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Il parroco “creatore” che fa nuove tutte le cose. Luci poche, ombre molte

I nuovi parroci fanno la loro "entrata" nella nuova parrocchia. Capita che il nuovo parroco butti per aria tutto quello che il vecchio parroco aveva fatto. Il vecchio parroco, infatti, non aveva capito niente. Ma il nuovo parroco "creatore" non capisce a sua volta una cosa molto semplice: che la parrocchia esisteva prima di lui e che continuerà ad esistere dopo

 

 

Feste di saluti e feste di accoglienze

Sono giorni di saluti, partenze e nuovi arrivi, questi, per molte nostre comunità. Dopo gli annunci, risalenti ai mesi scorsi, dei trasferimenti dei sacerdoti da una comunità all’altra, in queste settimane le parrocchie salutano il parroco che vi ha prestato servizio e accolgono il nuovo pastore.

Sono momenti belli e molto forti; è difficile lasciare comunità dove ci si trova bene ed è commovente vedere la bontà che la gente ha ancora verso noi preti, riconoscendo l’impegno e la dedizione, andando oltre i nostri limiti e gli errori che, come ogni uomo, commettiamo nel nostro operato.

Arriva il parroco demolitore. Non va bene nulla, bisogna cambiare tutto

Tra le tipologie di parroci che possono capitare nelle nostre comunità, mi soffermo su quella che, personalmente, non mi convince. Non dico sia sbagliata, perché ognuno esercita il ministero come riesce, come può e certamente come vuole: semplicemente, è una modalità che non mi sentirei di replicare, perché non la reputo buona per il bene delle comunità cristiane.

È lo stile del parroco “creatore”. Chiamo così quella modalità di entrare in una nuova comunità con l’atteggiamento di chi ritiene di dover fare una “creatio ex nihilo”. Arriva il nuovo parroco e trova il nulla, perché nulla è stato fatto prima di lui (ovviamente, secondo lui…). Così, dopo i riti solenni dell’ingresso, la prima operazione del sacerdote, una volta preso atto che non c’è il nulla, ma c’è qualcosa e che quel qualcosa ovviamente non va bene, è quella della demolizione.

La demolizione inizia con la constatazione che quella parrocchia è un disastro. Caspita, non va proprio bene nulla. La liturgia non va bene… il predecessore doveva essere un protestante, la catechesi non va bene e chissà quanti bambini ha rovinato condannandoli all’eterna dannazione, l’economia non va bene perché le persone che collaborano sono incompetenti e non sanno scegliere i migliori fornitori (che vengono immediatamente sostituiti con quelli che il sommo sacerdote aveva nella parrocchia precedente), la pastorale giovanile è una scena desolante di devastazione… perché chi c’era in oratorio era incapace, non faceva pregare e non sapeva tenere gli adolescenti e il gruppo giovani.

Il salvatore della parrocchia

Insomma, quel povero parroco deve proprio ripartire da zero! Che il vescovo gli voglia male? Ma no, assolutamente! Al contrario, il vescovo, tremendamente preoccupato per le sorti di quella povera comunità, ha scelto il meglio, l’unica persona che “ribaltando tutto”, riprendendo in mano da capo parrocchia e oratorio, può salvarla. Ma non siamo già salvati in Cristo? Ma sì, ma quelle sono cose da libri di teologia, bisogna solo dirle queste cose, non serve crederci.

E pensare che quel disastro di parroco predecessore qualche libro lo apriva… e qualcosa aveva pure capito di teologia, di liturgia, del Concilio... un pochino studiava. Beh, ma lui aveva tempo da perdere, con quello stile un po’sessantottino... non passava le giornate a (s)parlare con le persone lui… non era proprio capace.

"Il parroco sono io"

E se qualcuno osa dire qualcosa al sommo sacerdote, creatore di tutto ciò che di buono esiste? Ah sì, dimenticavo di scrivere che, solitamente, già dopo un anno, ribaltato ciò che si poteva ribaltare, eliminati con garbo i collaboratori precedenti più pericolosi, il parroco creatore, alla domanda di come vadano le cose in parrocchia, risponde e risponderà sempre “molto bene”.

Beh, è chiaro! Ha fatto tutto lui, che come il leggendario re Mida, trasforma in oro tutto ciò che sfiora. Chi oserebbe contestare colui che è non il sesto, ma il primo “tra cotanto senno” e di così grande maestria? Beh, chi ci provasse avrà la sua risposta: “Il parroco sono io”. Benissimo: “Roma locuta, causa finita”. Il parroco ha ragione, perché è il parroco.

Il rischio di perdere le persone. E di perdere il Vangelo

Ora, una piccola nota a margine. Il fatto che ciascuno, giungendo in una comunità, porti il suo stile è cosa buona. Ciascuno ha, appunto, la sua fede, il suo modus operandi, la sua cultura, la sua spiritualità, le sue sensibilità, il suo modo di incontrare le persone e costruire relazioni. È così e non può essere altrimenti.

Tuttavia, resto convinto del fatto che quando un prete mette al centro se stesso, il suo pensiero e il suo stile, fosse anche eccellente, rischia di perdere la storia di una comunità, che lo precede e che continuerà dopo di lui. E se si perdono le persone di quella comunità, si butta via il Vangelo e si perde il Signore, che ci si illude di seguire mentre si sta soltanto idolatrando la propria immagine.

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