Il “Sì” ha prevalso nelle regioni più ricche e in zone ricche delle grandi città. Il referendum non è stato soltanto un messaggio politico ma anche, a modo suo, sociale ed economico.
Il referendum ha detto “No” alla riforma della Magistratura: era il contenuto del quesito sottoposto ai cittadini. Ha detto di no al governo: era il peso politico del voto. Nell’immediato dopo voto è stato fatto notare un ulteriore elemento. Si è notato che le regioni nelle quali è prevalso il “Sì” sono le più ricche, o tra le poche più ricche, del Paese: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Mentre nelle regioni meno ricche, in particolare al Sud, ha prevalso il “No”, spesso con le percentuali più alte della media nazionale.
Inoltre, ha prevalso il “No” nelle grandi città. Ma alcuni servizi giornalistici hanno fatto notare che nelle grandi città, il “No” prevale nelle zone periferiche, mentre il sì prevale nelle zone residenziali e di lusso: a Milano, Torino, Roma, Napoli. Ad esempio, nella zona collinare di Torino dove è noto che non abitano i metalmeccanici della Fiat, pardon della Stellantis, vince nettamente il “Sì”.
Identico discorso per Bergamo. Nell’insieme della provincia vince il “Sì”. Ne capoluogo vince il “N0”. Ma, nella città, il “Sì” prevale in centro, s.ta Lucia, Città Alta e colli. E cioè: il Centro con le sue attività commerciali, le sue residenze di lusso; in s.ta Lucia che è notoriamente il quartiere più ricco della città; in Città Alta, dove i residenti “popolari” di un tempo sono stati rimpiazzati dai nuovi residenti, molto più “possidenti”, venuti da fuori; infine: i colli, dove, vedi Torino, non abitano i metalmeccanici della Dalmine.
La conclusione è chiara. Il referendum non è stato soltanto una risposta per la Magistratura: no alla riforma. Non è stato soltanto una risposta politica: altolà allo strapotere politico della destra al governo. Ma è stata anche una denuncia delle differenze sociali: chi sta bene dice di sì a quello che c’è, chi non sta bene dice di no a quello che c’è, sperando, forse in qualche cosa che ci sarà.
Nelle grandi discussioni di questi giorni si discute molto della prima risposta: niente riforma della Magistratura, si discute molto della seconda risposta e si dice che il governo deve prendere le misura e il governo si può anche cambiare. Ma non di discute molto della terza “risposta”. Che è, in fondo, la più importante e la più difficile. Per un motivo molto semplice: lo stesso governo diverso da quello che è in carica non disporrà sicuramente dei colpi di bacchetta magica per frenare ingiustizie e sperequazioni.
Forse sta qui la ragione del disamore verso la politica. I cittadini intuiscono, o sospettano, che il voto non incide sulle grandi povertà e sulle grandi ricchezze. E quindi se la politica non farà passare un messaggio serio che qualcosa può cambiare, i cittadini continueranno a disertare le urne. E la grande partecipazione al referendum del 23 e 24 marzo rischierà di restere un ricordo, sempre più lontano e sempre più sbiadito.
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