"Musica e Spiritualità" è il titolo di una serie di incontri che Corrado Augias tiene in questi giorni all’Auditorio Parco della Musica, a Roma. In vista dell’evento Augias ha preso a randellate i canti delle messe che, ha assicurato, sono “una lagna”. Un “complimento" che merita qualche precisazione
Si sa che i preti non amano molto essere ammaestrati negli ambiti di loro competenza. Non gradiscono che un laico qualsiasi gli dica come celebrare o come predicare. Pensano di saperne abbastanza e, con una battuta, di essere sufficientemente imparati. Avevano quasi sempre ragione in passato. Ne hanno sempre meno oggi quando la cultura, anche teologica e liturgica, non è più competenza esclusiva del clero. Di laici che sanno di cose che riguardano Dio e la Chiesa e che le sentono, ce ne sono in giro tanti. Per cui anche i preti che sanno di più sanno anche di dover essere meno imparati e più insegnati.
Augias, chi è, quello fa e quello che dice della musica liturgica
Questa era la premessa. Era per mettere avanti le mani e giustificare una mia reazione negativa di fronte a una intervista di Corrado Augias, sul Corriere di qualche giorno fa. Tutti i dati che si conoscono concorrono a definire in maniera indiscutibile le competenze del personaggio: giornalista, 91 anni, di una lucida competenza, molto “presente” sui fatti e sui commenti ai fatti della nostra società. Presente anche come esperto di musica (ha pubblicato “La musica per me”, Einaudi editore) e di musica sacra in particolare. A partire dall’11 gennaio terrà a Roma un ciclo di tre incontri su questo tema.
In quella intervista ha anticipato qualcosa di quello che dirà negli incontri di Roma. Augias ci tiene, anzitutto, a precisare di essere ateo. Il che finisce per rendere le sue osservazioni ancora più autorevoli, perché sono le idee oggettive di un osservatore esterno e, per giunta, competente. Va detto che cardinali, preti e vescovi ne escono passabilmente malconci. L’intervistatore fa notare che la musica e il canto non sono la priorità dei parroci. Augias rincara: “Io in tv ha avuto ospiti cardinali che, anche su questioni di teologia e non solo di musica, non sapevano come andare avanti, in fondo allo studio mi facevano cenno di finirla lì”. E poco più avanti: “Nei Paesi protestanti c’è la pratica della coralità, che noi non abbiamo. I cori cattolici sono delle lagne tremende”.
Augias rilancia un’accusa che, tempo fa, aveva fatto il maestro Riccardo Muti che aveva parlato di "musica da canzonetta" nelle chiese, definendola come "schitarrate" e musica superficiale, esortando invece a riscoprire la grande tradizione musicale sacra (gregoriano, Palestrina, Monteverdi) che eleva l'anima.
I Maestri di musica non sono maestri di liturgia
Come addetto al mestiere - al mestiere di prete, non a quello di musicista - mi sento tirato in causa. E nel mio piccolo ho cercato di rispondere. Primo argomento. Il numero delle messe. Calano perché calano i clienti. Ma restano moltissime. Stando al numero delle parrocchie e delle chiese e cappelle attive in Italia si arriva vicino ai centomila. Difficile immaginare che centomila comunità celebranti possano disporre degli standard e delle competenze reclamati da Augias e da Muti.
Secondo. Bisognerebbe mettersi d’accordo su che cosa si intende per musica nelle chiese, come deve essere e a che cosa deve servire (e bisognerebbe precisare se la musica sacra coincide con la musica liturgica. Mi pare proprio di no. Ma è argomento dotto e non so se Augias e Muti hanno detto qualcosa al riguardo).
La comunità di tutti e il coro di pochi
Quello che viene fuori da affermazioni così autorevoli è l’idea della Chiesa come un grandioso museo che è chiamato a conservare adeguatamente il patrimonio artistico che le appartiene: chiese, opere d’arte di ogni tipo e, ovviamente, musica. La quale non può stare soltanto in qualche spartito in fondo a qualche cassetto, ma deve essere eseguita. La musica è fatta per essere cantata.
Ora, va ricordato un principio semplicissimo: una comunità credente non usa la liturgia per fare della buona musica, ma fa esattamente il contrario: usa la musica per fare liturgia e, attraverso la liturgia, per fare comunità. Per cui, per un credente, è meglio una comunità liturgica che canta come può ma insieme, piuttosto che una schola cantorum che canta bene, ma da sola. E’ preferibile la lagna – così la chiama Augias – delle messe partecipate dai fedeli piuttosto che i ghirigori riservati ai solisti.
Il sacro di Palestrina e il nostro
Inoltre va notato che il sacro che coincide con il gregoriano, Monteverdi, Palestrina - quello raccomandato da Riccardo Muti e da Augias - è certamente una forma di sacro, ma è un sacro datato che appartiene a qualche secolo fa. Il sacro del Palestrina è ancora il mio sacro? A me pare evidente la risposta: no, non è il mio sacro.
Mi va bene in un concerto, non in chiesa. Perché in chiesa, quella musica mi dice che il sacro, il rapporto con Dio è datato: mi si dice che devo “parlare” con Dio usando il linguaggio di trecento anni fa.
Per me, ancora una volta, è il contrario: se il mio sacro è datato non è buono. Posso entrare in rapporto con Dio con le mie ansie, le mie gioie e non con quelle del Palestrina. Non devo uscire dal mio mondo per parlare con Dio.
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