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Il bel tempo che fu non era tutto bello/I giovani e la fede 1

Un articolo di Daniele Rocchetti, pubblicato qualche giorno fa, ha suscitato molte reazioni. Un tema che ritorna è il confronto fra la Chiesa di oggi e quella di ieri. Con il rischio di qualche nostalgia.Lidia Maggi è pastora della Chiesa battista.

Caro Daniele, grazie per queste tue riflessione.

Mi commuovono per tante ragioni. Ne cito solo una marginale, ma per me importante: da tempo mi interrogo se abbia più senso rimanere su questa piattaforma (Facebook, ndr), dove oggi sembra più difficile confrontarsi, tra amici, su cose futili e cose serie che interrogano le nostre vite. Tu mi permetti, con questa condivisione, di ritrovare il gusto dei tempi passati, su questa piattaforma, di discutere come quei quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo.

Nella Chiesa di un tempo: le molte pecche

Venendo al tuo articolo. Condivido l'orizzonte che dischiudi nello stile dialogico, nella postura di ascolto e curiosità verso le nuove generazioni. Mentre solo in parte mi convince la tua analisi sul fallimento della nostra generazione o di quella che ci ha preceduto.

Certo, sono tempi difficili, ma nel passato, le chiese erano davvero luoghi più aperti, più accoglienti e le relazioni sociali, anche se più sobrie, erano davvero come Pasolini le dipinge idealizzandole in uno sguardo, qualche volta, un po' troppo nostalgico?

Cosa voleva dire, ad esempio, per una donna, cattolica, sposata, essere incastrata in un matrimonio patriarcale, temere ogni mese una gravidanza... Dipendere economicamente da un maschio capo-famiglia... Che tipo di famiglie e di maschilità si costruiva in quei contesti con l'avvallo della dottrina cristiana? Quello che provo a comunicarti, nel tentativo di un bilancio a partita doppia, è che anche nella chiesa di Don Milani le cose per una parte della chiesa erano tutt'altro che facili e questo non solo per il consumismo e l'individualismo ma anche a causa di un annuncio evangelico che, se era liberante per alcuni fronti, non lo era per altri (anzi, per altre!).

Dietro il profumo del pane, la violenza

Questo mi fa dubitare che ci possa aiutare uno sguardo che recupera la retorica del sapore del pane quotidiano anche se con tutte le buone intenzioni. Dietro quel pane c'era spesso una violenza nascosta. Su tanti fronti sento il fallimento di una fede che non è stata in grado di fare entrare la nonviolenza nelle nostre comunità di fede, sento il fallimento di una fede che ha faticato a resistere alla frammentazione sociale e alle derive identitarie, ma su altri aspetti credo che si siano aperti orizzonti interessanti, ad iniziare dal cammino ecumenico: abitiamo chiese più fragili ma più accoglienti, più vuote, ma meno moraliste e questo vuoto è meno vuoto di come lo percepiamo se sapremo abitarlo senza la fretta di arredarlo.

Esperienza di fede che mi sorprendono

Giro molto in questa stagione, incontro esperienze di fede inimmaginabili che mi sorprendono. Alberi che crescono nel deserto di foreste sradicate. Tanti modi differenti di essere chiesa, al di là del modello agreste delle parrocchie, sorgono intorno a noi. Dobbiamo imparare a riconoscere e a raccontare...E sul mondo delle giovani e dei giovani, quante sorprese se, come suggerisci, impareremo ad ascoltare. Sono più fragili di come eravamo? Più confusi e disorientati? Probabilmente. Ma sono anche reattivi ad un mondo che vorrebbero più aperto, senza confini né passaporti, più fluido su ogni fronte, non solo quello dell'identità sessuale, come parodizziamo i nostri figli e le nostre figlie. Le nostre chiese stanno cambiando per il clima culturale, per i nostri errori e le nostre intuizioni, ma anche per ragazzi e ragazze che ci mostrano i limiti di una visione del mondo poco evangelica.

L'Evangelo è già in questa possibilità di cogliere il nuovo che nasce nonostante il sospetto di sterilità. Infine rispetto al nostro vuoto: un vuoto così ingombrante, paradossalmente, che lascia poco spazio al nuovo, un presenzialismo che simula il vuoto mentre fagocita molto. Che paradosso.

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1 commento

  1. Gentile Lidia Maggi,
    ho letto con interesse il suo articolo comparso oggi su La barca e il mare e non mi poteva sfuggire il suo richiamo a Pier Paolo Pasolini, a volte annoverato tra i laudotares temporis acti, nonché «alla retorica del sapore del pane quotidiano»
    Credo che in ciò Lei si richiamasse al noto passo di Pasolini del 1974 ove, rivolgendosi a Italo Calvino, lucidamente lamenta «la scomparsa delle comunità di uomini vissuti nell’età del pane …».
    Pasolini ha mutuato questa efficacissima espressione dal romanzo di Felice Chilanti, intitolato appunto “Gli ultimi giorni dell’età del pane” (Mondadori 1974).
    Colgo quindi l’occasione di offrire il mio contributo alla discussione ricordando Felice Chilanti (Ceneselli Rovigo) 1914 – Roma 1982) inizialmente fascista di sinistra, poi partigiano, marxista, giornalista e scrittore. Ha collaborato con l’Ora di Palermo e Paese Sera di Roma per poi passare all’Unità divenendone vicedirettore. Pioniere del giornalismo investigativo, con alcuni colleghi, diede avvio alla prima inchiesta giornalistica sulla mafia, coraggiosamente portata avanti nonostante il grave attentato dinamitardo del 19 ottobre 1958 alla redazione dell’Ora e che fu all’origine della istituzione della Commissione Parlamentare Antimafia da parte del Governo. Gli articoli, pubblicati su L’Ora e Paese Sera, furono poi raccolti nel volume Rapporto sulla Mafia (ed. Flaccovio 1964).
    Le centoventisei pagine amare e irridenti de “Gli ultimi giorni dell’età del pane” rievocano inquieti, negativi momenti del secondo dopoguerra: dal ricatto politico dei burocrati all’opportunismo degli intellettuali, dal degenerante imborghesirsi della sinistra ai trionfi del consumismo.
    Personaggi in primo piano sono alcuni partigiani animati dai più alti ideali che, dopo la guerra, si trovano a fare i conti con una realtà dove domina il calcolo e la corruzione che anzi, contagia alcuni degli stessi protagonisti. Così, salvo l’eccezione del giornalista (Manrico) che, ucciso dalla mafia, saprà essere coerente fino alla fine, gli altri o getteranno la spugna (Gustavino) o, seppure in diversa misura, si inseriranno nel sistema.
    Drammatico il finale che vede riuniti il vecchio capo partigiano Giangesta, ora Onorevole Giovanni Gesta, e suo fratello gemello don Cleto, al capezzale del vecchio partigiano Titti, il quale rifiuta la morfina, pur tra atroci dolori, per poter lasciare il suo testamento ideale: «Don Cleto si passava la mano sugli occhi mormorando: Come Cristo, come Cristo. Un Cristo volontario alla Crocefissione».
    E Titti, dopo aver destinato i risparmi d’una vita al partito, trova ancora la forza per dire al suo vecchio capo partigiano: «altro non abbiamo per poter sperare in una società di liberi e uguali, questo partito difettoso che bisogna cambiare, oh sì Giangesta, cambiatelo questo partito e anche l’ideologia, non vanno più bene ai tempi d’oggi, non si appoggiano bene alla realtà, cambiate, cambiate disse, è finita, sta finendo l’età del pane, disse, e furono le sue ultime parole. Spirò, si rifugiò nella morte. Don Cleto, inginocchiato benediceva, Giangesta in piedi lacrimava silenziosamente e le donne rispondevano al prete: così sia.»
    Chilanti utilizza insistentemente nel corso del romanzo il riferimento al pane proprio per la sua profondità simbolica: «Cantava la gioventù guerrigliera: pace lavoro libertà e pane, pane, pane!» oppure «sì, compagni, noi costruiremo un mondo migliore, più giusto e più umano, una società di lavoro, libertà e pace e pane sicuro, pane, pane. Pane» e ancora alla conclusione di un comizio Giangesta inneggia: «è imminente un decreto del grande Stalin secondo il quale ogni cittadino sovietico potrà consumare il pane gratuitamente, a volontà, secondo i suoi bisogni».
    Pasolini, nella Lettera aperta a Italo Calvino (1974), fa propria la simbologia di Chilanti e la approfondisce facendole assumere un significato ancora più intenso: di come la semplicità dei bisogni essenziali può dare un significato profondo alla vita umana, contrariamente all’eccesso dell’epoca contemporanea: il consumismo, molto più del fascismo e del comunismo, stava entrato nell’anima della nostra gente, svuotandola di tutta l’eredità classica e cristiana. Non, quindi, una esaltazione di una mitica passata età dell’oro, delle cui durezze Pasolini anche per origini familiari era ben consapevole, ma una lucida presa di coscienza della fine di un mondo.
    Un cordiale saluto
    Bruno Felice Duina

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