Due artisti e un’idea da maneggiare con cura
La bandiera, simbolo per eccellenza dell’idea di “nazione”, in due artisti contemporanei diventa diversa immagine di patria
“Piccole” patrie per …unica nazione
Giulio Paolini

(Esposto alla GAMEC di Bergamo nel 2005 per la mostra WAR IS OVER – sezione “Popoli di tutto il mondo unitevi”)
Giulio Paolini (nato a Genova nel 1940) è innovativo artista che opera tra Pop art, arte concettuale e arte povera. Con l’istallazione che intitola “Averroè”, nel contesto dei dibattiti e dei movimenti che scuotono gli ultimi anni sessanta del ‘900, provoca e allude all’utopia della reductio ad unum dell’umanità.
Per una identità condivisa
“Averroè” è composta da quindici bandiere di paesi qualsiasi legate assieme in unica asta di 180 centimetri; hanno colori sgargianti, strisce contrapposte e simboli diversi; sono oggetti identici per forma, funzione, materiali, utilizzo. Le bandiere sono simili nella diversità; rappresentano identità, popolo, confini, storia, orgogli nazionali, guerre, vittorie, sconfitte: sarebbero diversità contrapposte.
“Reductio ad unum”
Il titolo, Averroè - nome latinizzato con alterazioni tra arabo e spagnolo - rimanda al filosofo di cultura islamica Ibn Rushd vissuto nel XII secolo. Averroè postula che l’intelletto, ultima tra le emanazioni divine, sia unico e universale per tutta l’umanità: l’individuo singolo ha solo disposizione a riceve intelletto. Averroè paragona l'uomo ad un occhio al buio: solo con il sole riesce a focalizzare le cose.
Icona di pace
Giulio Paolini con l’istallazione “Averroè” supera la contrapposizione della diversità e dà forma all’ unico “universale intelletto” con un’icona di pace.
Le bandiere sventolano insieme dalla stessa asta negando il loro significato ancestrale: la diversità diventa unità in un groviglio di pieghe e di colori sovrapposti.
Una nuova disordinata bellezza confonde gli stereotipi consolidati nelle vicissitudini delle nazioni; indica un’antica via per nuovi orientamenti di convivenza nella diversità.
Bandiere come maschere funebri
Ivan Grubanov
Cinquant’anni dopo un altro artista si occupa di bandiere e scava nella retorica della storia. Anno 2015 nel padiglione ex Jugoslavo, ora Serbo, della 56^ Biennale di Venezia Ivan Grubanov (nato a Belgrado nel 1976) allestisce “United dead Nations” (Nazioni morte unite).
Nazioni morte e bandiere “vuote”
Sul pavimento del padiglione Serbo - Terra martoriata da secoli di scontri tra identità nazionali incapaci di convivere - Ivan Grubanov accumula le bandiere di Paesi che, a causa di guerre, hanno cessato di esistere dalla fine dell’800 ai nostri giorni: l’Impero Austro Ungarico nel 1918, l’Impero Ottomano nel 1922, la Gran Colombia nel 1930, il Tibet nel 1951, la Repubblica Araba Unita nel 1971, il Vietnam del Sud nel 1975, la Repubblica Democratica Tedesca nel 1990, l’URSS nel 1991, la Cecoslovacchia nel 1992 e la Jugoslavia nel 2003 .

Le bandiere - ormai forme stinte tra pittura e rilevo scultoreo - sono tracce sbiadite di ciò che furono.
Il pavimento del padiglione diventa una superficie di arte astratta, “piano di immanenza” - cioè di realtà rivelata - dove passato e presente, vita e morte, arte e politica, sovrapponendosi nelle forme e nei colori provocano domande e discernimento intorno ai fatti della storia.
Le nazioni nascono e muoiono con le loro le bandiere che, private del contenuto simbolico originario, vengono ridotte a simboli “vuoti”.
Maneggiare con cura
La bandiera è il segno “nobile” - cioè da rendere noto, conosciuto e riconosciuto - di una precisa identità di nazione; Paolini e Grubanov nei linguaggi dell’arte stanno dicendo - messaggio oggi attualissimo - che si tratta di identità da “tenere a bada”: troppo orgoglio soffoca la bandiera.