Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Siamo in una stagione ecclesiale in cui pare venir meno la passione ecumenica…
Le distanze tra le diverse Chiese cristiane si sono accorciate, tra i giovani, soprattutto.
Seguito dell'intervista a Sabino Chialà, priore della comunità di Bose
Il nostro è un tempo in cui l'ecumenismo deve ridefinirsi, non nel suo obiettivo – che resta sempre quello dell’unità - ma nella sua metodologia.
Quando è iniziato il movimento ecumenico, noi cattolici non avevamo relazioni con le altre Chiese. Dunque, quando oggi si dice che l’ecumenismo è in crisi si afferma una cosa vera soprattutto perché non abbiamo fatto i passi che immaginavamo di poter fare.
Dobbiamo però renderci conto che oggi tra cristiani ci si frequenta. Appena prima del Vaticano II ai cattolici era proibito entrare nelle chiese degli “altri” e partecipare ai dialoghi ecumenici. Il monastero di Chevetogne nasce per dare la possibilità ai cattolici di partecipare a una liturgia ortodossa, perché l'intuizione, giusta, di dom Beauduin era che solo familiarizzandosi con la preghiera dell’altra Chiesa era possibile entrare nel suo mondo e ristabilire relazioni.
Ora chi vuol partecipare a una liturgia ortodossa o protestante è libero di farlo, e questo non è un risultato da poco. In questo nostro tempo dobbiamo immaginare altre forme di dialogo ecumenico, senza tralasciare quelle che abbiamo, con risultati comunque non trascurabili, sperimentato negli ultimi cinquant’anni. Qui a Bose ci stiamo provando, ad esempio cercando di far dialogare giovani italiani di Chiese diverse. Ragazze e ragazzi che ormai hanno un background comune e che qui si confrontano anche sulla loro esperienza di fede. Tratto che di solito mettono tra parentesi nelle loro relazioni ordinarie, credendo – perché così è stato detto loro! – che le posizioni teologiche sono inconciliabili.
Quali sfide ha davanti questo nuovo ecumenismo?
Ha la grande opportunità di poter riconoscere di partire da una cultura comune. Se guardiamo con attenzione la storia delle rotture, cos’è che ha inciso più profondamente? La distanza culturale e l’estraniamento reciproco. Se Oriente e Occidente a un certo punto si sono divisi è perché erano diventati estranei uno all’altro. Il più delle volte le ragioni teologiche sono venute dopo, a giustificare, e hanno trovato terreno fertile proprio in quell’allontanamento di cui dicevo. Oggi quelle ragioni teologiche sono incomprensibili, soprattutto per le nuove generazioni.
Ti racconto un episodio significativo avvenuto durante la prima settimana ecumenica per giovani che abbiamo vissuto qui a Bose, un paio di anni fa. Una sera abbiamo fatto una collatio: a rispondere eravamo io, un prete ortodosso russo e un monaco ortodosso moldavo. A un certo punto un ragazzo cattolico, vedendo che nel gruppo c’erano copti (precalcedonesi), e rumeni e moldavi (calcedonesi), pone a me questa domanda: “vorrei chiedere se riusciremo mai, da un punto di vista cristologico, ad incontrarci?”. Io chiedo ad un ragazzo copto di spiegare la cristologia precalcedonese. Lui racconta, con molta precisione, certamente rara tra noi cattolici, ciò che Cirillo insegnava circa la cristologia. Poi dico a una moldava di spiegare la posizione della sua Chiesa, di tradizione calcedonese. Anche lei espone accuratamente la teologia ortodossa. A questo punto interviene un’altra ragazza, cattolica, dicendo di non aver capito niente. Chiedo dunque ai due che avevano parlato di rispiegare tutto con parole loro. Lo fanno entrambi e la ragazza cattolica esclama: “State dicendo la stessa cosa!”. È stata un'esperienza interessante, perché sia l'uno che l'altra prima hanno riferito ciò che era stato loro raccontato, poi l’hanno tradotto nella loro cultura e lì si sono ritrovati. Che è forse la grande operazione ecumenica che c'è da fare.
Un tema decisivo è oggi la questione dell’autorità. Molte vicende spirituali nate dopo il Concilio Vaticano II hanno mostrato quanto l’autorità portasse a forme di abuso. Non solo sessuale ma anche spirituale.
L'esercizio dell’autorità porta sempre con sé questo rischio. Ripeto spesso una cosa che mi interroga molto: dove finisce il carisma e dove comincia la seduzione? Credo che chiunque eserciti un carisma deve sapere che quel carisma, che porta con sé capacità di generare, spronare e di far intuire cose nuove, può sempre deragliare nella seduzione. Quello dell’esercizio dell’autorità è un grande tema da affrontare urgentemente, nella Chiesa attuale come nella vita religiosa.
E soprattutto è urgente chiedersi dove finisce il carisma e dove inizia la seduzione, perché il rischio dell'abuso nell'autorità si annida proprio lì, in quel confine. La linea di demarcazione è sottile: far crescere l’altro o servirsi dell’altro. Occorre vigilare per dominare la propria forza, per evitare di calpestare, anche inavvertitamente, chi ci ha di fronte. Pensiamo al narcisismo: una realtà che, per esperienza personale, tutti conosciamo. Il narcisismo è una grande molla capace di edificare ma che rischia, ad un certo punto, anche di distruggere quanto ha realizzato.
Temi il futuro di Bose?
No, non c’è da aver paura perché il futuro di Bose non appartiene a noi ed è in mani ben più salde delle nostre. Lo avevano ben presente Enzo e i suoi primi compagni di questa avventura. Lo dice bene la nostra Regola: “Fratello, sorella, tu hai costruito e costruisci ogni giorno la comunità. Ma non preoccuparti di dare continuità storica all’intuizione iniziale. Cerca piuttosto che la comunità sia un segno, veglia sull’autenticità di esso, e non permettere che sia reso opaco dall’istituzionalizzazione massiccia. Non pensare alla tua vecchia né al domani della comunità. Vivi l’oggi di Dio”. Dio saprà fare di noi quello che ritiene meglio. Nonostante noi, che restiamo comunque inadeguati. A noi chiede solo di lottare per restare docili alla sua Parola.