“La Biennale conferma quel che da oltre un secolo offre al mondo: essere la casa del futuro”.
Immagini di mondo frammentato, contradditorio, profondamente ingiusto.
Nostalgia di arte in una struggente ricerca di bellezza
Prima immagine. The End of The World (La fine del mondo) di Alfredo Jaar

Nella fitta penombra delle Corderie dell’Arsenale, scostando una tenda nera, si apre abbagliante - provocano quasi con dolore ottico - un grande spazio rosso, inquietante e vuoto. Sul fondo, solo un cubo nero fa da base a un piccolo cubo trasparente di quattro centimetri di lato: contiene dieci strati di terre di colore diverso.
Altro non c’è; solo dieci scritte che presentano dieci minerali: cobalto, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio, platino, terre rare; sono i minerali contenuti dall’alto verso il basso nel piccolo cubo pressati in strati colorati.

Sono dieci “materie prime critiche” alla base dei progetti industriali, tecnologici e geopolitici dell’economia globalizzata nelle strategie di creazione di nuove fonti di energia.
“Sguardo” alla luna
Sono minerali indispensabili per la generazione e lo stoccaggio di energia elettrica; per la trasmissione e archiviazione di dati, per computer, telefoni cellulari, motori elettrici; tragicamente indispensabili anche per strumenti di guerra, più o meno nuovi.
Ogni strato del cubo è già fonte di tensioni geopolitiche, ambientali, umane; di conflitti - guerre non solo economiche, presenti e future - per il controllo delle fonti di energia in un mondo dove qualcuno sta progettando perfino di conquistare la luna come ricca miniera da sfruttare, trivellare, scavare, consumare.
Perché un titolo apocalittico: la fine del mondo?
L’opera di Alfredo Jaar - nato a Santiago del Cile nel 1956, precoce e celebrato artista minimalista, raffinato interprete di temi politici e sociali - vuole essere un’allerta. Il contesto incandescente del piccolo cubo non è solo “rosso” per segnale pericolo: vuole essere memoria di passato e esperienza di potenziale futuro.

Le “materie rare e contese” pressate negli “armoniosi” strati colorati rimandano a potenziali disastri ambientali e conflitti geopolitici. Nelle intenzioni dell’artista l’allestimento complessivo vuole soprattutto immergere chi entra in un contesto evocativo della prima tragedia tecnologica globale; la bomba che distrusse Hiroshima conteneva terre rare per la prima volta combinate in una micidiale miscela; lo scoppio generò una sfera di fuoco incandescente, cangiante nei toni del rosso cupo.
Un effetto di abbaglio - luce cangiante, riflessi violenti - lo prova anche il visitatore dell’opera di Alfredo Jaar con un fastidio dell’occhio che si calma solo tornando nell’oscurità.
Seconda immagine. The bond between matter and Heaven (Legame tra materia e paradiso) di Kennedy Yanko
Un monumentale drappo di stoffe - veli, velluti e panno tra il ceruleo e il turchino - lievita dal pavimento ondeggiando verso l’alto.
Si tratta in effetti di metallo compresso.
L’artista ha smontato e schiacciato un container in pezzi informi, poi rimontati e saldati secondo un progetto di forme armoniche. Ha dipinto le forme ottenute, in parte con colori acrilici, in parte le ha ricoperte con “pelli di pittura” ottenute con un particolare procedimento: Yanco versa grandi quantità di pittura; le lascia asciugare trasformandole in pellicola malleabile che sagoma sulle forme metalliche. Alla fine metallo e colore risultano indistinguibili.

Come la scultura barocca, “Legame tra materia e paradiso” si innalza poggiando l’intera massa su un minimo punto d’appoggio alla base, come bloccando nello spazio l’agitarsi di pezze di stoffa - in realtà lamiere contorte - smosse da una brezza leggera.
Trasfigurazione di un rottame
I container per spedizioni sono i contenitori per eccellenza dell’economia globalizzata.

Il risultato del lavoro di Yanko è un paradosso: un peso impossibile è sospeso a mezz’aria; un materiale duro, anonimo, omologato, appare morbido in unica irripetibile forma creta dall’ispirazione artistica.
I container sono strumenti fondamentali nella logistica dei trasporti - reliquiari della sacralità della merce, la proteggono, la spostano velocemente tracciandone i percorsi - garantiscono standardizzazione, robustezza, modularità. Sono circa 220 milioni i container che si muovono nel mondo ogni anno e più di 1500 affondano per tempeste o errori di carico.
Kennedy Yanco (Missouri USA - 1988) ne riscatta l’epilogo; con i rottami svolge un originale linguaggio artistico, unico per forme e materie prime: crea corpi ibridi tra astrazione, surrealismo, arte povera, ready made con riferimenti alla statuaria classica.
Forse…
Le due opere, “La fine del mondo” e “Legame tra materia e paradiso”, vengono da mondi lontani, differenti culture, diversa ispirazione, linguaggi non confrontabili, ma condividono la medesima istanza. Rappresentano criticamente la realtà contemporanea - mondo frammentato, contradditorio, profondamente ingiusto - riscattandolo nell’arte e nella ricerca di bellezza.
Alfredo Jaar presenta il suo inquietante allerta in uno spazio suggestivo di armoniche proporzioni; Kennedy Yanco, con accostamenti sorprendenti, reinventa pittura e scultura.
Forse “la bellezza salverà il mondo”.
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