Il Vetus Ordo è la vecchia liturgia, e il Novus Orso, la liturgia nata dal Vaticano II. L’illusione tenace che le due forme potessero convivere è durata a lungo. Era la convinzione di Papa Ratzinger che si trovava, in questo, sostanzialmente d’accordo con Lefebure. Papa Francesco ha ripristinato la tradizione: quando la Chiesa istituisce nuovi riti, i nuovi sostituiscono i vecchi. Andrea Grillo è uno dei più noti teologi italiani. Gli siamo grati per questa esclusiva.
Il Vetus Ordo è una finzione, o, meglio ancora, una “fiction” che ha un suo fascino innegabile: racconta del tentativo, apparentemente maldestro, di soppiantare una cosa sacra e “di sempre” con la sua versione a misura d’uomo, così perdendo l’essenziale mistero del rito. Questo mito, al quale ha creduto persino René Girard, merita una rivisitazione accurata.
La nascita italiana della fiction
Questa “fiction” avventurosa, con buoni e cattivi, è nata dalla fantasia fertile di due uomini di chiesa ragguardevoli: anzitutto l’Arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri; poi l’Arcivescovo di Dakar e Sinnada, Marcel Lefebvre. Nel primo caso la narrazione nasce applicata alla prima riforma liturgica di Pio XII: ossia alla Veglia Pasquale. Giuseppe Siri inaugura, dopo la Pasqua del 1951, l’argomento che diventerà il cavallo di battaglia di Lefebvre: scrivendo a papa Pio XII dice: se volete fare la riforma della Veglia, portandola dal giorno alla notte, nessuno potrà impedirvelo. Ma lasciate che, chi vuole, continui come prima. Questa è, per quanto io sappia, la versione più antica della teoria che dice: quando la chiesa fa una riforma, chi vuole ha la facoltà di ignorarla.
Non è difficile capire, fin dalla prima versione, il potenziale “anarchico” di questa posizione. Di questo si rese conto lo stesso Giuseppe Siri che non ripropose, venti anni dopo, questo suo argomento, al momento in cui Paolo VI varò la riforma del Messale romano, nel 1970. Anzi, Siri disse che questa riforma vincolava tutti: come era stata vincolante quella di Pio V, ora lo era altrettanto quella di Paolo VI.
La versione francese della fiction
La reinterpretazione della finzione, da parte di Marcel Lefebvre, fu molto più radicale: la riforma non aveva valore e la vera chiesa cattolica poteva celebrare solo con il rito tridentino. Anche Lefebvre chiese a Roma di non essere costretto a cambiare il rito, nonostante la riforma complessiva chiesta dal Concilio Vaticano II e determinata nei primi anni del post-concilio.
Questa fiction, di anno in anno, si trasformò in scontro, sempre più frontale, e portò dritta dritta allo scisma del 1988. L’idea che un Vetus Ordo continui ad essere vigente, mentre la Chiesa di Roma approva e assume un Novus Ordo, diventò la narrazione di una resistenza “fedele”, che assumeva la figura simbolica di un “rito rigido”: solo in latino, senza varianti (se non la alternativa tra messa letta e messa solenne) e con una esperienza rigorosamente clericale della celebrazione.
Il Vetus Ordo era l’immagine caricaturale di una Chiesa “di sempre” che nessuno può sognarsi di cambiare, senza perdere Cristo stesso. Non si vedeva più la natura “moderna” del rito tridentino e la sua componente apologetica.
La versione curiale della fiction
Ma ancora prima che la fiction assumesse i tratti drammatici dello scisma (1988) Roma, in alcuni settori non marginali della curia, aveva fatto propria una buona parte della sceneggiatura.
Già la valutazione, espressa apertis verbis da J. Ratzinger nel 1977, nella sua autobiografia, circa il carattere “tragico” della decisione di Paolo VI di sostituire il Messale tridentino con il Messale del 1970 appare sorprendente: che cosa avrebbe dovuto fare? La tesi è quella di Lefebvre: lasciare camminare insieme al Novus Ordo il Vetus Ordo.
Questo orientamento prende figura nel 1984, in una Lettera Circolare della Congregazione per il culto divino, in cui si concede un indulto ai vescovi che facciano domanda a Roma di poter accordare a gruppi, comunità, istituti, di celebrare non con il rito approvato dopo il Concilio, ma con l’ultima versione del rito tridentino, quella del 1962. Mediante “indulti”, dal 1984 al 2007, la fiction del Vetus Ordo si consolida e trova, non solo a Roma, custodi e protettori. Si può essere cattolici romani, fedeli al papa, senza essere fedeli alla riforma liturgica. Una bella valvola di scarico per rendere vana ogni riforma.
La versione papale della fiction
L’artefice curiale di tutto il trend di recupero della fiction sul “vetus ordo”, J. Ratzinger, nel momento in cui nel 2005 diventò papa Benedetto XVI, non tardò a trasformare ulteriormente la fiction del Vetus Ordo, mediante una invenzione audace. Sostituì le locuzioni Vetus Ordo e Novus Ordo, con le locuzione “forma straordinaria” e “forma ordinaria” del rito romano. Questa operazione aveva la pretesa di cambiare la fiction in senso radicale: con una rilettura di tutto il percorso, dal1962 al 2007, il MP Summorum Pontificum raccontava le cose in modo nuovo, come se fin dall’inizio alla “forma straordinaria”, quella tridentina, si fosse affiancata una successiva, quella vaticana. L’argomento di Siri-Lefebvre, ossia la convivenza di due riti non coerenti, veniva offerta come la soluzione di ogni conflitto.
Eppure, anche in questa fiction, che pretendeva di conciliare l’inconciliabile, diverse cose non tornavano. La presenza, nei due riti del 1962 e del 1970, di lezionari, di calendari, di sequenze rituali non coerenti, iniziavano subito a turbare la narrazione. Tra 1962 e 2007 erano passati comunque 45 anni e non era facile fingere di ignorarli. Tanto che, ben presto, si rivelò necessario dare “spessore storico” al rito del 1962, mediante una “riforma”. Che però era già stata fatta, proprio con la creazione del rito del 1970. Il pasticcio raggiungeva limiti di guardia e la anarchia, garantita dalla Commissione Ecclesia Dei, non poteva impedire che i “fedelissimi” volessero scavalcare all’indietro anche il Messale del 1962...
Il colpo di scena: la fiction del Vetus Ordo non è veritiera
La narrazione di una “vita parallela” tra Vetus Ordo e Novus Ordo, o, secondo il nuovo vocabolario, tra forma straordinaria e forma ordinaria del rito romano, trovò uno stop deciso con il MP Traditionis Custodes, del 2021. Quella idea di Giuseppe Siri, del 1951, arrivava al capolinea con papa Francesco, 70 anni dopo. Esisteva obiettivamente una sola “lex orandi”: quella determinata dopo il Vaticano II, da Paolo VI e da Giovanni Paolo II. Tutti gli ordines, approvati tra il 1969 e il 1988, avevano sostituito i precedenti, che uscivano dall’uso ecclesiale.
Questa narrazione, che a diversi apparve come una “restrizione delle libertà acquisite” era semplicemente il ritorno alla logica della tradizione, così come pensata da Giovanni XXIII e da Paolo VI. In questo senso Francesco era stato semplicemente un “traditionis custos”. Per farlo aveva però dovuto cambiare radicalmente il registro imposto, per 40 anni, dalla influenza di Ratzinger-Benedetto XVI, la cui logica era, sostanzialmente, quella di Lefebvre. La invenzione del Vetus Ordo veniva riportata alla sua radice scismatica: il rifiuto del Novus Ordo era il rifiuto del Concilio Vaticano II, un problema non di disciplina liturgica, ma di dottrina ecclesiale.
Lo scisma del 2026: la fiction si rivela nella sua carica negativa
Se dopo 40 anni di “inseguimento” e di “concessioni”, i lefebvriani tornano ad ordinare, senza mandato papale, altri 4 vescovi, il 1 luglio del 2026, allora è chiaro che la ammirazione per Lefebvre, che traspariva fin dal 1988 in prese di posizione ufficiali della curia romana, chiede oggi una profonda revisione.
Non ha più senso chiedere “più messe in latino e meno sinodalità”. La fiction del Vetus Ordo è uno stratagemma della nostalgia, per bloccare la Chiesa sulla sua figura ottocentesca e scongiurare ogni riforma. Uscire da questa narrazione significa chiedere che tutti celebrino con l’unico rito vigente, il Novus Ordo.
Ognuno potrà trovare la propria dimensione, nell’unico rito, che può essere usato selettivamente, elettivamente, con giusta discrezione. La fiction del Vetus Ordo è una storia di risentimento contro il Vaticano II. Per uscirne dobbiamo accettare la tradizione della Chiesa: quando un rito viene riformato, il nuovo soppianta il precedente. Così è sempre stato, anche se la “fiction” lo racconta come un sacrilegio. Il vero errore è non accettare la evoluzione dei riti come delle comunità ecclesiali. Lo scisma 2.0 ci apre gli occhi: non coltiviamo più sacche settarie di risentimento contro la storia. Le forme più insidiose di questo cattolicesimo risentito sono proprio quelle che appaiono “obbedienti”, ma vogliono celebrare solo nel mito della purezza settaria del Vetus Ordo.
Leggi anche:
Belli