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La sinistra di Allah

islam mezzaluna

 

Alcuni candidati islamici sono accolti in liste elettorali PD. Ma non è chiaro se e come quei candidati rispettano le leggi dello Stato democratico. Non è possibile concedere la libertà di negare la libertà

 

 

Candidati islamici ed entusiasmi PD

Tempo di elezioni, tempo di candidati. A Vigevano, due extra-comunitari sono candidati nella Lista della Lega. E’ un buon segno! Ma il volantino elettorale dei candidati bengalesi Ardul Islam e Sumya Begum alle elezioni comunali di Venezia nella Lista del PD di Marghera non lo è. Scritto in bengali, perciò incomprensibile per i cittadini italiani, apre così: “Nel nome di Allah, il misericordioso, il compassionevole…”. Per associazione immediata, il pensiero corre a Matteo Salvini, allorchè baciò una corona del rosario durante un comizio in piazza Duomo a Milano, alla vigilia delle elezioni europee del 2019, e affidò l’Italia al “Cuore immacolato di Maria”, manco fosse il Presidente della CEI. Fu subito inseguito dai frizzi e lazzi di ogni benpensante, sinistra compresa. Ora, qui arrivano due cittadini italiani di fede islamica – ma i candidati islamici sono sei – che, convinti di trovarsi a Dacca e dintorni, fanno appello ad Allah in campagna elettorale e il PD e “il campo extra-large” di Venezia approvano entusiasti.

Perché? Si tratta di un voto di scambio: i Bengalesi e gli Islamici, che nell’area sono quasi trentamila, danno il voto al PD: in cambio, se esso conquista l’Amministrazione, sarà automaticamente costruita nella zona una grande Moschea.

E’ uno scambio alla pari? Non pare.

I mussulmani hanno il diritto di avere una moschea

I credenti in Allah hanno il diritto di disporre di un luogo dove pregare: essere cristiani o mussulmani sunniti o sciiti o ebrei o buddisti o agnostici è un diritto fondamentale conquistato nella lunga storia dell’Occidente. L’Art. 19 della nostra Costituzione lo garantisce.

E se in molti Paesi islamici – Bangladesh compreso – questo diritto è conculcato, spesso sanguinosamente, non perciò noi ricorreremo alla ritorsione, che qualcuno suggerisce, per la quale ci dovremmo limitare a riconoscere la libertà religiosa solo ai cittadini originari di quegli Stati che la riconoscano ai cristiani. La libertà è indivisibile, è la stessa per tutti.

Ma i mussulmani devono stare alle leggi dello Stato democratico e laico

Ma non può sfuggire a nessuno che l’Islam, sunnita o sciita che sia, è anche la fonte primaria del Diritto nei Paesi islamici. Il Corano è la Shari’a, la legge che regola la fede, l’etica privata e pubblica, i rapporti tra i sessi, le relazioni familiari, l’abbigliamento femminile, il cibo… Il compito dello Stato è quello di promuovere la Shari’a. Se in Europa e nell’intero Occidente lo Stato e le Chiese si sono regolati ciascuno secondo un proprio Diritto, nei Paesi islamici invece coincidono. Non c’è distinzione tra “fondamentalisti” e “moderati”.

I nostri bengalesi hanno diritto di promuovere la Shari’a? Poichè godono della libertà di opinione, possono cercare di convincere i concittadini che solo la Shari’a è “la retta via che conduce alla fonte a cui abbeverarsi” – questo è il significato letterale della parola - ma non hanno il diritto di costruire nelle nostre città e nei nostri quartieri delle enclaves regolate dalla Shari’a. Devono sottostare all’ordinamento istituzionale e giuridico dell’Italia. Liberi di andarsene, se non lo condividono.

Il PD e le sue contraddizioni, la Francia e Mélanchon

Il PD, da una parte, sfila nei Gay Pride, difende il femminismo più radicale, dichiara di opporsi ad ogni discriminazione, ma, dall’altra, immette nelle liste elettorali candidati che lottano per obbiettivi opposti. E’ il patto asimmetrico di Esaù. La minestra di lenticchie è la conquista qui e ora del potere e del governo locale o nazionale. In questo squallido patto il PD rinuncia all’eredità dei fondamenti cristiano-liberali della nostra comunità nazionale, costruiti dal Risorgimento, dalla Resistenza e dalla Repubblica.

Si è messo sulla strada di Mélenchon: quella dell’islamo-sinistra. Peccato che l’Islam politico, cooptato nella “France insoumise”, predichi la “sottomissione” ad Allah. Per saperne di più, chiedere alle donne arabe! Né si può, fallita come pare la dottrina francese dell’assimilazionismo, rifugiarsi in quella inglese del multiculturalismo, che ha portato all’autocostituzione di ghetti etnico-culturali nelle principali città inglesi, nei quali vige la Shari’a e nei quali la polizia non ha più il coraggio di entrare. Lo scontro delle civiltà, previsto da S. Huntington, viene trasferito dal rapporto tra gli Stati a quello tra culture e etnie all’interno del singolo Stato.

Che fare?

Tolleranza, intolleranza e relativi rischi

Nel saggio storico “Il Grande Gioco” del 1990 di Peter Hopkirk si racconta di un incontro agli inizi dell’800 tra i notabili di un villaggio indù e il colonnello che comandava la guarnigione inglese. I notabili si recano da lui per chiedere il rispetto della loro tradizione, il “sati”, che prevedeva che la vedova venisse bruciata viva sulla pira funeraria del marito appena defunto. Il colonnello risponde “accondiscendente”: “Certo, noi rispettiamo le vostre tradizioni, ma voi dovete rispettare le nostre!”. I notabili incuriositi chiedono: “Quali sono le vostre?”. La risposta: “E’ nostra tradizione impiccare chi brucia le vedove sulla pira del marito defunto”.

Sorge una domanda: il PD sta dalla parte dei notabili o dalla parte delle vedove? Non può stare con tutti e due. Ha scritto K. Popper: “Se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”.

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