Una casa lasciata in eredità dai nonni, con la sua stalla. Al centro della stalla una roccia con un rigagnolo di acqua. Arcabas la trasforma in una chiesa di straordinaria bellezza, la chiesa della Riconciliazione
La casa dei nonni
Siamo in Val Serina, in quello che fino a poco tempo era un agriturismo e oggi è “l’oasi per la riconciliazione” dell’associazione AEPER.
Molto tempo fa la costruzione, con annessa la stalla, era la casa di Rachele e Emilio, i nonni di don Emilio, Rino e Rita Brozzoni. Per quei bambini era un paradiso, la casa dei nonni, e non si fatica davvero a crederci!
Prima di morire, il nonno affidò la Pèta – la casa, la stalla e il bosco - proprio ai genitori dei tre bambini che, a tempo debito, la lasciarono ai figli. Anni fa, però, Rino e Rita lasciarono tutto a don Emilio perché ne facesse qualcosa di bello e di grande. E così, piano piano, la Pèta divenne il luogo accogliente, sorridente, caloroso che è ancora oggi.
Per la stalla, un po’ storta, un po’ “svergola” come diciamo noi bergamaschi ad indicare qualcosa di non fatto col filo a piombo o con la “bolla”, si sognava qualcosa di bello, di bello davvero, magari inglobando nel “bello” anche quella vena di roccia che affiorava all’interno, anche perché per don Emilio quella pietra, che forse per un certo verso poteva essere considerata un po’ un ostacolo, richiamava il giusto stile del costruire, lo stile buono del costruire: “…un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia” (Mt 7, 21-29). Lo richiama immediatamente, oggi, a livello istintivo, a tutti coloro che giorno dopo giorno entrano in quella che era la stalla dei nonni Emilio e Rachele e che oggi è un luogo incredibile, speciale.
Arcabas arriva alla Pèta
Durante uno dei soggiorni di Arcabas al Pitturello dov’era in costruzione la chiesa, l’artista e Jacqueline chiesero di poter vedere la casa dei nonni, in fase di sistemazione. “E’ solo una stalla di montagna”, si schernì don Emilio. Ma Arcabas era fatto così: se qualcosa lo incuriosiva, lo intrigava, non riusciva a starne lontano. Chi c’era racconta l’emozione di Arcabas quando entrò nella stalla, il suo sguardo intenso che passava dalla porta alle piccole finestre, dalle pietre a terra alla vena di roccia nella quale scorreva sempre un piccolo rivolo d’acqua. Guardava, tacendo, e nessuno osava disturbarlo perché era chiaro a tutti che dietro quegli occhi celesti stava nascendo qualcosa di incedibile. La stalla sarebbe diventata una piccola chiesa, la chiesa della Riconciliazione.
Come sempre, Arcabas pensò a tutto, a partire dall’ordine di non toccare la roccia con l’acqua, che doveva rimanere esattamente dov’era (con immensa gioia di don Emilio che voleva esattamente la stessa cosa: la sintonia era perfetta) e di non modificare la forma delle piccole finestre scavate nella struttura dei muri. Chiuse, ma solo con una vetrata, la porta dalla quale entravano e uscivano le mucche e allargò un poco l’altra.
Una croce come cuore
Arcabas partì proprio dalla porta d’ingresso: una porta semplice, di un legno dal colore caldo che accoglie e pare volersi spalancare da sola per farci entrare. Sulla porta c’è una croce. Anzi, no… Perché l’artista aveva deciso che la porta della piccola cappella dovesse essere un invito e una carezza: un invito ad entrare e una carezza al cuore. Serviva una croce, che egli non mise “sopra” la porta: ce la inserì proprio dentro, nello spessore stesso del legno, fusa con esso, come se ne fosse il cuore. Come se il legno fosse culla per una croce che di legno non era, perché con il tempo – molto tempo – potrebbe rovinarsi; per questo la croce è di piombo: per durare per sempre, anche oltre quella porta, anche oltre le nostre stesse vite.
E così Arcabas preparò nella struttura della porta la forma e Jacqueline lo aiutò a colarvi il piombo fuso, con la massima attenzione e, insieme, con quella leggerezza sorridente di chi sa che la cosa che sta facendo, che sta creando, è cosa buona. Una porta/croce buona per chiunque la vedrà, per chiunque la sfiorerà; che ci invita a lasciarci abbracciare da lei, per poter entrare. Come faccio anche io, e ogni volta nel passare mi sento “avvolgere in un clima rassicurante e pieno di speranza”
Entriamo anche noi e, nella penombra della vecchia stalla, scopriamo di non aver chiuso fuori la splendida natura che circonda la Pèta: se chiudiamo gli occhi ci pare di sentire il tepore tipico delle

vecchie stalle e addirittura qualche muggito leggero… Apriamo gli occhi e la prima cosa che notiamo è la vena di roccia che occupa parte del pavimento in pietra e che sale verso l’apertura sulla destra. E’ su questa vena di roccia forte, solida, la stessa delle nostre montagne, che un contadino molto, molto tempo fa costruì la sua stalla: come il saggio del Vangelo. Da quella roccia nasce una sorgente di acqua fresca che poco dopo riesce a formare due laghetti. La piccola luce che Arcabas ha voluto proprio lì sembra “scaldare” quell’acqua e ne riporta prepotenti alla mente i tanti significati, i tanti brani della bibbia (Mosè che proprio dalla roccia fece scaturire l’acqua della vita) e del vangelo, dall’acqua del Giordano a quella uscita dal costato di Gesù morente.
Lì accanto, una forma sorge dalla roccia: dalla terra esplode la fiammata poderosa e intensa dell’eruzione di un vulcano. Dopo aver creato questo vulcano, Arcabas lo ricopre con un coperchio dorato: ed ecco un piccolo, straordinario, maestoso altare. Un altare fatto di forze della natura e dell’oro che è Dio. Un altare in una stalla.
Arcabas ha voluto la natura come parte importante e preziosa di questo luogo, senza però distogliere l’attenzione. E così, su richiesta di Emilio, ogni apertura, ogni piccola finestra di questa chiesa/stalla ospita un’immagine, una vetrata disegnata da lui e realizzata dal suo amico Berthier, il mastro vetraio che ha voluto lasciare il suo nome in questo luogo.
“Non userò il Vangelo, ma immagini, colori, emozioni che prendo in prestito dai Fioretti di S. Francesco”, decise Arcabas. Intuizione geniale. Un Vangelo ancor più vivo, intriso di umanità, di quotidianità.
La dolcissima colomba ci parla di un inizio nuovo, per l’umanità e per il creato. E ci regala speranza, contro ogni timore, contro ogni stanchezza. Possiamo farcela, a fare la pace con la natura. Con il suo aiuto e quello del Signore.

E poi una corona di spine, segno di un dolore immenso e di una passione straziante. Eppure… ecco che sui rami spinosi di questa corona umili e freschi fiori germogliano dal suo stelo. Una colorata farfalla improvvisa una danza di festa. Una festa che prelude già a quella della nuova vita che sarà di Gesù e tramite Lui di tutti noi.
Ed ecco una creatura tenera, dolce: un leprotto che si nasconde nella sua tana scavata nella terra, ma sbircia fuori, per vedere chi c’è, per vedere noi. Una tana che ricorda un caldo grembo dal quale spera di uscire presto per correre, giocare…vivere. Per poi tornarci al minimo pericolo o al primo buio della sera. Sopra la sua tana sette maestosi cardi a far da guardia, a proteggere l’ancor fresca voglia di vita. Cardi stupendi ma spinosi, che cercano di difendersi da chi vuole raccoglierli. E che qui sembrano voler controllare la tana del leprotto, per proteggerlo, per evitare che animali selvatici possano arrivarci e far del male al loro piccolo amico. Una natura che si prende cura, che protegge e difende.

Eccolo qui, dolcissimo e canterino. Qui alla Pèta lo chiamano piciàl. Umile e comune uccello dei nostri prati e boschi. Ma così bello, tenero e dolce. Le sfumature e le vibrazioni dei suoi colori ti commuovono. Anche il suo canto è semplice, quasi per non scombinare l’armonia del creato. Ma i suoi trilli si trasformano in petali colorati, su su verso il cielo, inno delizioso alla vita.
Nelle chiese, sugli altari, un tempo non mancavano i fiori. Potevano anche essere semplici fiorellini di prato che i bambini raccoglievano per portarli a Gesù…le nonne lo insegnavano, questo, e insieme insegnavano a salutare Gesù, anche solo passando, a sentirlo amico, a cercarlo. Oggi spesso le chiese non hanno fiori, se non nelle feste. E così Arcabas ce li ha messi lui, i fiori, in questa chiesetta. Perché non ne sia mai priva, perché il loro profumo (io lo sento, il loro profumo, eccome…) faccia piacere e regali un sorriso.

E’ un po’ buia, dicevamo, questa piccola chiesa. Soprattutto la sera quando non c’è luce a disegnare le vetrate e a rifletterne i colori sulle pareti. Ma ecco tre semplici tondi di metallo rivestiti d’oro. Non sono luce, non creano luce. Ma sono capaci di catturarla e rifletterla, riempiendo l’ambiente di un’atmosfera dorata che sa di paradiso, che sa di perdono, di amore, di letizia. E così tutto cambia, baciato com’è dall’amore e dalla presenza di un Papà che sta lì e aspetta. Aspetta noi, tutti. Anche te e me.
Magari perché ci sediamo su quella sedia strana, che Arcabas ha costruito per chi si ferma per chiedere perdono e per chi quel perdono lo dà, in nome del Padre. E chi chiede perdono ha sotto gli occhi l’immagine potente del Padre Misericordioso che accoglie con tutto l’amore del mondo il figlio che ha trovato la forza di tornare da lui.
Tutto questo, e molto di più, è la Cappella della Riconciliazione della Pèta.