Troppo attraente il piatto del giorno per una vorace impazienza. Troppi i quindici giorni concessi al mio normale intervento su La Barca e il Mare: si rischia che il piatto si raffreddi troppo. Ma spero che la mia impazienza non sia foga e non si risolva in un abuso della pazienza dei miei quindici lettori, già in parte soddisfatta da un preciso intervento di Rocco Artifoni.
La società civile si è risvegliata
Non voglio sminuire il ruolo decisivo dei partiti della Sinistra nell’esito del referendum, ma tanti indizi lasciano intendere che la differenza vera, anche nell’immaginario politico, l’ha fatta probabilmente il risveglio della società civile che in questo caso ha rinforzato gli orientamenti dei partiti della Sinistra. Lo dimostra soprattutto l’affluenza eccezionalmente alta. E in essa lo conferma l’incertezza dei sondaggisti, che davano vittorioso il Sì nel caso di un’affluenza nettamente superiore al 50%. In realtà essi non hanno potuto tener conto dello scarto qualitativo interno all’affluenza: infatti l’’affluenza maggiore non ha prodotto né un aumento lineare né un aumento congruente al voto politico, perché essa era di altra qualità. Infatti, molti di quelli che non votano alle politiche sono ora andati alle urne ed essi sfuggono di più ai rilevamenti e non si posizionano nettamente sull’asse destra-sinistra.
Per queste ragioni i Partiti non devono né appropriarsi troppo né dolersi troppo del voto, ma studiare (da parte della Sinistra) le attese di chi ha votato No e (da parte della Destra) le ragioni di chi non ha votato Sì.
Non è la vittoria della Shlein, Mieli e Mentana permettendo
Per le stesse ragioni va rifiutato il tentativo infido di chi, anche come Mieli e Mentana, dopo avere insistito prima del voto sulla sua incertezza e avere (Mieli) dichiarare il proprio voto al Sì, si sono subito buttati a proclamare il referendum come vittoria della Schlein. Ma sembra più per incrinare il rapporto del PD con le altre forze della Sinistra provocandole sulla futura leadership del campo largo. In realtà ha vinto anche e forse ancor di più la società civile (compresa la CGIL, fortemente impegnata), con la sua richiesta di una politica socialmente più avanzata e meno autoritaria.
Ed ora: altro che sostenere l’accordo del PD con l’evanescente Centro, come nell’Eco auspica ancora Andrea Ferrari (nomen non omen). Centro che in questo Referendum si era orientato per il Sì (Calenda) o ha lasciato pilatescamente liberi i propri elettori (Renzi): ed ha raccolto il voto dei soli parenti stretti, tradito perfino dai propri elettori più orientati a “sinistra” o più difensori della Costituzione. E un Centro, definentesi “riformista”, che dentro il PD (vedi Barbera, Picierno, Parisi, Ceccanti) ha voluto votare Sì verosimilmente per mettere nei guai la Schlein, e non c’è riuscito.
La strada per noi sta quindi nella ripresa di contatto dei Partiti con la società civile che si è destata. E, da parte dei Partiti della Sinistra, nel mettersi in sintonia con quella società che era scesa in piazza contro guerre, stermini e genocidi, contro il riarmo succhiatore di ideali e di risorse, e che continuerà a stare sveglia se la politica assumerà finalmente i problemi umani e sociali di fondo: pace, lavoro, equità fiscale, formazione. E, sì, anche giustizia.
A proposito di giustizia, di divisione delle carriere e di processi
E, a proposito di questa, vorremmo spendere una parola (postuma) sulla divisione delle carriere che qualcuno, anche tra nostri antichi compagni di viaggio (tu quoque - troppo indeciso - Franco Cattaneo), ha presentato come coerente alla riforma del processo da inquisitorio ad accusatorio, e perciò patrimonio della Sinistra che l’avrebbe scaricata. Lasciandola in patrimonio innaturale alla destra che l’avrebbe così portata a rovina perché non era nella sua cultura.
Perché essa sarebbe in realtà a maggiore tutela dell’accusato. Forse sì, ma di quale accusato? Non dice niente il fatto che sia stata avanzata dapprima da Gelli (P2), poi da Berlusconi, e sostenuta da tante forze clientelari?
Noi riteniamo che bene la Sinistra abbia fatto ad abbandonare quella strada, perché la nostra società – a differenza di altre società avanzate occidentali che però non devono diventare modelli a priori, secondo l’eterno cliché della nobile democrazia americana (?) - non ha in sé la forza sociale per affidarsi al PM inquisitore che richiede nell’accusato la capacità, anche finanziaria, di permettersi da subito un avvocato, magari di grido, per opporsi almeno alla pari ad un PM trasformato solo in accusatore. E mi chiedo se non c’erano anche queste ragioni nascoste nel favore così acceso che la riforma raccoglieva presso gli avvocati penalisti.
Ebbene, noi preferiamo un PM che, come oggi fa, ricerchi non solo i capi di imputazione, ma anche i motivi a discarico dell’indagato, specie di quello più debole che non può permettersi da subito il difensore di grido a pagamento. Che ricerchi, insomma, fin dall’inizio la verità processuale intera, non solo la condanna dell’imputato. E che, come fa oggi, prosciolga e liberi subito dall’azione penale chi risulta palesemente estraneo a reati.
Lasciamo all’America i processi alla Perry Mason
Lasciamo quindi all’America i processi spettacolari alla Perry Mason e teniamoci stretti quelli in cui il PM ha la cultura della ricerca della verità, non soltanto dei capi d’accusa. E che tutela meglio l’indagato, anche quello più debole. Perché - come ha detto il filosofo Sergio Labate - “la perfettibilità della giustizia passa per l’estensione concreta del criterio costituzionale dell’uguaglianza, non per il regolamento di conti dei privilegiati nei confronti dei giudici”.
Allora: rinforzare la giustizia giusta passa piuttosto, praticamente, attraverso le risorse messe a disposizione d’una giustizia costituzionale e, culturalmente, attraverso la vigilanza della politica su se stessa e sui troppi impresentabili suoi rappresentanti, che tradiscono con le sole proprie presenze l’idea della giusta giustizia.