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La Chiesa come il Truman show?

circo

 

Nel 1998 è uscito un film che ha avuto un buon successo: The Truman Show. Il protagonista si chiama Truman Burbank, che vive una vita apparentemente normale, ma senza sapere che è il protagonista di un reality show trasmesso in diretta 24 ore su 24. Tutte le persone intorno a lui sono attori e la sua città è un enorme set televisivo. Tutti vedono una vita reale che va in onda di fronte a tutti, ma nessuno ne è davvero parte. O meglio: tutti pensano di avere voce in capitolo, ci si riconoscono, è qualcosa che fa parte della quotidianità degli spettatori, ma a parte il protagonista, tutti sanno che è una finzione

“Sinodo”, “iniziazione cristiana” non sono pervenuti

C’entra qualcosa con la Chiesa? Forse il confronto può essere bizzarro, ma penso possa avere senso. Ieri sera abbiamo fatto la riunione dell’Equipe dell’Unità Pastorale dove vivo: tutti i partecipanti sanno chi è il Papa, il Vescovo, tutti sono venuti a dire il rosario con il Vescovo durante la sua visita pastorale, hanno tutti voluto fare la foto con lui, ma nessuno ne sa nulla della sua lettera pastorale di quest’anno; abbiamo citato il documento sinodale, e nessuno sa che ci sia mai stato un sinodo. La parola “sinodo” è circolata, ma poco più della parola.

Mi sia concesso un secondo aneddoto: in media mi capita almeno una ventina di volte all’anno di parlare di iniziazione cristiana. Perché se ne parla molto: si riflette se sia meglio fare prima la cresima o prima la comunione, se sia meglio un’impostazione catecumenale o mistagogica, se sia da preferire un approccio kerygmatico o esperienziale.

Una sera ho radunato i genitori dei ragazzi che quest’anno riceveranno la prima comunione e la cresima, ho provato a introdurre una riflessione su queste tematiche che circolano nella riflessione, ho parlato una ventina di minuti. Quando ho aperto il dibattito una mamma ha preso la parola e, con una certa naturalezza, ha esordito un discorso sulla tipologia di addobbi, sulla banda e sul rinfresco con: «Grazie don, ora parlerei di cose serie». Nessuno si è particolarmente scomposto: del centinaio di genitori presenti praticamente nessuno ne sa nulla di mistagogie e catecumenati. Sono discorsi per una piccolissima cerchia di persone. Per la maggioranza dei cristiani le cose serie sono il pranzo da prenotare, le bomboniere, la festa per i figli. Diversi (non tutti, ma una buona parte) insegnano a fare il segno di croce ai figli, qualche preghiera, pochissimi li portano anche in chiesa. Kerygma e ordine dei sacramenti, non pervenuti.

I fidanzati “irregolari” sono la regola

Se entrassimo nel discorso “morale sessuale”, le questioni sarebbero molto delicate. Basta andare a un corso di preparazione al matrimonio: io ne frequento diversi da una decina di anni, non ho mai visto una coppia che non conviva. Noi li chiamiamo “irregolari”, ma sono irregolari solo nelle aule di teologia e nei documenti delle congregazioni, perché in realtà la convivenza è la regola. Chi si sposa lo fa tardi, e ovviamente non ho dati oggettivi da esibire a sostegno di quello che sto per dire, vado ad intuito: davvero quella stretta minoranza che si sposa attorno ai trent’anni lo fa da vergini? Non si può dire, ma il sospetto che un giovane o una giovane che non abbiano rapporti sessuali per i primi trent’anni della loro vita abbiano qualche forma di disturbo penso venga a molte persone. Le coppie che si sposano vergini, senza avere mai convissuto e ricorrono solo a metodi contraccettivi naturali credo, con buona probabilità, che abbiano lo stesso tasso di rarità dei quadrifogli; per la stragrande maggioranza dei sedicenti cattolici si tratta di un film che va in onda nei documenti della chiesa.

L’appartenenza è fuori dal Truman Show

Al concistoro sembrava si discutesse di liturgia: ci sono cardinali che fanno pressione sul papa perché permetta di celebrare con il rito antico non più in uso. Il dibattito si è riattivato. Ma riguarda una piccolissima e irrisoria cerchia di credenti: il 10% va in chiesa, la maggioranza di questo 10% ci va senza grossi problemi e apprezza al più un’omelia breve. La stragrande maggioranza di cristiani in chiesa non ci va, e non ci va con grande tranquillità. Ciò che satura il dibattito è un problema che al limite suscita curiosità per i più. Poco altro.

La chiesa è famigliare: uno zucchetto rosso spunta sempre in un evento pubblico di una certa rilevanza, tutti sanno chi è il parroco, se viene eletto il papa tutti guardano la TV. I bambini si mandano in parrocchia, alla festa patronale si partecipa. Proprio come il Truman Show: lo vedono tutti, va in onda sotto gli occhi di tutti, ci si affeziona. Ma quanto all’appartenenza? La vita vera tutti sanno che è fuori dal Truman Show.

C’è una chiesa che va in onda a suon di documenti

Tutti ipocriti allora? Tutto falso? No! Sono prete da 18 anni. Io ne sento molte di dimensioni ecclesiali che non mi appartengono, che mi volano sopra la testa, che non c’entrano nulla con me e la mia quotidianità. Leggo documenti, sento omelie, vengo a sapere di iniziative che mi incuriosiscono, ma che non c’entrano nulla con me. Durante la pandemia ho sentito una chiesa lontana secoli, non ho sentito profeti, ho assistito al più a un parlare vagamento consolatorio, di cui ho fatto parte, e una distanza abissale.

Durante i due terribili anni di guerra genocida a Gaza ho sentito capi della chiesa fare discorsi sempre funambolici per non scontentare nessuno, lontani dal caos e dal dolore che stava accadendo. C’è una chiesa che va in onda a suon di documenti, di equilibri funambolici, di politicamente corretto a cui assisto, la leggo, la vedo, mi incuriosisce come il Truman Show per la gente nel film. Niente di più. E mi sembra di essere in buona compagnia.

Poi c’è una chiesa viva, leggera, a margine

Poi c’è tutto quello che succede a margine: lì mi sento vivo e sento una chiesa viva. A margine, vedo una chiesa viva quando raccolgo due chiacchiere con un giovane che mi dice del suo tormento a vivere e credere. A margine vedo una chiesa viva quando vado a casa di amici che provano a raccontare un volto umano di Dio. Saranno pure irregolari, ma le coppie che incontro nei corsi pre-matrimoniali mi fanno vedere vitalità, anche se marginale. Sento viva la chiesa quando prego con i bambini che di mistagogia ne sanno poco, ma lì accade Dio.

Sento la nostalgia di una chiesa più leggera, meno politicamente corretta, più sporca, imbastardita dalla vita. Vedo frustrazione, perché spesso i cristiani che vivono la vita di tutti i giorni rischiano di percepire la chiesa come qualcosa di distante anni luce. Vedo parroci arrabbiati perché talvolta sentono un apparato dirigenziale della chiesa che ragiona sui massimi sistemi, e non sentono mai a casa i loro di problemi. La vedo a margine però una chiesa viva.

Mi piace fare ironia su ciò che mi sembra un castello di parole. Vedo il Truman Show. Ne percepisco la distanza. Provo ad abitarla. Dove riesco, a renderla un po’ feconda.

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Zanchi

2 commenti

  1. Verissimo. è bello avere preti che ci riportano con i piedi per terra…ne abbiamo bisogno, così come quelli che ci fanno volare in alto, senza accontentarsi di ciò che è la realtà. Serve trovare un equilibrio tra Spirito e Vita perchè i due si contamino sempre più. è il cammino… l’inquietudine, che anima tutti quelli che sono vivi e si sentono parte della Chiesa. Purtroppo quando diventiamo erogatori di servizi cadiamo in attività (spesso impegnative) che ci consumano. I percorsi fidanzati ad esempio, a chi li proponiamo? perchè quello che dici è vero, ma di solito aspettiamo che le coppie si facciano avanti. Amoris Laetitia era stata chiara in merito, ma siamo lontani dal metterlo in pratica. A volte da servitori di Cristo diventiamo servitori di un apparato istituzionale (sempre tutto gratis ovviamente). Ogni tanto servirebbe staccare per essere più critici su quello che facciamo, imparando a non dare mai per scontato quello che facciamo. Che ne pensi don Manuel?

  2. Carissimo don Manuel condivido sostanzialmente ogni sua parola. Queste sue riflessioni sono il motivo per il quale, io, catechista da più di 40anni, impegnato in servizi pastorali parrocchiali, vicariali (tra i quali i percorsi per fidanzati) e diocesani e non da ultimo aderente all’Azione cattolica, ho deciso di mollare tutto … di uscire da una rappresentazione teatrale che mi andava sempre più stretta. Ora nella ricerca di dire “Dio” con parole diverse sono approdato al MEIC con il quale si cerca il “Bene” tra le vie del mondo, privilegiando la cultura e il pensiero. Certo una Chiesa che non sa dire una parola nuova su donne, sessualità e famiglia; sempre cauta (a volte al limite della connivenza) nel denunciare le ingiustizie, la violenza fisica e del pensiero; una Chiesa nella quale l’opportunità dell’Ecumenismo e del dialogo interreligioso è solo parola per addetti ai lavori o relegata in seppur importanti eventi estemporanei; ancora una Chiesa che non riesce a fare proprie in modo convincente le parole della “Laudato si” e della “Fratelli tutti”; è una Chiesa che sta perdendo diversi treni … sta perdendo occasioni di manifestare il Bene che il Padre vorrebbe attraverso noi condividere.
    In conclusione mi permetto solo di farle una piccolissima osservazione: non parli di “metodi di contraccezione naturale”, perché è una contraddizione intrinseca. Si può e si deve riproporre, perché c’è del buono, la regolazione naturale della fertilità, che risponde non tanto a criteri morali che devono, anzi, essere rivisti, ma ad un sentire di rispetto profondo del proprio e dell’altrui corporeità. Risponde alla richiesta, a mio avviso, di quella “ecologia integrale” coniata da Papa Francesco, che parte proprio dal rispetto di sé e del proprio corpo. In questo senso credo che la regolazione naturale della fertilità, abbia ancora l’opportunità di essere proposta. Grazie.

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