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Don… e se ti capitasse di non essere più prete?

Alberto Varinelli - DON Alberto Varinelli - prete e nostro prezioso collaboratore, si chiede che cosa succederebbe e che cosa penserebbe se gli capitasse di dover cambiare vita. Domande un po' inquietanti. Ma oneste.

 

“Don... e se ti capitasse di non essere più prete?”. Purtroppo, dei preti che lasciano il ministero si chiacchiera molto, ma non si prova frequentemente a fare riflessioni serie su questo fenomeno tutt’altro che marginale nella Chiesa.

Anche a me può capitare

Mi è stata rivolta questa domanda personale e io risponderò a cuore aperto, scrivendo ciò che credo e non senza fatica, come è giusto sia. Potrebbe capitare anche a me di lasciare il ministero? Sì, potrebbe capitare, come a ogni sacerdote, soprattutto giovane (eh sì, anche a quarant’anni si è giovani…). Perché? Perché nessuno sa cosa riserva la vita. Io credo che nella maggior parte dei casi chi si sposa o chi viene ordinato prete sia convinto di ciò che fa, ci creda fortemente e desideri che sia per sempre. Tuttavia, ciò che credi a 26 anni deve poi misurarsi con ciò che accade e che tu non sai e non aspetti. Per questo dico con fermezza che qualora mi capitasse di dover decidere di fare una scelta così, vorrei sperare in alcune cose per me fondamentali.

Non potrei fare l’attore. Non riuscirei a vivere la doppia vita

Se dovessi lasciare il ministero, vorrei non fosse per superficialità, né per fatica, né perché non ho avuto le nomine o gli incarichi che desideravo, ma perché, dopo un cammino serio di discernimento nella Chiesa, si verifica che non ci sono più le condizioni necessarie alla permanenza nel ministero. È serietà, questa, non fuga. Se su alcuni elementi fondativi del ministero, quali la fede e il celibato, non ci sei più, hai il dovere di sottoporre alla Chiesa, in primis al padre spirituale, ciò che vivi e da lì iniziare un percorso, impegnativo e difficile, di discernimento. Essere prete non è una prestazione e non è pensabile di “recitare una parte” a vita: se non è autentico, il ministero non fa il bene né del prete, né dei fedeli.

Il ministero deve dare gioia al prete: se questa viene a mancare e si verifica che è la forma di vita che non è più buona per quella persona, è necessario il coraggio di cambiare strada, assumendosi le proprie responsabilità. Certo, ci sono vie alternative, a volte purtroppo percorse, quali la doppia vita... ma qui in gioco, per chi crede (e si spera il prete sia innanzitutto un credente) c’è il senso di questa vita e la fede nella vita eterna. Non si può vivere in modo immorale, facendo ufficialmente il prete e vivendo poi di nascosto ciò che è in contrasto col ministero: questo è prendersi gioco del Signore, scelta che porta come prima conseguenza la rovina di se stessi.

Vorrei continuare a sentire l’amore delle persone che amo

Se mi capitasse di lasciare il ministero, vorrei sentire l’amore dei miei cari, della mia famiglia, dei miei amici, della mia gente. Immagino, come so da amici che hanno vissuto questa esperienza, che darei sofferenza a molti, ma so anche che amare è volere la felicità e la realizzazione della vita dell’altro, del figlio, dell’amico, del don che mi ha permesso, come ha potuto, di intravedere la bellezza di seguire Gesù e il suo Vangelo.

Non chiederei di essere capito né di accettare subito la mia scelta, ma di non essere giudicato come un malfattore, perché non è così. Conosco diverse persone che hanno lasciato il ministero: hanno una fede enorme e fanno tanto bene alla gente nella loro nuova situazione di vita. Un uomo anziano, saggio, mi diceva recentemente sul tema: “In fondo, non solo chi lascia non ha ucciso nessuno, ma può far del bene come prima”.

Vorrei avere il coraggio di dire: scusatemi, non ce l’ho fatta

Se mi capitasse di fare una scelta come quella suddetta, vorrei avere l’umiltà di dire: “Scusatemi, non ce l’ho fatta, ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta” senza dar colpe ad altri e continuando ad amare la mia Chiesa come madre, che potrà sempre contare sulla disponibilità del figlio per la causa del Regno, seppur in forma diversa.

Se mi capitasse di non essere più prete, vorrei avere il coraggio di continuare a guardare a Gesù come al senso ultimo della mia esistenza, sentendomi amato da Lui che conosce le pieghe e le piaghe delle nostre storie. Non sarebbe colpa sua se non riuscissi più a vivere il ministero: di certo Lui che ha fatto questo dono dà sempre la forza di portarlo sulle proprie spalle. Se sarò io che non sarò stato capace di esserGli fedele come avevo promesso, spero Lui possa guardarmi con misericordia e amore come ha sempre fatto.

Vorrei che chi mi ha voluto bene continuasse a volermene

Se dovesse capitarmi di non essere più prete, vorrei dire grazie a chi mi ha voluto bene da prete e mi ha sostenuto, chiedendo con semplicità di continuare a voler bene ad “Alberto”, che resta la persona che è. E vorrei dire grazie ai preti che mi hanno voluto bene e che, spero tanto, potrebbero continuare a volermene, a starmi vicini e a farmi dono della loro amicizia e fraternità.

Se mi capitasse di cambiare strada, vorrei riuscire a continuare a pregare, soprattutto per chi, per antipatia o vecchi risentimenti, a fronte della mia scelta dovesse decidere di criticarmi, dire cattiverie gratuite su di me, inventando colpe che non ho o attribuendomi fatti gravi non commessi.

Infine, se mi capitasse quanto ho scritto sopra, vorrei la vicinanza del cielo, delle persone care, parenti e amici che sono lassù con il Signore, delle persone che ho amato, per le quali ho celebrato i sacramenti della fede, per le quali ho pianto accompagnandole nel tempo della malattia e del faticoso passaggio da questo mondo al Padre.

Sarò prete per sempre? Posso sperarlo e impegnarmi, ma non garantirlo. Non sarei onesto. Ciò che so è che sono certo dell’amore del Signore, che continua a trasparire da ogni esistenza autenticamente vissuta che assume la forma dell’amore che si fa dono per tutti.

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2 commenti

  1. Don Alberto, parli come mangi, o, meglio, riconosco la tua voce mentre leggo ciò che scrivi. Sei coerente e limpido. A te auguro di proseguire su questa strada e a noi di continuare a godere delle tue parole schiette e concrete, nonché di crescere insieme in questa comunità seriate.

  2. caro Don Alberto,
    ho letto con interesse il tuo articolo ed ho molto apprezzato la schiettezza e sincerità delle tue considerazioni.
    Giustamente, all’inizio del tuo articolo accomuni la scelta per il sacerdozio alla scelta per il matrimonio.
    Ecco allora che ti vorrei proporre alcune mie personali riflessioni sulla possibile fine del mio matrimonio: è infatti recentemente successo anche a me, a seguito della separazione di una coppia di amici, di chiedermi: «e se capitasse a me?»
    Certamente in un primo momento si sono affacciati pensieri sostanzialmente analoghi a quelli che tu limpidamente proponi: il dolore per tante persone care (in primo luogo i figli), l’esigenza profonda di coerenza nella fede, l’impossibilità di proseguire su una strada non autentica.
    Tuttavia, confesso a questi pensieri è presto subentrata un’altra riflessione che ha preso il sopravvento su ogni altra considerazione, ossia: «che cosa tiene in piedi il rapporto di coppia con mia moglie dopo quasi 40 anni di matrimonio?»
    Ecco allora che la mia mente si è sovraffollata di pensieri, ricordi, considerazioni, sul passato: le gioie e i dolori, le delusioni e i traguardi raggiunti, le difficoltà incontrate e le crisi superate, la futura vecchia, naturalmente i figli e così via.
    E’ stato, credo inevitabilmente, anche un momento di bilancio di una vita passata insieme, come in una somma algebrica formata di tanti più e tanti meno: per fortuna il risultato è stato positivo!
    Credo che le questioni riguardanti il nostro futuro non possano essere affrontate senza una sincera e profonda riflessione sul nostro passato, sulle sfide affrontate, su ciò che di più profondo ci ha guidato e sostenuto nelle scelte di vita che abbiamo compiuto da ventenni, quando l’entusiasmo e il vigore giovanile forse ci facevano apparire la strada intrapresa sotto la luce rassicurante di un mattino di primavera.
    Un cordialissimo saluto
    Bruno Felice Duina

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