Search on this blog

Pasqua cristiana in terra ebraica

agnello

 

Dalla Pasqua celebrata insieme, alla distinzione, al ricupero di valori comuni. La storia delle due Pasque, quella ebraica e quella cristiana, è complessa e interessante. Oggi resta l’amarezza di una distanza che non si riesce a colmare anche sulla base di valori minimi condivisi.

 

 

All’inizio ebrei e cristiani celebravano la pasqua insieme

Ci fu un tempo in cui, nella prima comunità cristiana di Gerusalemme,  Ebrei e Cristiani nel tempo pasquale salivano entrambi al Tempio a celebrare la festa. Gli storici della Chiesa antica constatano infatti che il distacco dei Cristiani dalla Pasqua ebraica fu prima un fatto interiore, celebrato “in spirito e verità”, e sopo più tardi divenne anche rituale, secondo una festività propria. Certo, questa non tardò a nascere autonoma, perché i Cristani ebbero da subito coscienza che la Pasqua ebraica dell’Esodo e dell’attesa del Messia per loro era superata dal ricordo della Pasqua recente consumata da Gesù e con Gesù e dall’attesa della Sua venuta finale.

La prima era Pasqua di liberazione dall’Egitto e attesa della nuova liberazione nel tempo da parte del Messia venturo, la seconda era Pasqua di resurrezione dal peccato e dalla morte operata dal Messia già venuto e che tornerà a instaurare il Suo regno alla fine dei tempi. Il discrimine era il Messia (futuro o già venuto); la azione (secolare o eterna); il contenuto (liberazione tra le genti con la potenza della forza o liberazione in spirito di carità e verità con la resurrezione).

La pasqua come “patire” e la pasqua come “passaggio”

Il carattere del Cristo che patisce fu a lungo quello che caratterizzò la Pasqua dei Cristiani, che si basarono sulla falsa etimologia di Pasqua come legata al verbo greco pàschein (patire), mentre il termine Pasqua, che è originariamente ebraico, significa “passaggio”: quello del mar Rosso e/o dell’angelo che scavalca le case degli Ebrei in Egitto risparmiandone i figli.

I Cristiani sottilineavano la Pasqua-passione perché Cristo trionfò morendo non uccidendo, come dirà S. Agostino. E anche quando – in ambiente prima alessandrino e poi latino (con Gerolamo, Ambrogio e Agostino) - essi accolsero l’idea, filologicamente più corretta, di Pasqua-passaggio, mai venne meno il senso del Messia sofferente; e questo patire divenne il faticoso sacrificio di attuare, senza trionfalismi terreni, la Pasqua-passaggio, cioè quella salvezza che sta nel passaggio, operato da Cristo, dalle realtà mondane alle realtà celesti.

La riduzione “morale” della Pasqua

Ormai ben distinti come appartenenza religiosa, alcuni Cristiani ed Ebrei della diaspora, di ambiente colto, nell’antichità trovarono un luogo d’intesa proprio servendosi del concetto di Pasqua-passaggio: e sottolinearono la Pasqua come passaggio dalla vita nel peccato e nelle realtà materiali alla vita nella virtù e nelle realtà spirituali. Così gli Ebrei spiritualizzavano l’idea di un Messia forte e prepotente e sublimavano la vittoria militare in vittoria sulle passioni; i Cristiani sottolineavano la vicinanza del loro Cristo ad ogni uomo che cercasse la via della vera virtù.

Era una riduzione morale che andava bene ad entrambi, anche se – s’intende – nessuno, per sua parte, rinunciava alla totalità della sua visione religiosa. Era una specie di tentativo di incontrasi su valori di umanità razionale in un evento religioso così radicale come quello della Pasqua.

A noi, in quanto fedeli, non basta; né a tutti nemmeno allora perché molti vi vedevano il rischio dello gnosticismo, cioè di una riduzione razionalistica e ideale di una fede storica e escatologica. Ma così la Pasqua non diventava segno di divisione.

Il rimpianto di una Pasqua condivisa

Ora che la visione religiosa si è meglio delineata e non possiamo più intendere la Pasqua come una sola rigenerazione morale (cosa più plausibile un tempo quando questa si inseriva in un orizzonte schiettamente religioso ed era semplice corollario etico d’una credenza definita), ci resta il senso amaro di una Pasqua che ci vede divisi dai fratelli Ebrei.

E, pur mantenendo ferma la nostra visione totale della Pasqua, con un senso laico e politico, possiamo rimpiangere una vicinanza minimale basata su quei valiori di comune appartenenza umana e possiamo ancora auspicare quella antica, morale e politica, Pasqua-passaggio dove si vedeva il primato dell’umanità e non si giustificavano le stragi compiute nel nome stesso della fede. Quando Pasqua era passaggio dal Faraone alla Terra promessa inteso come passaggio da guerra a pace, da infelicità a shalom. E il Faraone era non il nemico storico della religione, ma il nemico perenne delle virtù umane.

Leggi anche:
Rocchetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *