Sarà dura ma, alla fine, la pace in Ucraina ci sarà. Non c'è da illudersi, però. Non esiste pace giusta e ogni pace va continuamente costruita e custodita. L'Europa è arrivata tardi e disunita. Ma può avere un ruolo, se lo vorrà: quello di dare un'anima alla pace. Gli ebrei in esilio pregavano per Nabucodonosor, il re che li aveva esiliati
Non so come andrà a finire, ma la strada è imboccata e, anche se sembra impervia e non piacevole, alla sua fine può esserci la pace. Dico, naturalmente, della questione della guerra di Ucraina. Il primo incontro a molti ha fatto storcere il naso perché è parso che la decisione vera passi sopra la testa di quella che sembra la vittima principale, l’Ucraina, alla quale è chiesto, di fatto, il maggiore sacrificio.
Non esiste pace giusta
Qui non vogliamo giudicare le cause del conflitto e dare le colpe. Sarebbe cosa semplice solo per la semplicioneria di chi confonde la causa col semplice inizio; di chi vede gli atti palesi e non le azioni coperte; di chi valuta l’istante e non una storia.
Ci basta chiederci: quando mai una guerra, per quanto giusta potesse essere, si è conclusa con una pace giusta? Qualsiasi pace, imposta dalla guerra, è ingiusta: sia perché la giustizia abbandona sempre il campo del vincitore (S.Weil) che è portato ad approfittare della sua forza fino a raggiungere la sopraffazione dell’altro (la “pace di Varsavia”: come si disse nel 1944) sia perché la zona di ingiustizia che essa inevitabilmemte lascia aperta, innesca un senso di rivincita (revanche) nell’avversario umiliato e prolunga la catena della guerra.
Ma ogni pace è più giusta della guerra
Ma aggiungiamo subito una affermazione uguale e contraria: qualsiasi pace, per quanto ingiusta, è più giusta della guerra. Perché la pace ha in sé la natura del fine, la guerra “giusta” ha la precarietà e l’opinabilità del giudizio storico sulle cause e il sangue del mezzo.
Quindi ogni pace è sempre una qualche pace, una pace di Babilonia, come a noi, biblicamente e agostinianamente, piace dire, non la pace giusta e totale, e lascia sempre l’amaro in bocca. Ma è preferibile alla guerra perché lascia vivere l’uomo e con lui la possibilità di porre anche atti riparatori.
Il profeta Baruc recava agli Ebrei rimasti in Palestina l’appello degli Ebrei deportati a Babilonia sotto il dominio di Nabucodonosor. Non era un invito alla guerra santa per liberarli, ma quello di “pregare per la vita di Nabucodonosor re di Babilonia e per la vita di suo figlio Baldassar perché i loro giorni sulla terra siano lunghi come i giorni del cielo sulla terra”” (Bar 1,11), cioè di pregare per i re che li tenevano prigionieri e che però garantivano a loro “di poter vivere” in una qualche pace.
Con Agostino, e con Leone XIV, non ci stancheremo di ripetere che è meglio la pace di Babilonia di una qualsiasi guerra cosiddetta giusta.
Chi fa la pace non è mai da deridere
Questa pace imperfetta può sembrare indegna. Papa Leone domenica scorsa ha pur detto che la mitezza dell’amore “può costare incomprensione, scherno, persino persecuzione, ma non c’è pace maggiore di avere in sé la sua fiamma”.
Non è una professione solo profetica: assisitiamo infatti oggi stesso ad una serie di critiche e derisioni verso chi fa la pace proposta da Trump e Putin, come se fosse un perdente o un rappresentante di quel debolismo di cui spesso sono stati accusati i cristiani. Ed è invece una affermazione sapienziale, cioè ricca di conoscenza pratica.
Certo, bisognerà operare perché la pace non umilii il perdente, e questo sarà non solo nell’interesse dell’umanità, ma del vincitore stesso perché una pace imposta unilateralmente è foriera di una instabilità futura di cui il vincitore stesso pagherebbe lo scotto. È proprio sicuro Putin che il Donbass venuto in suo dominio sarà in pace e non fonte di disordini e di atti di ribellione?
L’Europa troppo di parte incapace di portare pace
La pace iniziale deve essere completata da un’opera di convincimento avvicinante delle parti in conflitto, e per essa sarebbe importante l’azione di Paesi terzi, ma veramente terzi. Non si tratta di Stati neutrali, cioè di Stati che non parteggino né per l’uno né per l’altro dei contendenti, né, ovviamente, che li detestino entrambi, ma di Stati che abbiano saputo mantenere rapporti di amicizia o di prossimità con entrambi i contendenti. Senza cedere al ricatto delle sanzioni e delle discriminazioni civili.
Questo sarebbe stato il naturale ruolo politico di una Europa che avesse voluto giocare fin dall’inizio un ruolo pacificatore, al posto di un ruolo equivoco o di difensore o, peggio, di aizzatore, giocato sulla pelle dell’Ucraina mandata avanti a condurre per noi una lotta per una preminenza economico-politica dell’Occidente vs. l’Oriente. Troppi Stati europei, tra cui il nostro, sono stati invece assenti o schierati. Peggio ancora, alcuni - come il Regno Unito di Johnson e forse gli USA di Biden e la NATO di Stoltenberg – sembrano essere stati addirittura di stimolo ad una guerra, condotta per procura. Chi ha pensato di riservarsi un ruolo di connessione possibile tra Russia e Ucraina, che moderasse la guerra e desse senso alla pace? Solo qualche Stato sovranista troppo partigiano (come l’Ungheria) o eccentrico (come la Turchia). Gli altri si sono schierati, più o meno visceralmente, e quindi sono inutilizzabili alla pacificazione.
L’Europa ha sbagliato quindi la prima volta non intervenendo agli inizi come paciere possibile; poi esortando pertinacemente a prolungare un conflitto impari e disperato, a spese altrui. Ed ora paga quella sua doppia posizione sbagliata, venendo tagliata fuori dalle decisioni più decisive. Ha voluto giocare di forza e senza impegnarsi direttamente, e ora si sta rendendo conto che i veri potenti si mettono d’accordo tra di loro nel nome della loro vera potenza, e la scavalcano, giudicandola infida. Troppo filoucraina per Putin, troppo cacolatrice e sfruttatrice dell’America per Trump. Ed essa vanamente va ora mendicando un posto a una tavola di pacificazione alla quale è ammessa solo quando le portate sono finite e può raccogliere solo le briciole rimaste.
L’Europa che si illude correndo alle armi
Ma continua a sbagliare se crede di poterr riottenere quel posto, cercando affannosamente e dispendiosamente di aumentare il suo prestigio con la corsa al riarmo, che parte troppo in ritardo e che non raggiungerà ormai il livello delle grandi potenze, il quale è già più che sufficiente e che non ha bisogno di ulteriori sviluppi per distruggere il mondo intero. Ora l’Europa va piuttosto decretando, con le assurde spese militari a cui si sta sobbarcando, il declino della sua vita sociale con la morte di quello Stato sociale, che è stato la più grande conquista politica del secolo ventesimo e il vanto maggiore dell’Europa novecentesca. E che dovrebbe insegnare agli altri.
Sarebbe questo il terzo e finale errore di questa guerra da parte dell’Europa che pur non l’ha direttamente compiuta: perpetuare l’ansia di guerra e impoverire le strutture di benessere.
Il ruolo vero dell’Europa: dare anima alla pace
In realtà l’Europa avrebbe un ruolo ben suo da svolgere ora, e specifico e connaturato alla sua essenza storica. Nel contesto attuale di una pace purchessia, di basso profilo, quale ora si profila, imposto dalla forza militare dei Due Grandi, l’Europa dovrebbe innestare la forza del dialogo e della collaborazione tra vari popoli e culture in cui è stata maestra. Essa potrebbe dare anima ad una pace imposta dalla forza, e rendere una pace purchessia una pace umana, tesa al bene comune e alla lotta alle povertà.
Ma perché di vera iniezione d’anima si tratti, l’azione dell’Europa non deve omologarsi alla forza ma deve basarsi sugli scambi di cultura e sul dialogo tra popoli, abolendo di sua iniziativa sanzioni e blocchi, sgretolando gradualmente un bipolarismo di blocchi che vuole irrigidirsi e che divide il mondo. Nel nome di quel policentrismo che, proposto da papa Francesco, è stato ripreso recentemente (ed è sfuggito ai più) da papa Leone e che mi pare essere la proposta politicamente più avanzata e storicamente più risolutiva della pace mondiale. Non col riarmo contro, ma spezzando i blocchi e allacciando alleanze multilaterali; rivitalizzando gli organismi internazionali e smantellando gradualmente quelli partigiani e militari; investendo in risorse di vita più che di morte.
Ma sarà difficile: il presente vive già come morendo
Temiamo che non lo farà. Perché questo progetto si basa sulla fiducia e non sulla paura dell’altro; sulla conoscenza reciproca non sulla deterrenza. E il presente coltiva più paure che speranze e, credendo così di salvarsi meglio, vive già come morendo. Così temiamo che l’Europa tradisca la sua vocazione storica, e che la sua sorte sia quella del gregario inutile; o del complice della distruzione di tutti.
E come si comporterà la nostra Italia? Pare che la Presidente Meloni non sia tra i più scatenati guerrieri, ma deve avere la personalità per dirlo e la cultura per motivarlo.
Temiamo che così non sarà, e allora la sua sarà una posizione tutt’al più furba (o furbastra) ma non da leader o da dar prestigio ad uno Stato che storicamente ha voluto un’Europa di pace e di dialogo, non di divisione.
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