Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia diffuso lo scorso Ottobre segna un marcato cambiamento di ruolo e funzioni dei laici nella Chiesa. Abbiamo intervistato Umberta Pezzoni, laica, delegata dalla Diocesi di Bergamo al Cammino Sinodale, per entrare nel merito di alcuni degli snodi più importanti
Lei ha partecipato a uno dei tavoli sinodali dedicati a "corresponsabilità e ministeri laicali" in qualità di delegata laica al Cammino Sinodale della Chiesa italiana per conto della Diocesi di Bergamo. I laici hanno partecipato per la prima volta a pieno titolo ai lavori Sinodali. Un cambiamento voluto da papa Francesco. Alla luce della sua esperienza personale come valuta questa svolta sia di metodo che di ruolo per quanto riguarda i laici all’interno della Chiesa?
Papa Francesco nell’ottobre del 2015, nel discorso per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi si era espresso in modo molto chiaro rispetto all’esigenza di un cammino sinodale delle Chiesa tutta: «Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Nel corso di questo intervento cita i suoi predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II: il Cammino Sinodale delle Chiese in Italia (mi soffermerò a parlare solo di questo e non di quello della Chiesa Universale) ha avuto una lunga fase di gestazione, ci sono voluti sei anni prima che prendesse forma e che i pesanti ingranaggi ecclesiali si muovessero.
Nel 2021 il percorso è cominciato, è durato quattro anni, siamo arrivati a concluderlo in un modo che è stato soddisfacente per tutti. Ciò che è stato di grande aiuto e che primariamente ci portiamo a casa come frutto del Cammino è il metodo: tecnicamente si chiama “della conversazione spirituale”. Anche di questo si può dire che non sia stato o, meglio, non dovrebbe essere, una novità assoluta per la Chiesa: il metodo consiste nell’ascolto dell’altro, nell’accoglienza della sua opinione e posizioni, nella discussione dei reciproci pareri per arrivare ad una decisione che è frutto di condivisione reale.
Il mio riferimento costante, per quanto riguarda il metodo, è stato San Paolo che, nella sua lettera ai cristiani di Roma, scrive: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10b). Se c’è un metodo che deve essere proprio dei cristiani è quello della conversazione nello Spirito: altrove, soprattutto oggi, non troviamo assolutamente (o ne troviamo una finta) disponibilità all’ascolto e all’accoglienza dell’altro. In questo senso sento che la Chiesa sta dando un esempio importante: ci si può e ci si deve ascoltare, lo Spirito parla a tutti i battezzati, a ciascuno secondo il suo dono e a nessuno più che ad un altro. Un tentativo di mettere in pratica la stima fraterna.
Per quanto riguarda la svolta relativa al ruolo dei laici, penso sia importante ricordare che il germe del tentativo di un lavoro sinodale tra tutti i battezzati viene dal Concilio Vaticano II. La svolta è cominciata lì, poi i tempi biblici della sua recezione e attuazione ci spingono un po’ a pensare che la novità sia appena stata introdotta. Personalmente sento di dire che lavorare ai tavoli del Cammino mi ha convinta che esiste una disposizione d’animo reale al lavoro in corresponsabilità: ai tavoli ho lavorato con Vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, consacrate e consacrati, laiche e laici come me, e mi sono sentita molto a mio agio nell’esprimermi. Ciò che ho detto – frutto, ovviamente, del serio lavoro di riflessione fatto con i miei compagni della Delegazione Sinodale – è stato accolto: nel documento finale c’è persino una mozione che è partita da me, dal tavolo dieci della Prima Assemblea. Se non è cosa importante e bella questa, non so cosa altro ci si possa aspettare di più e di meglio. Certo, è un inizio.
Nella Seconda Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia che si è tenuta a Roma a fine marzo 2025 i laici hanno letteralmente “contato” nel senso che, oltre a partecipare attivamente al dibattito, hanno anche votato. In particolare la mozione che chiedeva di prendersi più tempo per rielaborare le “Propositiones” che avrebbero poi costituito il Documento di Sintesi finale del Cammino sinodale. La versione proposta, infatti, non era ritenuta adeguata a rappresentare il cammino fatto durante i quattro anni precedenti. Il voto dei laici ha quindi contribuito in modo importante a far prendere una piega diversa al percorso sinodale. Alla luce di quanto accaduto è possibile dire che qualcosa è già cambiato nella modalità di esercizio del potere all’interno della Chiesa?
Non è stato solo il voto delle laiche e dei laici presenti a contribuire alla piega diversa che il percorso ha preso: nel corso della Seconda Assemblea Sinodale, lo scorso marzo/aprile tutta l’Assemblea ha contestato le proposizioni presentate alla sua attenzione: immagini di lavorare per anni a un percorso nella sua diocesi (parlo di tutti i livelli di lavoro, da quello del Vescovo a quello dei laici impegnati nella attuazione del percorso), con la fatica di coinvolgere tutte e tutti ottenendo – per altro – spesso e volentieri una non disponibilità a spendersi e un grande scetticismo. Con l’impegno di leggere tutte le sintesi (migliaia di relazioni dai gruppi sinodali locali) e fare discernimento su di esse per comprendere le direzioni da dire e da dare; con il confronto ai tavoli, che per quanto bello come dicevo prima, ha voluto il suo tempo e la sua fatica, anche solo quella di mediarsi rispetto alle esigenze degli altri.
Ecco, immagini che al termine di questo lavoro enorme, le venga restituita una sintesi fatta maluccio e di fretta, una paginetta con un elenco di punti, con la sola attenzione di mettere in evidenza le questioni nodali, ma senza circostanziarle e, perciò, impoverendole. Chi ha seriamente lavorato al percorso non poteva avallare un simile documento: suonava come una presa in giro. Non sono stati soltanto i laici, ma anche i sacerdoti e i Vescovi, i teologi e le teologhe a non approvare le Proposizioni: «tutti, tutti, tutti», direbbe ancora Papa Francesco. Le proposizioni sono state bocciate da una larghissima maggioranza, praticamente il novanta per cento dei partecipanti.
C’è un cambiamento di potere nella Chiesa? Mi piacerebbe non parlare di potere, ma di distribuzione delle responsabilità. Se c’è stato nella storia della Chiesa un eccessivo potere da parte della gerarchia, mi piace pensare che il processo del Cammino non otterrà come risultato uno spostamento del potere sui laici: sarebbe un gravissimo errore. Parliamo piuttosto di servizio e cerchiamo di assumerne la mentalità. Papa Francesco si augurava proprio che andasse così: «Per i discepoli di Gesù, ieri oggi e sempre, l'unica autorità è l'autorità del servizio, l'unico potere è il potere della croce, secondo le parole del Maestro: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27).
Il cambiamento, a mio avviso, è già in atto, magari da noi non è ancora né visibile né tangibile in modo evidente. Non posso fare a meno di pensare, tuttavia, ai tanti laici e alle tante laiche che ho conosciuto nel percorso che, al Centro Sud ad esempio, ricoprono ruoli di grande responsabilità nelle loro Diocesi: laddove noi immagineremmo un sacerdote, loro hanno un laico. Ci sono già anche Diaconi che hanno in carico delle parrocchie; ci sono già molte donne istituite come ministri. Insomma, qualcosa c’è già in Italia.
La II parte del Documento di sintesi del cammino sinodale - Lievito di Pace e di Speranza - dell’Ottobre scorso contiene il nucleo del ruolo dei laici nella Chiesa. Al punto n. 70 riporta: “«Gli stessi presbiteri hanno un compito primario nel testimoniare e favorire la conversione sinodale e missionaria. La natura originariamente comunionale del loro ministero presbiterale richiede di non compiere il loro servizio come soggetti solitari, ma quali membri del presbiterio (cfr. DFS 72) e del popolo di Dio, coinvolgendosi attivamente in processi decisionali condivisi, a cominciare da quelli degli Organismi di partecipazione»”. Si può dire che è finita l’era dell’uomo solo al comando?
L’argomento della guida della comunità (parlerei di guida piuttosto che di comando) contenuto nel documento Lievito di Pace e di Speranza ai punti 63 e 65 dice, per esempio, che «in una Chiesa sinodale e missionaria tutti i battezzati, uguali in dignità, partecipano attivamente e in modo corresponsabile alla vita ecclesiale. Sono chiamati ad annunciare il Vangelo, a prendere parte pienamente alla liturgia — in particolare all’Eucaristia — e a mettere a servizio della comunità i propri carismi, assumendo compiti e ministeri diversi per la crescita del Regno di Dio. In questo stesso spirito, il servizio di guida delle comunità deve essere ripensato per superare modelli ancora monocratici e clericali, promuovendo forme pastorali in équipe, valorizzando la varietà dei ministeri e assicurando la presenza delle donne in ruoli di autorità. È necessario creare spazi reali di ascolto, dialogo e partecipazione, attivare organismi rappresentativi per il discernimento comunitario e migliorare i processi comunicativi e decisionali. Così ha affermato papa Leone XIV: «La sinodalità diventi mentalità, nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire» (Leone XIV 2025)».
Il punto 70, poi, precisa le richieste dell'Assemblea Sinodale: si propone di rafforzare una pastorale svolta in equipe, coinvolgendo presbiteri, diaconi, laici, sposi e consacrati attraverso équipe pastorali al servizio delle comunità. Riprendendo la frase citata, vi si chiede un coinvolgimento del “Popolo di Dio” (Vaticano II – LG) nei processi decisionali e questo significa un rafforzamento degli Organismi di Partecipazione. Certo, i laici si dovranno impegnare nella formazione personale, non possiamo più permetterci di avere una infarinatura rispetto alla nostra appartenenza alla Chiesa, anche per noi laici è arrivato il momento di fare sul serio. Smettiamo noi laici per primi di aspettarci da chi ci guida (e la guida è un servizio, non un potere) l’onnicompetenza, l’onniscienza e rimbocchiamoci le maniche per camminare insieme. Non chiediamo solo al clero di camminare con noi, ma anche noi sforziamoci di camminare con il clero senza considerarlo, da un lato un nemico da combattere e, dall'altro, un capro espiatorio su cui far ricadere tutte le colpe. Lo sforzo di condividere la responsabilità deve essere presente in tutti i battezzati.
Collegato all’argomento precedente c’è poi quello della “rendicontazione”. Nel precedente documento Finale del Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità dell'ottobre dello scorso anno, il 2024, si spendono parole molto nette e forti: “La presa di decisione non conclude il processo decisionale. Esso va accompagnato e seguito da pratiche di rendiconto e valutazione, in uno spirito di trasparenza ispirata da criteri evangelici” e ancora “Essi (le azioni e le decisioni) riguardano anche lo stile di vita dei Pastori, i piani pastorali, i metodi di evangelizzazione e le modalità con cui la Chiesa rispetta la dignità della persona umana, ad esempio per quanto riguarda le condizioni di lavoro all’interno delle sue istituzioni.” E ancora: “Se nel corso dei secoli si è conservata la pratica del rendere conto ai superiori, va recuperata la dimensione del rendiconto che l’autorità è chiamata a dare alla comunità”. Mi sembra invece che nell’attuale versione questo aspetto sia stato molto meno preciso e puntuale. Ritiene che sia stata mantenuta la portata del cambiamento che introducevano queste disposizioni?
Queste disposizioni sono presenti anche nel documento Lievito di Pace e di Speranza e richiamano con forza i temi della corresponsabilità degli organismi di partecipazione e della trasparenza, intesa come il “rendere conto” in modo chiaro e leale di ogni decisione, sia pastorale sia economica, alla comunità. Come già le dicevo, questo cambiamento dipende in larga misura anche da noi laici: siamo chiamati ad assumere i nostri ruoli con serietà e con un’adeguata capacità comunicativa. A essere particolarmente coinvolti in questo passaggio sono proprio gli organismi di partecipazione: i laici che fanno parte dei Consigli Pastorali Parrocchiali, dei Consigli per gli Affari Economici e delle Équipe educative sono chiamati a esercitare una forma di ministerialità, della quale è importante che siano pienamente consapevoli. A questo proposito cito il punto 72: «La corresponsabilità dei battezzati non coincide esclusivamente con l’assunzione di ministeri, istituiti o meno, riconosciuti e affidati dalla Chiesa, poiché lo Spirito effonde i suoi carismi anche al di fuori di un riconoscimento istituzionale. Tuttavia, per favorire lo sviluppo di una maggiore corresponsabilità nella missione, il Cammino sinodale italiano chiede di allargare gli spazi della ministerialità dei laici (cfr. LAS 45-47). Le Chiese locali sono chiamate «a rispondere con creatività e coraggio ai bisogni della missione, discernendo tra i carismi alcuni che è opportuno prendano una forma ministeriale, dotandosi di criteri, strumenti e procedure adeguate» (DFS 66)».
Non dobbiamo spaventarci: non saremo tutti chiamati a diventare ministri istituiti. Tuttavia, è importante ricordare che la buona volontà — che ha caratterizzato il volontariato parrocchiale negli anni passati — è chiamata oggi a maturare e a diventare vera corresponsabilità. Questo passaggio richiede una maggiore formazione, una formazione integrale che non riguardi soltanto le competenze specifiche legate al servizio svolto, ma anche una formazione spirituale capace di farci crescere nella fede. È un cambiamento che la nostra Chiesa di Bergamo sta già promuovendo dallo scorso anno, attraverso l’apertura a donne e uomini di un percorso verso la ministerialità istituita dei lettori, degli accoliti e dei catechisti. Il cammino è giunto al suo secondo anno e coinvolge più di trenta candidati.
Un’altra questione, distinta ma altrettanto rilevante, è quella della trasparenza economica, richiamata al punto 74: «La gestione economica dei beni in forma trasparente e partecipata è un segno evidente di una Chiesa che si apre alla corresponsabilità di tutti i fedeli, nella comune ricerca delle forme più evangeliche di utilizzo dei beni a favore della carità e della comunione. È necessario che i Vescovi e i parroci, pur mantenendo la responsabilità ultima nella gestione economica, la esercitino in modo partecipato, anche delegando a persone che in questo settore possono offrire un aiuto qualificato per formazione, professionalità, competenza ed esperienza. Inoltre, la priorità della missione richiede che anche nella gestione economica si scelgano strumenti adeguati, più leggeri e flessibili, nella linea della sostenibilità, della corresponsabilità e della giustizia». Faccio un esempio concreto: sulla base di queste riflessioni, la Chiesa di Bergamo ha pubblicato il suo primo Bilancio di Missione. È stata tra le prime in Italia a compiere questo passo, perché il nostro vescovo Francesco ha colto con lucidità l’esigenza di trasparenza e di condivisione. Questa scelta non è stata fatta per rendere conto soltanto dei numeri e delle attività, né per vantarsene o lamentarsene, ma per raccontare il senso di una missione che riguarda tutti noi. Si tratta di un cambiamento già tangibile e visibile, frutto concreto del Cammino sinodale.
Quali suggerimenti si sente di dare affinché la corresponsabilità nella missione sia vissuta realmente, in modo sostanziale, nelle strutture ecclesiali in cui si svolge principalmente la nostra vita di credenti laici ovvero le parrocchie e i movimenti?
Se crediamo che la sinodalità sia un cammino buono per la Chiesa e se scegliamo di continuare a essere Chiesa, allora ritengo che, nelle nostre parrocchie e nei contesti in cui viviamo la nostra appartenenza ecclesiale, sia necessario mantenere alta l’attenzione su noi stessi e sugli altri. Siamo chiamati a imparare a vegliare e a discernere. Trovo sempre di grande attualità le parole di don Primo Mazzolari, scritte molti decenni fa eppure ancora capaci di parlare a chi desidera assumersi una corresponsabilità nella missione: «Ci impegniamo noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri, né chi sta in alto né chi sta in basso, né chi crede né chi non crede. Ci impegniamo senza pretendere che altri si impegnino con noi o per conto loro, come noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare chi non si impegna, senza accusare chi non si impegna, senza condannare chi non si impegna, senza cercare perché non si impegna, senza disimpegnarci perché altri non si impegnano».
Impegno personale, dunque, e stima sincera per l’impegno degli altri. I laici, inoltre, non possono più permettersi di conoscere ciò che riguarda la Chiesa solo attraverso i media, leggendo qua e là in modo superficiale: è necessario essere formati e informati. Qualora, per qualche motivo, si trovino o si troveranno a rendere conto a un laico nell’ambito pastorale, è importante che ne rispettino pienamente la dignità battesimale. Un coordinatore laico non è una “sottospecie” del prete, ma una persona che assume un incarico — talvolta anche lavorativo — come un vero e proprio ministero.
Questo vale in modo particolare nei confronti delle laiche. Sempre più spesso faremo riferimento a donne nei nostri ambiti ecclesiali e, ancora oggi, essere donna nella Chiesa non è facile, spesso anche a causa della scarsa accoglienza da parte degli altri laici.
Infine, ma non per questo meno importante, fidiamoci e affidiamoci allo Spirito. Se non fosse per Lui, oggi non saremmo qui a parlare di Chiesa: se fosse sostenuta solo dalle nostre forze, sarebbe già un’esperienza chiusa, finita, e neppure nel migliore dei modi.
Il documento Lievito di pace e di speranza è facilmente reperibile online: raccomando a tutti e a tutte di leggerlo con attenzione, sia personalmente sia all’interno delle proprie comunità, per coglierne l’ispirazione profonda e comprendere come la Chiesa si stia muovendo nel nostro tempo. Invito anche a sceglierne alcuni passaggi e a provare a metterli in pratica, magari con il supporto della Diocesi, che mette a disposizione risorse e strumenti per accompagnare l’attuazione di questo documento, davvero rivoluzionario in molti suoi aspetti. Concludo con la seconda parte della citazione di Papa Francesco di cui ho parlato all’inizio. Era il 2015: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire». È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7)