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Alla scuola dei più poveri: la fragilità che interpella la politica

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Quali direzioni prende la massa di denaro della spesa pubblica? Mentre si sta discutendo della manovra del 2026, è utile ricordare alcune grandi - e spesso dimenticate - priorità

 

Ogni anno, con la Legge di Bilancio, il Paese dovrebbe fermarsi a guardarsi allo specchio: fare il punto sulla propria condizione economica e sociale, e scegliere in che direzione andare.

Eppure, anche questa volta, il dibattito sembra scorrere dentro formule già sentite — “risorse limitate”, “scelte difficili” — dimenticando che dietro i numeri ci sono persone: volti, famiglie, fragilità che non trovano spazio nei conti dello Stato.

Pochi soldi per il lavoro povero. Molti per le armi

Viviamo in un tempo in cui la precarietà non è più l’eccezione ma la regola: il lavoro stabile diminuisce, i salari reali perdono valore, la povertà cresce persino tra chi lavora.
In questo scenario, la nuova Legge di Bilancio continua a guardare altrove: poche misure contro il lavoro povero, scarsi investimenti in welfare e sanità, tagli ai servizi locali e nessuna visione di lungo periodo per restituire dignità al lavoro e sicurezza sociale alle persone.

Nel frattempo, mentre si riduce la spesa sociale, aumentano le risorse destinate alla difesa e agli armamenti.
Nel 2023 l’Italia ha destinato circa 32,9 miliardi di euro alla difesa, pari all’1,58% del PIL. L’obiettivo dichiarato del governo è raggiungere il 2% già nel 2025, in linea con le richieste della NATO.
Questo significa miliardi di euro per nuovi sistemi d’arma, droni e programmi di modernizzazione militare, mentre sanità e scuola continuano a chiedere fondi per poter funzionare.

È legittimo, allora, domandarsi:

  • può esserci vera sicurezza in un Paese dove le persone temono di non arrivare a fine mese, dove un giovane non trova lavoro, dove un anziano deve scegliere tra medicine e spesa?
  • Una società che investe più nella guerra che nella cura, più nei missili che negli ospedali e nelle scuole,è una società che ha smarrito le proprie priorità.

Riquadro di approfondimento – La Manovra 2026

Voce Importo stimato / nota Osservazione critica
Totale manovra 2026 ≈ €16 miliardi annui (0,7 % del PIL) Manovra “leggera”, ma poco incisiva sui nodi strutturali.
Coperture tramite tagli ~ €10 miliardi Tagli diffusi che colpiscono servizi e investimenti pubblici.
Tagli ai ministeri ~ €2,2 miliardi nel 2026; €7,15 mld 2026-28 Riduzioni lineari che rischiano di bloccare politiche sociali.
Famiglia / natalità + €1,6 miliardi Misure parziali, spesso una tantum.
Riduzione IRPEF ~ €2,8 miliardi Benefici limitati alle fasce di reddito medio; nessun impatto sui più poveri.
Sanità pubblica + €6 miliardi Insufficiente a coprire il sottofinanziamento cronico del SSN.
Difesa e armamenti + €12 miliardi nel triennio 2026-28 Crescita costante: dal 1,58 % al 2 % del PIL. Risorse sottratte a welfare e scuola.
Deficit/PIL obiettivo 3 % Rischio di austerità mascherata: spesa sociale sotto pressione.

In sintesi

La manovra 2026 conferma una scelta politica chiara: comprimere la spesa sociale per finanziare il riarmo. Mentre milioni di persone faticano a mantenere casa, lavoro e salute, il bilancio dello Stato si piega alle logiche della “sicurezza militare”, dimenticando la sicurezza umana – quella fatta di dignità,servizi e opportunità.

La fragilità non è una colpa

Se andiamo alla scuola dei più  poveri impariamo che la fragilità non è una colpa ma una condizione comune, e che la forza di una comunità, di uno Stato si misura dal come protegge la parte più debole. Chi vive nella povertà e nelle ristrettezze sa che dietro ogni voce di spesa c'è una storia, e che la solidarietà non è un lusso, ma la prima forma di giustizia.

La politica , invece, in questi ultimi anni sembra stia abituandosi a considerare la povertà una fatalità e la disuglianza un effetto collaterale inevitabile. Ma la povertà è sempre il risultato di scelte. E quando le scelte non mettono al centro le persone , la povertà cresce , silenziosa , fino a diventare normalità. E' questo silenzio che bisogna rompere e superare i conformismi che ci impediscono di vedere che:

  1. Non c'èstabilità economica senza giustizia sociale.
  2. Non esiste crescita senza dignità del lavoro.
  3. Non c'è futuro se intere generazioni sono condannate a vivere di “lavoretti” temporanei e precari e che restano escluse dal diritto di vivere con serenità e sicurezza.

La debolezza condivisa diventa forza

Ecco perchè dobbiamo andare alla scuola dei più poveri per apprendere anche la lezione più più difficile : che la vulnerabilità, se condivisa , diventa forza. Da qui si deve ripartire – dalla solidarietà concreta, dall'organizzazione collettiva e comunitaria, dalla difesa dei diritti che gantiscano non solo un reddito decente, ma sopratutto la dignità. Perchè ogni volta che un diritto sociale viene tagliato o non applicato , un pezzo di umanità viene tolto dal bilancio della Repubblica.

In questi giorni si discuterà di cifre, di numeri e molto poco delle condizioni di vita che molte persone sono costrette a vivere. La legge di bilancio non può dirsi in equilibrio se lascia aerte le ferite del Paese. Alla scuola dei poveri si impara che la vera ricchezzaon sta nei numeri , ma nella giustizia e che una società progredisce se non lascia indietro nessuno; che la fragilità, se accolta può diventare il fondamento di un Paese più umano e più giusto.

La voce dei poveri e non quella dei ricchi andrebbe portata al tavolo della discussione sulla legge di bilancio e fare in modo che l'amministrare il bilancio del nostro Paese non sia solo un gestire numeri e soldi, ma anche alimentare speranza.

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