Ventunesima domenica del Tempo Ordinario.
Aprire la vita, non possederla. L'amore non è proprietà.
Per i testi liturgici di questa domenica clicca qui.
Ci sono Vangeli che si spiegano con un commento. Altri chiedono di essere raccontati attraverso la vita. Oggi mi concedo di aprire con voi alcune pagine della mia storia.
Le chiavi aprono persone
Il Vangelo di oggi consegna un'immagine semplice e potentissima: una chiave.
Mi torna alla mente. Le chiavi di casa, il film ispirato al romanzo di Giuseppe Pontiggia. Racconta l'incontro, dopo anni di distanza, tra un padre e il figlio disabile. Il viaggio apre molto più di una strada: apre una relazione. Perché le chiavi più difficili da trovare non sono quelle che aprono una casa. Sono quelle che aprono una persona.
Le portiamo in tasca ogni giorno senza pensarci. Finché un giorno le perdiamo. E allora non abbiamo paura soltanto di una porta chiusa. Abbiamo paura di aver smarrito un orientamento, un'appartenenza, la strada di casa.
Le chiavi della fiducia
Ricevere una chiave è uno dei gesti più profondi della vita. Significa: questa casa è anche tua. Consegnare una chiave vuol dire affidare fiducia. Per questo perderla inquieta così tanto. Ricordo una donna incontrata in consultorio durante una separazione. Mi disse quasi distrattamente: «Ho perso le chiavi di casa». Poi aggiunse: «Non è da me. Ho perso il controllo della situazione». Non parlava solo di un mazzo di chiavi. Aveva perso l'accesso a sé stessa.
Forse è per questo che nella Bibbia le chiavi diventano simbolo di responsabilità e custodia. Ogni soglia domanda qualcuno capace di aprire senza possedere. Lo compresi quando ricevetti le chiavi nel rito di ingresso nella mia prima parrocchia. Anni dopo fui io a consegnarle ad alcuni giovani migranti ospitati nella casa parrocchiale. Non consegnavo soltanto un alloggio. Restituivo dignità. Perché ogni vera chiave apre anzitutto una vita.
Quando il potere chiude le porte
«Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto». Isaia racconta che Dio toglie le chiavi a Sebna e le affida a Eliakìm: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide». Perché? Perché Sebna aveva dimenticato che la casa non era sua. Aveva trasformato un servizio in un possesso.
Colpisce un particolare: la chiave viene posta sulla spalla, non nella mano. Le chiavi pesano. Ogni autorità è un peso da portare, non un privilegio da esercitare. Le chiavi appartengono sempre alla casa. Mai al custode. Ricordo nell’anno di prima liceo quanto mi rimase impressa, la lettura «Le chiavi pesanti», un libro che rileggeva così le fasi del pontificato Paolo VI.
Le chiavi delle memoria
Nei miei viaggi in Israele-Palestina e nei territori occupati, rimasi colpito dalle grandi chiavi appese all'ingresso del campo profughi di Aida, vicino a Betlemme.
Prima ancora di entrare, quelle chiavi parlano. Sembrano domandare: Di quale casa siete figli? Molte delle case che aprivano non esistono più.
Eppure, quelle chiavi custodiscono ancora una memoria, una promessa, una speranza. Continuano a domandare: Ritorneremo un giorno a casa?
Le chiavi del Regno
Prima di consegnare le chiavi a Pietro, Gesù pone una domanda: «Voi chi dite che io sia?» Le chiavi nascono da una relazione. Pietro non riceve un potere. Riceve una fiducia. Non è il migliore. Vacillerà. Avrà paura. Rinnegherà. E proprio a lui Gesù affida il Regno. Perché ha imparato che nessuno si salva da solo.
Troppo spesso abbiamo immaginato le chiavi di Pietro come simbolo di dominio. Gesù pensa l'opposto. Chi riceve le chiavi non diventa proprietario della porta. Diventa custode di una soglia. Non decide chi entra. Annuncia che la porta è già aperta. La Chiesa è fedele al suo Signore non quando moltiplica serrature, ma quando apre possibilità di incontro.
Sottrarre chiavi è schiavitù
Le chiavi esistono per aprire. Ogni schiavitù nasce invece quando qualcuno sottrae ad altri le chiavi della propria vita. Le chiavi della libertà. Del lavoro. Della dignità. Del futuro. Papa Leone osserva che ancora oggi «si riproducono relazioni di subordinazione vicine alla schiavitù» (Magnifica Humanitas 172). Accade nel caporalato. Nello sfruttamento. In ogni situazione in cui una persona non può più decidere della propria vita.
Esistono poi chiavi invisibili. Sono quelle dell'attenzione, dei desideri, delle informazioni. Quando pochi concentrano dati e potere (MH 109), rischiamo di consegnare anche le chiavi della nostra interiorità.
Per questo Papa Leone avverte che le stesse tecnologie capaci di creare connessioni possono alimentare nuove schiavitù e nuove forme di dominio (MH 240). Dio affida chiavi. Gli idoli costruiscono serrature. Il Regno restituisce alle persone la libertà di abitare la propria coscienza. Perché nessun essere umano è una proprietà. Ogni persona è una soglia sacra davanti alla quale perfino Dio si ferma e bussa.
Aprire la vita
Forse le chiavi del Regno non servono a decidere chi entra e chi resta fuori. Servono ad aprire. Una casa. Una relazione. Una ferita. Un futuro. Un cuore. Una città. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3, 20)».
Il Vangelo, dall'inizio alla fine, racconta un Dio che continua a bussare. Con infinita pazienza. Finché qualcuno trova il coraggio di aprire. E scopre che la casa era lì da sempre. Con la porta spalancata.
Dio non dà chiavi
per chiudere.
Le affida
a chi sa aprire.
La casa.
Il cuore.
La vita.
Il mondo.
Il Regno.
Leggi anche:
D'Ambrosio