Il prete, la crisi, la Chiesa. Tentativo di sintesi

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La Chiesa e le sue strutture vanno interamente ripensate. Non basta qualche aggiustamento in rapporto alla figura del prete. Questo è ciò che è emerso dal dibattito sul nostro blog. Don Goffredo Zanchi è stato docente di storia della Chiesa nel seminario di Bergamo

Daniele Rocchetti ha richiamato un tema ben presente nella coscienza della comunità ecclesiale sia a livello nazionale che diocesano, un tema che finora ha prodotto più preoccupazioni e critiche, che riflessioni adeguate e iniziali proposte per alleviare il disagio.  

La figura del prete. Un lungo sforzo di ripensamento

Qui a Bergamo figura tra i temi sinodali su cui la diocesi è chiamata a discernere in questo secondo anno.  I temi sono cinque e riguardano: la famiglia, l’educazione alla fede e la formazione cristiana nelle comunità, la figura del prete, la corresponsabilità e le strutture materiali. A questi temi sono impegnati i gruppi di discernimento che si sono costituiti a livello parrocchiale e di Unità pastorali, dei Consigli Presbiterale e Pastorale e dell’associazionismo cattolico.  

Riguardo alla figura del prete è particolarmente interessato il Consiglio Presbiterale. Questo lavoro di discernimento dovrebbe essere presentato alla fine dell’anno pastorale, cioè nella primavera dell’anno prossimo all’ultima riunione del Presbiterale, ormai prossimo alla scadenza e da rinnovare. Si tratta di un primo lavoro che può risultare utile se riesce anche solo a fare il punto della situazione e ad elencare con lucidità i problemi che assillano al presente la categoria sacerdotale. L’intervento più adeguato dovrebbe essere quello del Presbiterale per ovvi motivi di categoria e di competenza. 

La figura del prete. I “gruppi di discernimento” chiamati a riflettere

E’ facile prevedere che ciò che emergerà dai gruppi di discernimento saranno per lo più delle richieste e delle indicazioni più varie che avranno bisogno di una ripresa per una lettura sistematica della ridefinizione del ruolo del presbitero, che non può essere pretesa da un confronto di gruppo di fedeli. Questo lavoro è previsto nella terza fase del Sinodo della Chiesa Italiana, la fase profetica implicante le scelte. Questo terzo gradino non dovrebbe però essere addotto a giustificazione di un minore impegno dei gruppi di discernimento. Sarebbe anzi auspicabile, se non è stato fatto, che i partecipanti ai gruppi di discernimento della nostra diocesi, riguardanti la figura del prete, fossero preparati con qualche incontro preliminare per un aiuto alla comprensione dei problemi inerenti alla questione per offrire alla seconda fase, quella sapienziale, un contributo il più possibile qualificato e meno aleatorio. 

Emergenza storica che tocca l’intera comunità ecclesiale

Voglio sottolineare che quella odierna non è una semplice riorganizzazione del ministero presbiterale a livello puramente pragmatico: la comunità ecclesiale si trova davanti ad un’emergenza storica, che esige un ripensamento radicale del modello di comunità ecclesiale nel suo insieme e nelle sue articolazioni nazionali e diocesane. L’opportunità di una maggiore consapevolezza collettiva, di clero e laicato, della posta in gioco è un dovere per tutti, premessa indispensabile per l’accoglienza e la realizzazione delle scelte della terza fase.

Il modello tradizionale ha funzionato. Dall’inizio del Novecento si è imposta una mutazione di mentalità che chiede un ripensamento totale

La comunità dei professori di teologia ha preparato un lavoro nel 2022, La missione ecclesiale nello spazio urbano, dove i vari contributi offrono un aiuto per un’analisi non superficiale della situazione. Se è lecita una citazione personale, nel saggio storico sulla parrocchia descrivo il modello tradizionale che, anche grazie alle sue strutture, era riuscito ad assicurare la trasmissione della fede con un linguaggio e contenuti adatti alla mentalità del tempo e che sapeva celebrare con riti capaci di dare significato al vissuto ed alle tappe principali della vita. Dall’inizio del Novecento si è imposta progressivamente una mutazione di mentalità e di costume, che esigono un ripensamento globale della trasmissione di fede, della sua celebrazione e della conseguente testimonianza nel mondo di oggi. Si tratta di prendere coscienza della ineluttabilità di un processo che conduce alla parrocchia missionaria, un fatto scioccante, come avvenne in Francia dopo la II Guerra Mondiale con lo slogan “Francia paese di missione”. Gran parte del disagio del prete dipende dalla mancata elaborazione di questo modello e dal sopravvivere di parti significative del modello di cristianità, con il peso insostenibile di strutture e di compiti, che distolgono il prete dal ruolo fondamentale di pastore, di guida e di formazione delle coscienze.

Papa Francesco e le sue encicliche. Il card. Martini, nuovo san Carlo

Rifacendomi alla fase sapienziale, che caratterizza la seconda fase, voglio richiamare un aspetto, che mi pare generalmente assente, ma che non può essere dimenticato dal sottoscritto: oltre al presente, su cui è volta principalmente l’attenzione, occorre tener presente l’esperienza storica del passato, almeno quella del passato prossimo. Per questo richiamo tre punti di riferimento magisteriale, il primo del presente, riguardante la Chiesa universale e due del passato prossimo, che riguardano più direttamente la nostra diocesi.

Il primo riferimento è papa Francesco con le sue principali encicliche: Evangelli gaudium, Amoris Laetitia, Laudato sì con Laudate Deum,  Gaudete et exultate, Christus vivit [per la pastorale giovanile], Fratelli Tutti. Essi indicano i temi e le modalità dell’annuncio cristiano, con utili indicazioni pastorali per l’edificazione di una comunità cristiana in un contesto ormai missionario.

Come secondo riferimento magisteriale indicherei il cardinale Martini. Per motivi di studio ho dovuto rifarmi recentemente ad alcuni suoi scritti, tra cui i piani pastorali. Penso che costituiscano ancora un punto di riferimento per capacità di lettura del nostro tempo, per i problemi della fede, e per le utili indicazioni pastorali. Trattano anche del problema del prete in un mondo secolarizzato, delle difficoltà e dei possibili rimedi. Una loro ripresa sarebbe ancora di grande utilità. 

A me dà l’impressione che Carlo Martini sia stato, almeno in parte, quello che fu S. Carlo ai suoi tempi

Il cardinal Martini non fu del tutto compreso ai suoi tempi e giudicato troppo avvenirista. Penso che in molte cose il tempo gli abbia dato ragione. Perciò una rilettura della sua opera risulterebbe vantaggiosa per la scoperta di indicazioni e di cammini ancora di attualità. Le sue riflessioni sulle difficoltà del prete oggi potrebbero fornirci del materiale interessante. Purtroppo, oggi si cade frequentemente nell’errore di affrontare un problema senza tener conto di chi lo ha già affrontato prima di noi: riteniamo di essere i pionieri di una nuova era. I più avveduti pastori del passato hanno tenuto conto dell’esperienza di chi li aveva preceduti, si sono messi su una strada già avviata ed hanno cercato di continuarla. 

Pensiamo all’apporto specifico di Martini per la conoscenza biblica come momento imprescindibile per la formazione cristiana e all’esperienza della Lectio divina, per la preghiera, che è una delle cinque stelle del nostro programma diocesano, oggetto anch’essa dei gruppi di discernimento. A me dà l’impressione che Carlo Martini sia stato, almeno in parte, quello che fu S. Carlo ai suoi tempi. Il Borromeo fu il fondatore della moderna chiesa locale, della diocesi e della sua articolazione parrocchiale; Carlo Martini, consapevole dei tempi mutati, è stato l’iniziatore di un enorme lavoro pastorale dii carattere nuovo, sulla base di progetti non improvvisati, ma lungamente pensati in modo organico, mai astratti perchè seguiti da tentativi di attuazione pratica. 

Il Sinodo Diocesano

Il secondo riferimento locale al passato prossimo è il nostro Sinodo Diocesano attinente alla parrocchia. L’assenza di interesse come possibile aiuto per il ministero del prete di Bergamo è deprecabile e poco rispettosa verso la comunità diocesana che ha tanto investito e riflettuto sull’evento ecclesiale più importante del periodo post-conciliare.

Si tratta di riconsiderare un cammino per verificarne l’attuazione e l’opportunità di raccogliere stimoli; giungendo magari alla conclusione che la sua dimenticanza o scarsa considerazione è stata all’origine di ritardi che hanno contribuito a peggiorare i disagi attuali.    

I documenti proposti. Limiti di impostazione

Quanto esposto ci porta ad un’ultima conclusione, un po’ ironica, ma che ci permette di collocare nel posto che merita il problema della parrocchia e quello annesso del prete nell’ambito dell’ordinamento scelto dalla diocesi. 

Il prete, lo Statuto delle CET (Comunità Ecclesiali del Territorio) e le sue ambiguità

Senza esagerazione si potrebbe osservare che esso costituisce la quinta terra esistenziale da porsi accanto alle quattro previste nella riforma delle CET. Essa è la prima per importanza perché dal suo funzionamento dipendono le altre quattro. Non aver dato rilievo a questo aspetto è a mio parere il grosso limite dello Statuto circa le comunità ecclesiali territoriali: la comunità cristiana va considerata in se stessa, nei suoi elementi costitutivi, trasmissione e formazione alla fede, celebrazione liturgica e testimonianza. Lo Statuto tratta della comunità ecclesiale in parte nelle Finalità specifiche: responsabilità laicali, iniziative formative, culturali e pastorali, le forme di annuncio, accoglienza ed accompagnamento; in parte nelle terre esistenziali come la catechesi [I Terra], che suppone la riflessione teologica nelle sue elaborazioni più alte per l’annuncio del Vangelo; il dialogo con le altre religioni [II Terra], e la liturgia [ IV Terra]. Queste sono le esperienze fondamentali della vita ecclesiale che vanno trattate in se stesse unitamente al prete, che ne è il primo responsabile. Sembra nello Statuto le dimensioni ecclesiali siano date come assodate e sicure, mentre è su di esse che è urgente discutere.

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