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A Greccio Francesco non “mette in scena” il Natale

seconda domenica dopo natale A

 

Il presepio allestito da Francesco a Greccio, in entrambi i racconti di Tommaso e Bonaventura, è inseparabile dall’ atto eucaristico ed è incomprensibile senza di esso. A Greccio è poca la rappresentazione teatrale, molto il simbolismo sacramentale.

 

 

Francesco, la Messa, la Chiesa

Il riferimento alla Messa (con la precisazione di Tommaso che Francesco, in quanto diacono, non era l’officiante) le lodi del Vangelo e, infine, le manifestazioni mistiche del santo riconducono al problema della legittimità di allestire il presepio – risolto, in Tommaso, dalla dignità diaconale attribuita a Francesco, in Bonaventura dall’approvazione richiesta al Papa ed ottenuta -, perché esso non risultasse solo un «giocattolo cultuale», uno spettacolo eterodosso («Ne vero hoc novitati posset adscribi», precisa Bonaventura), quindi privo del riconoscimento dell'autorità e, quel che più conta, di efficacia sacramentale.

  La discussione sui dati storici (Chiara Frugoni ricorda, per esempio, che il diaconato di Francesco è attestato solo da Tommaso da Celano) non inficia la voluta ortodossia dell’iniziativa del presepio, alla luce dello spirito che, secondo Francesco, deve ispirare la predicazione dei frati, di cui il presepio rappresenta, alla fine, un’ opera sublime.

Francesco nel Testamento  «si pone indiscutibilmente tra i chierici» (Grado Merlo) ma la distinzione tra chierici e laici, per lui, vale solo sul piano liturgico.

Nel Capitolo XVII della Regula non bullata, a proposito «dei predicatori», si esorta tutti i frati alla predicazione  attraverso le opere, stabilendo nel contempo che «nessun frate predichi contro la forma e le prescrizioni della santa Chiesa e senza il permesso del suo ministro». Si vincola il ministro a guardarsi «dal concederlo senza discernimento», senza che «nessun ministro o predicatore consideri sua proprietà il ministero dei frati o l'ufficio della predicazione»Nullus frater praedicet contra formam et institutionem sanctae Ecclesiae et nisi concessum sibi fuerit a ministro suo. Et caveat sibi minister, ne alicui indiscrete concedat. Omnes tamen fratres operibus praedicent. Et nullus minister vel praedicator appropriet sibi ministerium fratrum vel officium praedicationis»).

Il presepe non è una rappresentazione teatrale

La predicazione viene, dunque,  sottratta ad uno sterile conflitto sui poteri di controllo od alla creazione di una casta intellettuale: la doverosa selezione di predicatori all’altezza del compito e in linea con le prescrizioni ecclesiastiche non dovrà tradursi nell’appropriazione indebita o vanagloriosa dei beni spirituali (che appartengono solo a Dio) connessi al ministero ed all' ufficio; e  neanche risolversi nella sottovalutazione del ruolo centrale che, invece, hanno le opere, praticabili da tutti i frati senza distinzione di status, nella testimonianza del Vangelo.

 La novitas del presepio di Francesco non consiste in una volontà di contrasto o di ridimensionamento delle prerogative ecclesiastiche, ma nel desiderio di restituire la Natività al nudo paradosso dell’Incarnazione povera e umile. Questa scelta si poneva in contrasto con la tendenza, già presente, a rappresentare nelle chiese la scena della Nascita mediante tavole dipinte o statue messe sull’altare o vicino oppure il ricorso a sacerdoti o «attori» che impersonavano i personaggi tipici del Presepio (il Bambino, Maria, Giuseppe, angeli, pastori, magi). La rappresentazione francescana ricorda che la visione del Dio incarnato non può essere conquistata attraverso l’illusione della riproduzione antropomorfa della presenza divina, ma solo grazie all’accensione mistica che  renda il fedele (e il sacerdote) capace di contemplare nella «mangiatoia fatta di fango», di cui parla Gerolamo, la verità suprema del Dio che si fa Uomo. Questa essenzializzazione del presepio costituisce il vero merito storico-spirituale di Francesco: non la tradizionale attribuzione al frate dell’«invenzione» della sacra rappresentazione, ma la sconfessione della sua potenziale deriva a spettacolo mondano per valorizzare, invece, la potenza evocativa della sua simbolicità sacramentale.

La voce concorda con la mente, la mente concorda con Dio

Francesco, negli ultimi anni della sua esperienza terrena, nella Lettera inviata a tutto l’Ordine (Epistola toti Ordini missa) ammoniva ed esortava i «fratelli sacerdoti» a celebrare un’unica Messa giornaliera secondo la forma della santa Chiesa, implorando di prestare «tutta la riverenza e tutto l’onore al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo», offrendo «con riverenza il vero sacrificio del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, con intenzione santa e monda, non per motivi terreni, né per timore o amore di alcun uomo, come se dovessero piacere agli uomini»; scongiurava frate Elia, il ministro generale dell’ Ordine, di pretendere che i chierici dicano l’ufficio con devozione, davanti a Dio, non preoccupandosi della melodia della voce, ma della consonanza della mente, così che la voce concordi con la mente, la mente poi concordi con Dio, affinché possano piacere a Dio, mediante la purezza del cuore, piuttosto che accarezzare gli orecchi del popolo con la mollezza del canto».

Il frate nell' oratio «Omnipotens, aeterne deus» aveva inneggiato allo sbigottimento innocente, al tremore misto all’esultanza per «l’umiliazione» del «Signore dell’Universo», capace di nascondersi per la nostra salvezza nel modesto aspetto del pane eucaristico («sic se humiliat ut pro nostra salute sub modica panis formula se abscondat»). L'effusione del cuore davanti al dono integrale che Dio fa di se stesso, la consonantia mentis con lui, prescritte nell' epistola, sono all'origine delle  manifestazioni estatiche di Francesco dinanzi al mistero evocato dal presepio.

L’ardore spirituale del predicatore Francesco

L’esperienza della contemplazione presepiale, guidata dalla predicazione mistica del frate,  provoca in un fedele particolarmente virtuoso che partecipava alla cerimonia (quodam viro virtutis mirabilis) la miracolosa visione del Puerulus, profondamente addormentato nella greppia, che viene destato da Francesco a nuova vita, e attiva nell’assemblea grazie spirituali che rafforzano la gioia e la fede della comunità (Vita, 86-87).

Chiara Frugoni spiega questi effetti della predicazione con l’ abilità di Francesco, in virtù della sua straordinaria capacità oratoria , di risarcire il vuoto della mangiatoia con l’ evocazione incisiva di un’immagine mentale nei partecipanti;  la tradizione dei Compagni del frate, al riguardo, precisa che quella di Francesco non era un’ ars predicatoria o teatrale sapientemente esercitata, ma le sue risorse espressive attingevano la loro forza suasiva dall’ ardore spirituale che le ispirava:  le sue parole non erano vuote, né ridicole, ma piene della forza dello Spirito Santo, capaci di penetrare nell’intimo dei cuori così da stupire e toccare con forza gli ascoltatori. (Leggenda dei tre Compagni, VIII, 25)

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