Nei giorni scorsi ho rivisitato il nuovo Museo Bernareggi di Bergamo. Al termine della visita mi sono posto alcune domande.
Al centro della Città Alta, nel cuore della Chiesa bergamasca, il Museo traccia un itinerario tra pietre antiche e visioni dell’oggi. Il Bernareggi, Museo Diocesano, percorre secoli di storia civile e religiosa, invitando a guardare con occhi nuovi l’Antico Palazzo Vescovile, il Battistero e l’antica Cattedrale paleocristiana e, nella Città Bassa, l’Oratorio di San Lupo in borgo Pignolo. Per molti cittadini si tratta di una riscoperta se non addirittura di un centro di interesse culturale spesso ignorato dai più.

Nuovi musei come propulsori di interesse territoriale con coinvolgimento della popolazione?
Nel primo caso, la risposta non può che essere positiva. Arte e comunità dovranno essere sempre di più un binomio inscindibile se vogliamo vincere l’indifferenza e migliorare la coesione delle persone che abitano il territorio.
Per quanto riguarda il coinvolgimento, ho qualche dubbio perché gli oggetti esposti, pur di altissima qualità, sembra che siano declinati più al passato che al contemporaneo.

Dove sta la forza stimolante del nuovo Museo Diocesano?
Sicuramente nella pregevolezza delle opere che, tuttavia, vanno collocate nel loro contesto storico. Non bastano le striminzite didascalie e neppure i testi degli sguardi d’insieme che introducono alle sale.
Per gustare appieno i Lotto o i Moroni occorre sempre la mediazione delle utilissime guide didattiche. Pena il fatto che il significato sacro, allegorico, metaforico dell’opera venga sacrificato da una lettura superficiale che non guasta ma non basta.
Sarà fondamentale l’apporto dei ragazzi più giovani che sembra stiano per essere sempre più coinvolti nell’organizzazione del museo. Hanno la capacità di sintesi che viene spesso ignorata dalle faconde guide ufficiali che devono mostrare innanzitutto il loro vasto sapere. Il processo di ringiovanimento è bene avviato.

Un Museo Diocesano deve limitarsi al “sacro” e alla trasmissione delle eredità artistiche dei giacimenti di Curia, ai materiali recuperati dalle chiese soppresse ad opera del Vescovo Bernareggi?
Oltre i recinti del sacro
Le opere devozionali sono documenti storici che testimoniano l’identità ecclesiale e il valore delle pratiche un tempo comuni nelle Chiese e nelle parrocchie. I fedeli sono oggi cambiati e si mostrano sempre più “infedeli” e sempre meno numerosi.
Ha ancora senso puntare sulla sacralità significativa dell’opera? Tra l’antico e il contemporaneo l’unità di riferimento non può essere solo il riferimento al sacro le cui manifestazioni assumono oggi rilievi più allargati. Non ho mai capito lo scopo dei recinti che incasellano gli artisti tra coloro che si ispirano ai valori scristiani alla luce del magistero della Chiesa (tipo UCAI – Unione Cattolici Artisti Italiani) e quelli che liberamente si accostano ai temi del sacro senza riferimenti dogmatici che, con il valore dell’arte non c’entrano niente.
Un Museo Diocesano può allargare l’ospitalità agli artisti del contemporaneo che immettono nella loro opera principi etici e testimonianze di scelte di pace e di convivenza civile. Non basta relegare il contemporaneo all’Oratorio di San Lupo, luogo carismatico ma non facile per collocazione di opere e, soprattutto, non molto frequentato e conosciuto. Attualmente l’itinerario del museo si chiude con le sculture di Giacomo Manzù e di Lello Scorzelli, artisti che hanno lavorato al tempo di Papa Giovanni e Paolo VI. Attendiamo qualche testimonianza artistica del nostro tempo.
Il Vescovo Bernareggi scriveva: “Il cattolico ha il dovere di essere dell’oggi, sempre!”
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