma solleva il capo e usa le posate con delicatezza, quasi con eleganza, mentre pian piano il suo corpo viene inondato di Luce e riprende la sua forma; e sappiamo che tra poco tornerà ad essere un uomo.
L’angelo, sereno, guarda e aspetta: aspetta che quel teschio ridiventi un uomo. Manca poco.
Arcabas racconta l’Eucarestia in un modo incredibile, nuovo, inedito.
Il mio angelo mi applaude

Arcabas amava molto questo quadro, dipinto di getto in un’occasione particolare. Aveva da poco finito di dipingere un’opera impegnativa, che aveva richiesto grande attenzione. Mentre – come faceva solo quando era del tutto convinto della sua opera – apponeva la sua firma, aveva “sentito” l’approvazione del suo angelo e d’istinto aveva preso una tela e lo aveva disegnato, immaginando che stesse applaudendolo. Era stata una sensazione stupenda, diceva spesso…
Il sogno di Giuseppe

Giuseppe di Nazareth aveva appena scoperto che Maria, la sua promessa sposa, aspettava un bambino che non era suo. Lei gli aveva raccontato qualcosa di incredibile, ma il dolore e la delusione erano stati troppo grandi e comunque quello che lei gli aveva detto era davvero assurdo. Pieno di dolore era andato a dormire, pensando di non denunciarla per evitarle una fine terribile, ma di lasciarla.
Mentre dormiva, un angelo del Signore, forse lo stesso che era andato da Maria, andò da lui per chiedergli di prendere con sé la fanciulla, di non ripudiarla. Arcabas ci mostra un giovanissimo Giuseppe, gli occhi chiusi e sofferenti, che dorme mentre l’angelo gli si avvicina e gli sussurra all’orecchio il messaggio del Signore. L’angelo è fatto di luce mentre la candela che regge ha una fiamma nera, come il dolore, come la delusione, la paura, il dubbio. Eppure, ancora una volta, l’angelo compirà la sua missione…
Angelo custode

“E’ il mio angelo custode”, diceva Arcabas davanti a questo quadro. E si commuoveva ricordando che poco prima di dipingerlo aveva chiesto una grazia importante, ed era stato esaudito. Così aveva deciso di fare il ritratto al suo angelo. Eccolo, l’angelo custode di Arcabas: bellissimo, dolce, sereno. E’ seduto e tiene le ginocchia leggermente aperte per tendere il tessuto dell’abito in modo che possa sostenere agevolmente l’agnello che ha in grembo. Anche l’agnello è sereno, rilassato, sicuro. Sa di non dover temere nulla, protetto com’è dall’angelo che lo accarezza.
L’agnello ha gli occhi azzurri di Arcabas, che accanto alla firma ha scritto “ex voto”…