L’eucarestia, il mistero della nascita di Gesù sono momenti misteriosamente e ritualmente collegati. Il presepe di Greccio è anche una geniale intuizione teologica
Il presepe e la solennità del rito eucaristico
La contemplazione del mistero presepiale, grazie a Francesco ( e coerentemente con i dettami della Toti ordini), fa maturare anche la pienezza spirituale del sacerdos che officia la celebrazione eucaristica. La notazione di Tommaso («Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima» Vita, 85) non sembra avere il sapore di un ridimensionamento polemico della credibilità dell’autorità ecclesiastica, utile ad enfatizzare l’antagonismo socio-spirituale della predicazione di Francesco: essa, più semplicemente ma se possibile con più radicalità, celebra una rigenerazione mistica dell’ autorità officiante speculare a quella dell’assemblea dei fedeli, come effetto miracoloso dello «spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile» che anima Francesco di fronte al presepio. Sopra il presepio la celebrazione del rito eucaristico ritrova tutta la sua solennità («Celebrantur missarum solemnia supra praesepe» sono le parole di Tommaso, riprese letteralmente da Bonaventura) e la ricompresa intensità dell’esperienza, per il sacerdote, è fonte non di una superba gratificazione mondana per il ruolo ricoperto, ma di un vero appagamento e conforto spirituale («nova fruitur consolatione sacerdos»), utile a rafforzare, in lui e negli astanti, la coscienza e la dignità dei carismi della Chiesa.
L’effetto eucaristico del presepe continua anche dopo: il fieno di quella greppia diventa alimento che guarisce gli animali, mentre, posto sulla pancia di alcune donne afflitte da un parto travagliato e lungo («partu gravi ac longo laborantes»), lo alleggerisce e ne rende felice l’esito.
La finale consacrazione del luogo dove il presepio è stato inscenato spiega la trasfigurazione salvifica che ne deriva: dove gli animali hanno materialmente pascolato, grazie a Francesco, gli uomini hanno mangiato e potranno mangiare «la carne dell’Agnello», «a nutrimento dell’anima ed a santificazione del corpo» («ad sanitatem animae ac corporis»).
Bisogna, quindi, fare attenzione, nel valutare la portata storico-spirituale dell’episodio di Greccio, a non trascurare il significato degli effetti dell’esperienza rituale collegata al presepio, a favore di dati folkloristici e appariscenti quali la sacra rappresentazione e il «belato» estatico di Francesco, avulsi dall’immedesimazione eucaristico-sacrificale del frate. Bisogna peraltro ricordare, al riguardo, quanto dice Tommaso: «È impossibile comprendere umanamente la sua commozione, quando proferiva il tuo Nome, o Dio! Allora, travolto dalla gioia e traboccante di castissima allegrezza, sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo.» («totus exsistens in iubilo ac iucunditate castissima plenus, novus certe homo et alterius saeculi videbatur» Vita, 82).
Il presepe di Greccio contro ogni orgoglio nazionale
Sono dimensioni, queste, che non paiono strumentalizzabili da destra o da sinistra. I carismi di Francesco non sono ascrivibili a specchiate virtù patriottiche o a simbolo dell’immarcescibile patrimonio etico della dolce e solida provincia italiana: i soliti, rassicuranti, valori «tradizionali» che Giorgia Meloni, facendo gli auguri alla «Nazione» per il Natale appena trascorso, ha letto e celebrato in un Presepio «che non impone nulla», perché, viene da dire, non entra in contraddizione con noi stessi e col mondo di conferme in cui abbiamo bisogno di rispecchiarci.
Il presepio allestito da Francesco non educa al culto dell’orgoglio nazionale, ma lo mortifica; rinnega le gerarchie identitarie del mondo per farlo rinascere obbediente a Dio; non invita a praticare un’assistenza filantropica e paternalistica ai deboli ed ai bisognosi, ma a riconoscere in essi il volto glorioso dell’Incarnazione, rivoluzionando la percezione di sé e della realtà naturale e storica.
L’”incarnazione sacra” dell'Eucarestia
Tra le mille occasioni di riflessione (e di discussione) che la celebrazione di Francesco ad 800 anni dalla morte potrà offrire, mi piace riportare al centro la renovatio della fede cristiana popolare e dell’ auctoritas ecclesiastica che la vicenda del presepe di Greccio evoca nelle biografie di Tommaso e di Bonaventura. Oltre a riflettere su come e perché l’insegnamento di Francesco sia stato storicamente tradìto (argomento principe delle conversazioni dotte sul frate), ritengo sia utile meditare sull’ «attualità» di questo insegnamento alla luce di un nucleo acclarato di esso: seguire Cristo impone che ne si riconosca la sacrale incarnazione nell’ Eucarestia amministrata dalla Chiesa e che si diventi tutti, chierici e laici, consapevoli della conversione spirituale e morale richiesta e alimentata da questo dono miracoloso e paradossale.
Tocca ai fedeli non far prevalere le riserve umane sulla credibilità morale dell’officiante o l’indifferenza ai luoghi dove il carisma sacerdotale si esercita rispetto all' obbligo salvifico di accedere al sacrificio eucaristico della parola e del corpo di Cristo, che solo i chierici hanno il diritto-dovere di amministrare («Dobbiamo anche visitare frequentemente le chiese e venerare e usare riverenza verso i chierici, non tanto per loro stessi, se sono peccatori, ma per l’ufficio e l’amministrazione del santissimo corpo e sangue di Cristo, che essi sacrificano sull’alta re e ricevono e amministrano agli altri. E tutti dobbiamo sapere fermamente, che nessuno può essere salvato se non per mezzo delle sante parole e del sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che i chierici pronunciano, annunciano e amministrano. Ed essi soli debbono esserne ministri e non altri» (Lettera ai fedeli, seconda redazione, VI).
Ma tale obbligo per i fedeli si deve tradurre, per il chierico, in una più acuta coscienza dell’enorme responsabilità che è chiamato a sostenere: «Facciamo attenzione, noi tutti chierici, al grande peccato e all’ignoranza che certuni hanno riguardo al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e ai santissimi nomi e alle sue parole scritte, che santificano il corpo. Sappiamo che non ci può essere il corpo, se prima non è santificato dalla parola. Niente infatti possediamo e vediamo corporalmente nel secolo presente dello stesso Altissimo, se non il corpo e il sangue, i nomi e le parole mediante le quali siamo stati creati e redenti «da morte a vita» (Lettera a tutti i chierici sulla riverenza del corpo del signore).