Un vescovo in prima linea, appassionato del Vangelo, con la schiena diritta e parole ferme contro la guerra e le mafie, dalla parte degli ultimi, in particolare dei migranti, spesso in polemica con i “potenti”: Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, morto nei giorni scorsi a 92 anni
Quando passa un profeta
Oggi la Chiesa affida al Padre un uomo che il Vangelo non lo ha spiegato soltanto: lo ha abitato. Fino in fondo. Senza ridurlo, senza proteggerlo, senza addomesticarlo. Oggi la nostra assemblea è avvolta da un silenzio che non è assenza, ma ascolto. È il silenzio che si fa quando passa un profeta".
Sono le parole commosse del vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, al funerale del vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, morto nei giorni scorsi all’età di 92 anni. Un vescovo in prima linea, appassionato del Vangelo, con la schiena diritta e parole ferme contro la guerra e le mafie, dalla parte degli ultimi, in particolare dei migranti, spesso in polemica con i “potenti”.
"Non si limitava a gridare la pace"
Friulano d’origine, ha esercitato l’intero ministero episcopale in Campania, prima nella diocesi di Sessa Aurunca, dove si era insediato nel 1982, e poi in quella di Caserta, dal 1990 al 2009, quando ha lasciato l’incarico per sopraggiunti limiti di età. In entrambe le diocesi “ha saldato il cielo con la terra. Non ha mai lesinato un intervento: non si limitava a gridare la pace, ma si impegnava a costruirla quotidianamente insieme agli altri». (Salvatore Cuoci, tra i fondatori del Comitato don Peppe Diana).
Dormendo assieme agli operai che occupavano le fabbriche per difendere il proprio posto di lavoro, sposando la causa dei cittadini che si battevano per avere un ospedale, aprendo diverse case accoglienza per i migranti e favorendo iniziative come Casa Rut a Caserta, la struttura delle suore Orsoline nata per accogliere donne costrette alla vita di strada.
“Non è passato oltre. Si è fermato"
Don Mimmo nell’omelia ha poi aggiunto:
In questa terra ha incrociato volti feriti, storie spezzate, esistenze rese fragili dalla violenza e dall'abbandono. Vittime della camorra, famiglie piegate dall'illegalità diffusa, donne schiavizzate e ridotte a oggetti di mercato, giovani privati del futuro prima ancora di poterlo sognare, migranti in cerca di un nome, di una casa, di una possibilità di vita degna. Davanti a questi volti non è passato oltre. Si è fermato. E davanti a tutto questo non ha scelto il silenzio prudente, quello che tutela la tranquillità e salva le apparenze. La sua lotta contro la camorra nasceva dalla convinzione profonda che il Vangelo è incompatibile con la violenza, con la paura, con ogni forma di dominio sull'altro. Per questo ci ha messo la faccia quando si trattava di difendere don Peppe Diana in vita e di custodirne poi la memoria, sottraendola a chi voleva calpestarla. Sapeva che la criminalità organizzata non distrugge solo l'economia o il territorio, ma lentamente corrode le coscienze, abitua al compromesso, spegne il senso del bene e del male.
Lo scontro con la politica
Non solo: mons. Nogaro ha fatto della pace il centro del suo magistero. Nel 2001, all’indomani del voto parlamentare che approvò l’intervento militare italiano in Afghanistan, affermò che i cristiani devono sempre schierarsi contro la guerra e biasimò i parlamentari cattolici che si erano espressi a favore. L’episodio scatenò un duro botta e risposta con il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga. Dopo l’attentato alla base italiana dei carabinieri a Nassirya, in Iraq, che costò la vita a 17 militari e 2 civili, mons. Nogaro pronunciò un’omelia nella quale invitò a evitare la retorica bellica dell’eroismo. Anche in quel caso le sue dichiarazioni generarono diverse polemiche nel mondo della politica, in particolare da parte dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, rispedite al mittente come “ignobile strumentalizzazione”.
Per tutto questo, don Mimmo non ha avuto dubbi nel chiamarlo profeta.
Anche per noi, suoi confratelli, e per tutta la Chiesa. Non ha mai parlato contro la Chiesa, ma sempre per la Chiesa, soprattutto quando rischiava di smarrire la radicalità evangelica. La sua parola, talvolta scomoda e incompresa, nasceva dalla passione per una Chiesa più povera, più libera, più credibile, non clericale, non maschilista, più fedele al sogno del Maestro di Nazareth. Una Chiesa che non benedice la guerra ma piange le vittime. Una Chiesa che non teme di perdere potere pur di restare fedele al Vangelo. Una Chiesa capace di abbandonare i segni del potere per assumere il potere dei segni, come ripeteva il suo grande amico don Tonino Bello.
Il ricordo di Roberto Saviano
Roberto Saviano così l’ha ricordato su Facebook
Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, non c’è più. Non sono credente, eppure l’espressione “è tornato alla casa del Padre” con lui smette di essere formula. Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava: aprendo porte, togliendo muri, facendo spazio agli ultimi.
Ha sostenuto il Banco Alimentare e progetti di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, mettendo al centro la dignità e la solidarietà. Quando esplose la tragedia dei braccianti migranti nelle campagne del Casertano, e soprattutto dopo la morte di Jerry Masslo nel 1989, Nogaro non si limitò a parole di circostanza. Rifiutò la narrazione dell’“emergenza immigrazione” e sottolineò l’urgenza di diritti, integrazione e umanità per chi lavorava duramente nelle campagne, denunciando condizioni disumane e ponendo l’accento sui diritti come base per lavoro, pace e crescita. Quando l’incendio del “ghetto” di Villa Literno attirò l’attenzione pubblica, lo definì persino un “incendio di Stato”, denunciando lo scarso impegno istituzionale nell’affrontare la questione.
La sua fu una Chiesa che non restò in silenzio. Sempre in prima linea, Nogaro denunciò la camorra e le sue connessioni sociali, criticando corruzione e silenzi compiacenti, e ritenendo che la neutralità ecclesiastica fosse spesso sinonimo di complicità. Dopo l’omicidio di don Giuseppe Diana, sacerdote antimafia ucciso dalla camorra, Nogaro scelse senza esitazione di schierarsi, trasformando quella tragedia in appello pubblico e impegno civile anziché in commemorazione sterile.
Chiese alla Chiesa di smettere di essere fortezza e tornare a essere casa: casa accogliente, casa che non chiede documenti all’ingresso ma responsabilità e libertà nel cuore di chi la abita.
Se una casa del Padre esiste, lui ci arriva da chi ha imparato, qui, come rendere abitabile il mondo.