“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”. È un’affermazione celebre che Gesù pronuncia durante l’ultima cena, nel vangelo di Giovanni. È stata citata spesso, in questi giorni, di guerre sempre più ostinate e di una pace sempre più lontana.
La pace “non come la dà il mondo"
I cristiani che cosa danno di originale alla causa della pace? Ma hanno poi qualcosa di veramente “originale” da offrire? Gesù parla di una pace sua, diversa da quella del mondo. Ma che cosa è questa pace e in che cosa è diversa dalla pace del mondo?
Giovanni racconta che, appena dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli, Gesù si commuove profondamente e annuncia: “Uno di voi mi tradirà”. I discepoli, sconcertati, chiedono chi è il traditore. Gesù lo designa silenziosamente a Giovanni e a Pietro dando a Giuda un boccone e raccomandandogli fare subito “quello che deve fare”. Nessuno se ne accorge. Giuda esce e Giovanni annota, con un tocco asciutto e drammatico: “Era notte”. Mentre gli altri rimangono con lui nella luce calda della cena, Giuda piomba nella notte. A questo punto, partito Giuda, Gesù inizia i “discorsi di addio” ai suoi amici, nei quali parla anche della pace, “non come la dà il mondo…”.
La pace e la fratellanza del servizio
L’ultima cena è dominata dall’eucaristia che Gesù “istituisce”, che lascia ai suoi, invitandoli a celebrarla in sua “memoria” (il racconto, come noto, non si trova in Giovanni, ma negli altri evangelisti). Gesù prende il pane, dicono i racconti evangelici e lo spezza. Ci si aspetta che lo porti alla bocca. Invece “lo diede ai suoi discepoli”. Gesù prende il pane non per mangiarlo lui, ma per donarlo agli altri: “prendete e mangiate”. Ma la verità più sorprendente è che quel pane non è più pane: “Questo è il mio corpo dato per voi”, afferma Gesù. Quello che si spezza è il corpo che si dona. Dunque, a partire da quel momento, se qualcuno vorrà essere come lui, dovrà vivere servendo, lavando i piedi ai discepoli, spezzando il proprio corpo per gli altri. La pace di cui parla Gesù è diversa da quella del mondo perché nasce dalla fratellanza e dal servizio e non dalla forza.
L’ultima cena diventa la celebrazione esemplare della pace secondo Gesù. Giuda che non accetta l’idea di un messia rinunciatario, “servitore” fino alla morte, esce e va a complottare con i rappresentanti del potere, quello religioso e quello politico. Il testo evangelico disegna dunque due mondi: quello gelido del potere e quello caldo della cena. Giuda ha deciso di passare da questo a quello: è uscito, mentre “era notte”. Il testo non dice che la pace esiste solo all’interno, nella cena, ma dice come dovrebbe essere la pace, ovunque, anche fuori. “Se volete la pace fuori, sembra dire Gesù, fate ciò che avviene dentro: servite il fratello, lavategli i piedi, spezzatevi per lui, come ho fatto io”.
La gelida logica del potere e della forza
Il primo servizio alla pace da parte del cristiano, dunque, è fare davvero come il maestro, essere un servitore disinteressato. Deve “stare” con lui (i verbi “stare”, “abitare”, “essere con” piacciono molto all’evangelista Giovanni), stare con lui quando è dentro, nella cena, al caldo. Ma deve “stare” con lui quando esce, senza dimenticare il corpo che, là dentro, si spezza e senza dimenticare che là dentro il Maestro ha lavato i piedi ai suoi amici. Si può uscire dal cenacolo, infatti, con l’animo di Giuda, ormai svuotato dei ricordi della cena.
I detentori del potere aspettano, infatti, con molta condiscendenza i cristiani di ieri e quelli di oggi. La loro fede può servire anche se non sono molti e non hanno armi, possono comunque diventare utili. Possono portare qualche bandiera, citare qualche frase della bibbia per giustificare la guerra e la forza, esaltare nelle loro messe la benevolenza dei loro protettori. Uscendo dal cenacolo, insomma, gli amici di Gesù possono dimenticare il caldo da cui sono partiti e accettare la gelida logica del potere, come Giuda.
Il re da burla che fa ridere i potenti
A un certo punto, finita la cena, anche Gesù esce dal cenacolo. Ma va nel Getsemani, molto lontano dai luoghi del potere, e lì “cominciò a sentire paura e angoscia”. Poi lo catturano, lo condannano e lo conducono al “luogo del Cranio”. “Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra”. Così racconta, sobriamente, Marco.
Ecco “il Signore” per eccellenza per il cristiano, re da burla che fa ridere i potenti. Ma, per i suoi discepoli, è il Signore, l’unico Signore, il re, anzi: il re dei re che regna, però, dalla croce. Che strano trono, la croce; che strana corona, la corona di spine; che strano il vestito di questo re che non ha nessun vestito! Si è lasciato sgozzare per noi, l’agnello: così pensano da sempre i cristiani. E pensano che il dono della vita fragile di quell’agnello rende tutti fratelli: dalla croce germina la pace. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”.