Il panorama teologico italiano trova in Andrea Grillo una delle voci più lucide, vivaci e autorevoli nel campo della scienza liturgica e della teologia sacramentaria. Docente presso il Pontificio Ateneo Sant'Anselmo e l'Istituto di Liturgia Pastorale di Padova, Grillo ha dedicato la sua intera ricerca a una cruciale scommessa intellettuale e pastorale: compiere una fedele "traduzione della tradizione", liberando i riti e i sacramenti dalle incrostazioni formali per riconnetterli alla vita pulsante dell'uomo contemporaneo.
Questa profonda sintonia intellettuale spiega il legame di Grillo con il pensiero di Ghislain Lafont, il monaco benedettino di cui è stato non solo collega, ma anche fine interprete. Nel firmare la prefazione a questa nuova uscita di Eucaristia. Il pasto e la parola (Edizioni Sanpino, 2026, pp.224 15 euro), il teologo savonese evita accuratamente l'operazione nostalgia o il semplice omaggio accademico. Al contrario, Grillo ripropone le tesi di Lafont come un antidoto formidabile contro i recenti ritorni al passato e le rigidità clericali che ancora frenano la Chiesa. Rimettere al centro il binomio originario tra la condivisione della tavola e l'ascolto reciproco diventa così un gesto provocatorio e di stretta attualità. Nelle risposte che seguono, Andrea Grillo ci guida alla riscoperta di questa visione, dimostrando come l'eredità di Lafont rimanga una mappa indispensabile per orientare le riforme e il futuro della comunità cristiana.
Tu hai curato la prefazione di questa nuova edizione e hai conosciuto da vicino Ghislain Lafont. Qual è l'eredità più grande, sia umana che intellettuale, che questo monaco benedettino ha lasciato a te e alla teologia contemporanea?
La risposta a questa prima domanda è molto complessa, perché l’eredità che molti hanno ricevuto da P. Ghislain è difficile da sintetizzare. Devo qui ricordare una cosa, che è alle origini del mio rapporto con lui. Lo conobbi la prima volta a Camaldoli, in occasione di una sua conferenza. Ma poi fu lui, la prima volta che arrivai a S. Anselmo, ad accogliermi. Mi portò nella sua stanza, poi pranzammo insieme. Cose semplici, da cui emergeva nitidamente la sua grandezza di uomo, di monaco e di teologo. Da allora, (eravamo agli inizi degli anni 90, alla fine della sua carriera di professore) molte volte ci siamo rivisti, in diverse occasioni. Ma sempre emergeva quel tratto fine, delicato, quasi esile, che si univa alla potenza di pensiero e alla risolutezza della visione. Al momento della sua morte, insieme ad altri due suoi allievi e amici (Stella Morra e Stefano Biancu) abbiamo pensato che il modo migliore per onorarlo fosse continuare a lavorare “con lui”. I suoi libri potevano parlare ancora, soprattutto ai più giovani. Così sono nate le edizioni della “Lectio Ghislain Lafont”, che dal 2022 ogni anni fa memoria di lui mediante un lavoro comune di professori e studenti, per una giornata di studio. La sua produzione, che va dal 1960 al 2019, per quasi 60 anni, resta di una freschezza teologica e sistematica del tutto unica.
Perché ripubblicare di nuovo questo testo? C'è qualcosa nel contesto ecclesiale attuale — magari legato al cammino sinodale o alle resistenze verso la riforma liturgica — che rende questo libro ancora più urgente rispetto a vent'anni fa?
Il libro è la traccia di due o tre intenzioni diverse, ma concordi. P. Lafont ne ha intuito la urgenza già negli anni ‘60, quando lesse per la prima volta il Saggio sul dono di M. Mauss. Lo confessa nelle prime pagine del libro. Così ha coltivato, nei decenni, un desiderio, che ha tradotto in un corso teologico e poi, nel 2001, nel testo che consideriamo e che è stato subito tradotto in italiano, nel 2002, edizione che nel frattempo si è esaurita. Ora un nuovo editore la ripropone, con una nuova revisione della stessa traduzione e una prefazione aggiornata. La cosa sorprendente è che l’idea iniziale è assolutamente originale: provare a comprendere la tradizione teologica mediante le categorie antropologiche di Mauss, ma senza rinunciare allo spessore dottrinale necessario, bensì riformulandolo profondamente. Una operazione che si può paragonare a ciò che nel 1939 fece Guardini e nel 1945 fece Jungmann. In un certo senso si può dire che questo libro propone una nuova fase nella comprensione della tradizione eucaristica all’interno del cattolicesimo. Sebbene il tono possa apparire prevalentemente spirituale, si tratta di un libro di sommo valore sistematico.
Nel libro, Lafont rimette al centro la dimensione del 'pasto' e della 'parola', cercando di liberare l'Eucarestia da una visione puramente sacrificale e formale. Dal tuo punto di vista di liturgista, perché la Chiesa fatica ancora così tanto a percepire la messa come un banchetto comunitario, preferendo spesso un modello rituale rigido e devozionale?
La originalità di Lafont sta proprio nell’uscire da questa contrapposizione tra logiche di pasto/parola e logiche di sacrificio/rito. La sua lettura dell’eucaristia, in effetti, brilla proprio per questo déplacement rispetto alle controversie occidentali moderne, che hanno polarizzato la tensione tra una Chiesa della parola/comunione e una Chiesa del sacramento/sacrificio. Egli si pone al di là della controversia protestante/cattolica. La visione di Lafont rielabora i dati della tradizione, avvalendosi di fonti antropologiche, che mancavano sia a Lutero, sia ai Padri tridentini. Questo gli permette di leggere il “sacrificio” in un modo diverso: come l’atto originario di lode dell’uomo/donna, che si apre al pasto e alla parola come vita di comunione. L’umanità inizia (ed è iniziata) nel pasto/parola: questo vale per la vicenda di ogni singolo, come dei progenitori. Così la scena originaria di Adamo ed Eva e la cena ultima del Signore si corrispondono non anzitutto sul versante del peccato, ma su quello della grazia. In questo consiste la lettura più sorprendete che questo volume propone della tradizione eucaristica: nel mangiare e nel parlare ci realizziamo o ci perdiamo: questa è la storia della salvezza.
Lafont sosteneva che l'Eucarestia non è l'atto solitario di un sacerdote, ma l'azione di tutta l'assemblea. Come può questa teologia eucaristica scardinare alla radice il problema del clericalismo, che anche Papa Francesco individua come una delle malattie più gravi della Chiesa?
Qui sta un punto-chiave non solo di questo volume di Lafont, ma anche dei suoi due ultimi, che in qualche modo ne costituiscono il compimento: sia Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco (2017), sia Un cattolicesimo diverso (2019). A distanza di quasi 20 anni Lafont si rendeva conto, in maniera ancora più acuta, che la comprensione della eucaristia è decisiva per la vita della Chiesa. Per questo faceva di una adeguata teologia eucaristica la condizione per maturare una Chiesa dinamica, aperta e dialogica. Viceversa una Chiesa delle “tre cose bianche” (Ostia, Immacolata e Papa) non ha alcuna possibilità di riforma e si chiude in evidenze mitiche sempre più lontane dalla esistenza concreta. Proprio pochi anni dopo la prima edizione di questo volume, nel 2004, un documento magisteriale invitava a “usare con cautela la espressione assemblea celebrante”. Dal 2004 al 2026 molte cose sono cambiate, ma la teologia eucaristica continua a restare come “paralizzata” in evidenze “moderne”. Lafont ci permette di uscire da queste evidenze, che sono sempre più pericolose, fino al punto di ridurre l’eucaristia a “miracolo eucaristico”. Questa è una delle peggiori radici del clericalismo: separare il corpo di Cristo sacramentale dal Corpo di Cristo ecclesiale.
Il titolo unisce due termini quotidiani: 'pasto' e 'parola'. Eppure, il linguaggio liturgico e teologico reale sembra spesso distante dalla vita della gente comune. In che modo la lezione di Lafont può aiutarci a trovare parole nuove per dire il mistero eucaristico agli uomini e alle donne di oggi, soprattutto ai giovani?
La vera questione mi pare proprio questa: i problemi non nascono dal linguaggio liturgico, ma dalle categorie teologiche con cui lo incaselliamo, lo paralizziamo e lo blocchiamo. Questo inizia dalla traduzione: abbiamo traduzioni troppo timide e troppo fredde. Si consideri semplicemente l’incipit della messa, che in originale latino suona “Dominus Vobiscum”. La traduzione “Il Signore sia con voi” è un congiuntivo quasi di cortesia. La traduzione migliore e travolgente sarebbe “Il Signore è con voi”. Questa è la buona notizia. L’indicativo è molto più forte e fedele al latino di un borghesissimo congiuntivo. D’altra parte le questioni più delicate non riguardano il linguaggio verbale, ma quello “non verbale”. Su quel piano siamo veramente paralizzati. Ed è qui che Lafont ci dà un conforto grandioso quando ricorda che una buona teologia potrebbe essere paragonata ad una “rieducazione” per tradizioni che hanno perduto l’uso dei linguaggi primari.
Se tu potessi scegliere una sola intuizione di questo libro da inserire stabilmente nella formazione dei futuri preti e laici nei seminari e nelle facoltà teologiche, quale sceglieresti e perché?
Sceglierei la provocazione maggiore: ossia che il messaggio più alto che riceviamo dal Signore è mediato dai due gesti primari della umanizzazione: assumere cibo e rivolgere la parola che sono i linguaggi elementari su cui noi siamo umani aperti a Dio e Dio parla ai suoi figli/e prediletti/e: nutrendo e parlando. Le sovrastrutture dogmatiche con cui abbiamo coperto questi due atti elementari oscurano la tradizione e la traviano. Questo non significa che la dottrina non sia preziosa e irrinunciabile, ma deve essere accuratamente riformulata, come chiede il Concilio Vaticano II, fin dal suo discorso inaugurale. A questa riformulazione Lafont ha dato un contributo davvero fondamentale, per profondità come per eleganza.
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Rocchetti