Grandi discussioni, in questi giorni, sulle violenze del 31 gennaio, a Torino, proposte di nuove restrizioni da parte del governo. Meloni fa visita in ospedale agli agenti feriti. I giornali di oggi parlano di scudo penale per le forze di politizia e di "stretta sui coltelli" ai minori.
Il tema della violenza giovanile è tornato con forza al centro del dibattito pubblico, questa volta a partire dai gravi episodi avvenuti a Torino negli ultimi giorni. Aggressioni di gruppo, rapine e scontri notturni in diverse zone della città – dal centro alle periferie – hanno riacceso l’allarme sicurezza e fornito al governo guidato da Giorgia Meloni l’occasione per rilanciare una linea dura contro le cosiddette bande giovanili. Ancora una volta, la risposta istituzionale si concentra quasi esclusivamente sulla repressione, lasciando sullo sfondo un problema strutturale: l’assenza di una vera politica per i giovani.
Le condizioni sociali e la repressione
Nelle settimane si sono ripetuti episodi di ragazzi aggrediti e derubati da gruppi più numerosi, spesso giovanissimi, in aree molto frequentate di alcune città. Episodi gravi, che colpiscono l’opinione pubblica e vengono rapidamente elevati a simbolo di un presunto degrado urbano fuori controllo. Ma, come spesso accade, dalla cronaca si passa in fretta a una narrazione semplificata, che individua nei giovani delle periferie – spesso appartenenti a contesti sociali fragili e, in molti casi, figli di immigrati di seconda generazione – il principale problema di sicurezza.
Il governo collega direttamente i fatti di Torino a un aumento della criminalità minorile e propone una risposta fatta di più controlli, più pattugliamenti, più videosorveglianza e pene più severe. Quello che continua a mancare, però, è una riflessione sulle condizioni materiali e sociali in cui questi ragazzi crescono: quartieri marginalizzati, scuole con risorse insufficienti, mancanza di spazi di aggregazione, assenza di opportunità lavorative e di percorsi di autonomia. In questo vuoto, la repressione diventa l’unico strumento visibile.
“Maranza”: un’etichetta comoda anche a Torino
Anche nel racconto mediatico dei fatti torinesi ricompare l’etichetta “Maranza”, usata come se indicasse bande criminali organizzate e strutturate. In realtà, si tratta di una sottocultura giovanile urbana: uno stile, un linguaggio, un modo di stare nello spazio pubblico. Giovani spesso provenienti dalle periferie, dalle classi popolari, che trovano nel gruppo un’identità e una forma di riconoscimento sociale.
Trasformare questa realtà in una minaccia criminale organizzata serve più alla costruzione di un nemico che alla comprensione del fenomeno. Come sottolineano diversi sociologi, a questi ragazzi vengono attribuite capacità organizzative e un livello di pericolosità che non trovano riscontro nella realtà. Il risultato è la creazione di un capro espiatorio, utile a canalizzare paure e insicurezze collettive, evitando di affrontare le responsabilità politiche e sociali di lungo periodo.
I numeri non raccontano un’emergenza incontrollata
È vero che, negli ultimi anni, i reati commessi da minorenni sono aumentati, soprattutto nel periodo post-pandemico. Anche a Torino si registra una maggiore presenza di giovani coinvolti in episodi di microcriminalità e violenza. Tuttavia, questi dati vanno letti insieme all’aumento dei controlli di polizia, delle denunce e dell’attenzione mediatica, non come prova dell’esistenza di un malessere esistenziale che facilmente può essere strumentalizzato da gruppi che lo incanalano verso un esplosione incontrollabile della violenza.
La criminalità complessiva, a livello nazionale, resta su un trend di lungo periodo in calo. E le stesse forze dell’ordine riconoscono che le vere gang giovanili organizzate sono un fenomeno limitato. La maggior parte dei gruppi coinvolti in reati è priva di una struttura stabile, di gerarchie definite e di obiettivi criminali di lungo termine. Presentare la situazione come un’emergenza permanente serve soprattutto a giustificare politiche securitarie sempre più rigide.
Sicurezza senza futuro
Secondo molte associazioni che lavorano con i minori e nei quartieri popolari, i fatti di Torino non descrivono un’emergenza criminale, ma il risultato di anni di disinvestimento nelle politiche sociali e giovanili. Quanto successo a Torino è sicuramente inaccettabile e va riprovato , ma attenzione a fare di un caso come quello una sorta di cortina fumogena che nasconde l’assenza di una strategia complessiva per il futuro delle nuove generazioni.
Dopo gli ultimi episodi, il governo ha rilanciato l’idea di nuovi interventi securitari: più polizia, più telecamere, più repressione. Ma ancora una volta non si parla di investimenti strutturali in scuola, formazione, lavoro giovanile, salute mentale, servizi territoriali e spazi di aggregazione. I giovani vengono lasciati soli in un contesto di precarietà economica e sociale, e poi colpevolizzati quando il disagio esplode in forme violente.
La sicurezza non può essere costruita solo con decreti, pattuglie e manganelli. Senza una politica giovanile seria, capace di offrire prospettive concrete, diritti e futuro, senza la diffusione di una cultura della nonviolenza, la repressione rischia di essere non solo inefficace, ma anche profondamente ingiusta. Torino, come molte altre città italiane, non ha bisogno solo di più controllo, ma di più opportunità, soprattutto per le giovani e i giovani.
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Roncelli