Ventiduesima domenica del Tempo Ordinario.
Dalla rivelazione del Figlio alla resistenza del discepolo.
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La domenica scorsa Pietro aveva appena confessato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù lo aveva chiamato beato e gli aveva affidato le chiavi del Regno. Basta però un istante perché quella stessa fede diventi resistenza. Quando Gesù annuncia che dovrà salire a Gerusalemme, soffrire, essere rifiutato, morire e risorgere, Pietro lo prende in disparte e lo rimprovera: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai».
Pietro ama Gesù. Ma lo ama ancora secondo la logica degli uomini. Vorrebbe risparmiargli il dolore. Sottrarlo alla croce. Proteggerlo dalla morte. Non comprende che ciò che Gesù sta annunciando non è una sconfitta. È una nascita.
Il travaglio dell'amore
Ogni nascita passa attraverso una strettoia. Il bambino, prima di venire alla luce, deve voltarsi.
Abbassare il capo. Lasciarsi condurre lungo un passaggio che non controlla. Anche la madre deve lasciarlo andare. Se lo trattenesse nel grembo, morirebbero entrambi.
Forse Pietro è proprio come quel bambino. Recalcitra. Si gira dall'altra parte. Non vuole nascere. Vorrebbe rimanere nel grembo delle sue immagini di Dio. Di un Messia vittorioso. Di una gloria senza ferite. Per questo Gesù gli dice: «Va' dietro a me». Rimettiti dietro. Torna discepolo. Lasciati condurre. La Pasqua è precisamente questo. Una nascita che attraversa la morte. La croce non è il trionfo del dolore. È il travaglio dell'amore.
Perdere per trovare
Subito dopo Gesù aggiunge: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Forse potremmo ascoltare queste parole così: Se qualcuno vuole venire con me, assuma il giogo dell'amore, tutto l'amore di cui è capace, e mi segua. Perché la croce è il nome che l'amore assume quando decide di non tirarsi indietro. Poi arriva la frase decisiva: «Chi perderà la propria vita per causa mia la troverà». Per secoli abbiamo posto l'accento sul perdere. Come nella parabola del tesoro e della perla. Gesù lo pone sul trovare. Perdere per trovare. Lasciare per ricevere. Morire per nascere.
È la fisica segreta dell'amore. Lo sa ogni madre. Quando mette al mondo un figlio accetta di perderlo. Lo separa da sé perché possa vivere. Se lo trattenesse, lo soffocherebbe. È proprio nell'atto più doloroso del suo amore che il figlio riceve la vita. Così accade anche al discepolo. Chi trattiene la vita la perde. Chi la dona la ritrova. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga», Gv 15,16). Non è la madre che sceglie il figlio. È il figlio che chiama questa donna ad una scelta costituendola madre, proprio nel momento accoglie quella prima separazione mettendolo al mondo.
Pietro e la lenta conversione
Gesù aveva già ripescato Pietro molte volte. Sulle rive del lago, davanti alla pesca miracolosa, Pietro aveva gridato: «Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore». E Gesù lo aveva avvicinato. Lo aveva rialzato quando affondava nelle acque. Gli aveva consegnato le chiavi del Regno. Ora invece lo respinge: «Va' dietro a me, Satana!» Parole durissime.
Perché Pietro, senza accorgersene, ripropone la tentazione del deserto. Un Messia senza croce. Una salvezza senza consegna. Una gloria senza amore donato. E così anche lui, come ciascuno di noi, affonda ogni volta che pensa secondo gli uomini e non secondo Dio. Risuonano allora le parole di Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio». La conversione comincia sempre da uno sguardo nuovo.
Il fuoco di Geremia
Quale sarà stato lo stato d'animo di Pietro dopo quel rimprovero? Forse nessuno lo racconta meglio del profeta Geremia: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre... Dicevo: non penserò più a lui. Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
Sono le parole di ogni vocazione. Le parole di Pietro. Le parole di ogni discepolo. Tra slanci e paure. Tra fedeltà e tradimenti. Tra il desiderio di fuggire e l'impossibilità di abbandonare Colui che ci ha conquistati.
Nascere alla Pasqua
Pietro dovrà fare ancora molta strada. Attraverserà il rinnegamento. Il pianto amaro. La vergogna. Il perdono.
Fino a quando il Risorto lo rigenererà nell'amore. Solo allora comprenderà che la croce non era la fine del cammino. Era il luogo della nascita. E finalmente seguirà Gesù fino in fondo. Non più davanti a Lui. Non più per trattenerlo. Ma dietro di Lui, come un uomo finalmente venuto alla luce.
Dietro
«Va' dietro.»
Ovvero:
Girati.
Per nascere
bisogna
voltarsi.
Dio
parlava
da ostetrica.
Nascere
Pietro
si gira.
Non sa
che la luce
ha la forma
di una ferita.
Tratteneva
la vita.
L'Amore
gli apre
la strettoia.
Pasqua
L’ombra della croce
è il rovescio
della luce.
Perdere,
il nome antico,
Dio
chiama
nascere.
Parto
Il bambino
si piega.
La madre
lascia andare.
Così
Dio nasce uomo
Così
l'uomo nasce in Dio.
Così ogni discepolo
del Regno.
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