Le parrocchie dopo la pandemia

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Mentre si allenta sempre di più la morsa della pandemia tentiamo nelle nostre parrocchie di guardare al futuro.
Abbiamo ricominciato a programmare, a riempire le date e forse ci siamo chiesti tutti quanti come fare,
su cosa puntare, come “ripartire” a seguito di quanto abbiamo vissuto

Le parrocchie dopo la pandemia. Cosa abbiamo imparato non lo so, ma sono sicuro che in tutti o in molti è scattato soltanto il desiderio di tornare a riempire, a “fare” come prima, con l’obiettivo di colmare dei vuoti che si sono creati per ovvi motivi.

La pandemia ha sbattuto in faccia debolezze di parrocchie e oratori

Comunque vada, in qualche modo, si naviga, spesso a vista (finché la barca va lasciala andare)

Ci stiamo tutti accorgendo, specialmente nelle nostre comunità, che niente è più come prima e il tempo della pandemia ci ha messi a dura prova e ci ha sbattuto in faccia le debolezze che da tempo ormai abitano le parrocchie e gli oratori. Lancia in resta abbiamo ripreso le nostre “battaglie” ma con le armi di sempre perché fatichiamo a trovarne altre.

Ascoltiamo e leggiamo chi ne sa più di noi. Qualche illuminato tratteggia strade nuove, percorsi nuovi. Tra preti e tra impegnati nelle comunità continuiamo ad essere in balia di venti contrari o di risacche o di calma piatta. A volte il vento è a nostro favore certamente. Ma quanta fatica! E comunque vada, in qualche modo, si naviga, spesso a vista (finché la barca va lasciala andare).

Il vero problema è che non si sa su cosa puntare, anche se la meta per una comunità cristiana è sempre ben chiara. Ma il come raggiungerla resta sempre un bel punto di domanda. Ogni passo che facciamo è sempre un po’ traballante tra il rischio di osare passi nuovi e la sicurezza che invece ci regalano i passi già fatti fin qui!

Più lab-oratori che oratori e il passato che pesa

In particolare nei nostri oratori ci siamo ritrovati in una quindicina di anni a ribaltare continuamente le strategie per non perdere la nostra vocazione, per non annacquarci e insieme per non “buttare via” ciò che di bello si è sempre costruito in fatto di proposte. Iniziative, percorsi… Ormai non siamo più oratori ma lab-oratori che spesso si rivedono e si ripensano!

Ci sono però, alcune costanti oltre alla sensazione che mi pare di intravedere e non tutte sono negative e pessimiste. Anzitutto che la fatica maggiore, è percepita sempre di più in comunità non necessariamente piccole ma evidentemente più “stanche”. Così come è percepita nelle situazioni con un glorioso passato che pian piano per molti motivi si esaurisce nel presente.

Un’ altra costante che mi sembra di notare è che invece le comunità che ancora “viaggiano bene” rischiano di non porsi troppi problemi. E rischiano anche di non guardare ad un futuro troppo roseo percepito ancora come molto lontano. Di conseguenza si evita di interrogarsi perché tutto regge ancora e i numeri ci sono.

Altra costante è che le parrocchie che hanno “perso” il curato dell’oratorio specialmente nella nostra diocesi faticano più di altre. Infine si nota che scelte pastorali troppo audaci o troppo al ribasso rischiano di spegnere velocemente ciò che ancora c’è di luminoso. Oppure allontanano nel giro di breve tempo i più!

Le parrocchie contano ancora. A una condizione

In una parola quello che continua a contare è “l’esserci” non solo dei preti ma di tutti.

Mi pare che, per ora, l’unica “salvezza” se così si può definire, nelle nostre realtà ecclesiali sia quella di sempre e che non perde mai di smalto: la relazione tra le persone, i buoni rapporti, la vicinanza a chi soffre, la disponibilità. In una parola quello che continua a contare è “l’esserci” non solo dei preti ma di tutti. Questo rende le comunità parrocchiali terreno ancora fertile anche se “piccolo”.

Queste attenzioni che sono lì da sempre sono però  assolutamente da coltivare. Forse sono proprio queste la medicina per ciascuno di noi, preti e laici, che permetteranno di individuare ancora nuove strade e percorsi. Attraverso le relazioni buono sarà ancora possibile mostrare nel nostro tempo il volto di Cristo e il volto buono della Chiesa. E’ la Chiesa che “si sporca le mani”, che sosterrà continui esercizi di fiducia e di profezia.

E questo, forse, proprio a partire dai nostri oratori che sarà meglio continuare a tenere aperti. E non cominciamo a pensare che siano oggi inutili o secondari. Anzi, potrebbero essere proprio gli oratori a darci l’immagine vera del tempo che stiamo vivendo con le sue luci e le sue ombre e a fornirci la chiave necessaria per leggere i bisogni e individuare le strade!

I piccoli orticelli sono la nostra rovina

Non ho soluzioni in tasca belle e pronte come potete capire, non ho certezze incrollabili e cerco ostinatamente di non avere visioni univoche riguardo al “cosa fare”. La mia riflessione è certamente limitata alla mia semplice esperienza di prete e curato d’oratorio che cerca di darsi da fare con le persone che ha accanto.

Auguro a me e a tutti allora di osare con fiducia ponderando però bene le scelte all’interno delle nostre comunità parrocchiali, nei nostri Oratori. E tutto questo attraverso maggiore corresponsabilità, attraverso alleanze educative significative. Non è possibile agire da soli, è necessario agire in “rete”, forse a partire proprio dalle esperienze parrocchiali e oratoriane che abbiamo accanto… E, per favore, basta campanilismi, piccoli orticelli e talebanismi di ogni sorta. Dài… sono la nostra rovina!

 

 

 

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