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Un'immagine alla settimana - Rubrica a cura di Osvaldo Roncelli

Le alchimiste. Milano a Palazzo Reale

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Anselm Kiefer nella sala delle Cariatidi.
Da vicende rimosse, dimenticate, mistificate, ai margini.
Incubazione di nuova cultura, diversa bellezza.
Verso altri modi per conoscere, diverse idee di verità.

 

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L’autore

La sua arte racconta la storia, soprattutto quella scomoda; Anselm Kiefer (Donaueschingen 1945) vaga nelle ombre che oscurano le vicende del passato e del presente.

Le sue opere colossali invadono gli spazi, escono da pareti e schemi, come metafore di dolore, di rovina e di riscatto. In genere non vi appaiono figure umane; in questa sua ultima opera emergono come fantasmi.

Il luogo

Le opere di Kiefer dialogano con il luogo che le accoglie in un rimbalzo continuo di significati tra contenuto e contenitore. La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, segnata dall’incendio provocato dai bombardamenti del 1943, accoglie un racconto di perdita e rinascita: Cariatidi - nel mito donne rese schiave dalla guerra - rappresentate in stucchi settecenteschi lacerati dalle bombe, e altre donne di altre epoche, ritratte con materia che faticosamente prende forma, testimoniano la violenza della storia.

 

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La sala delle Cariatidi - Specchio, frammento di Cariatide, finestra sul Duomo

L’opera

La sala accoglie 42 pannelli monumentali alti sei metri e larghi quattro, realizzati su tele con tecniche sperimentali che fondono sedimenti di elettrolisi, gomme lacche, ceneri, argille, piante, cocci di vetro.

L’insieme di questi materiali diffonde un odore acre, ma non spiacevole. Si entra nella sala da una porta piccola e l’impatto visivo - e olfattivo - è folgorante. I pannelli si moltiplicano negli specchi anneriti dalle bombe e mai restaurati; tutte le forme sono approssimate, tranne le rotelle, volutamente ostentate, che sostengono e muovono i pannelli facendoli sembrare enormi paraventi: meccaniche iper razionali a contrasto di forme irrazionali in gestazione.

Le protagoniste

Ciascuno pannello è dedicato a una “donna cancellata”: le alchimiste.

Il nome delle 42 donne è scritto in caratteri, spesso dorati, sul magma materico da dove emerge l‘abbozzo del loro ritratto mentale, non fisico, che evoca vicende, passioni, ricerche di ciascuna.

Sono figure - tra storia e mito - accomunate da intuizioni visionarie.  Sono state donne capaci di resistenza e immaginazione; spesso marginalizzate, anche perseguitate, vengono condannate dal pensiero dominante e dimenticate dalla storia ufficiale; studiando la materia e le sue trasformazioni si pongono all’’origine di pensiero alternativo.

Kiefer ha recuperato la loro memorie: testi di filosofia naturale, segreti medicinali e di cosmetica: un incrocio tra saper tecnico e gestione del corpo, cosmesi, distillazioni, farmacopea domestica: non hanno cercano ricchezza - piombo che diventi oro - ma “virtù dentro la materia”.

Il tema

Il tema è la trasmutazione; le alchimiste sono per Kiefer ispirazione e pretesto per rielaborare i nuclei fondanti della sua ricerca: mito, storia, memoria collettiva, identità distruzione e rigenerazione.

L’arte è un processo di trasformazione, un’alchimia; macerie e distruzione non sono la fine, ma un necessario momento “genetico”. Nella rovina e nel rudere la materia si libera da forma fissa e torna ad essere pura potenzialità.

In paesaggi “post apocalittici” le donne alchimiste di Kiefer raccontano rigenerazione, spoliazione dai pregiudizio, congiunzione degli opposti, oscurità e ignoto che cerca luce con nuove forme di conoscenza dove i sentimenti e i processi della psiche diventano concreta realtà.

Le alchimiste sovvertono priorità, aprono la mente ad altri modi di essere nel mondo e di comprenderlo.

 

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Verso una diversa cultura

Ogni tela rappresenta un atto trasfigurazione, dove la materia grezza e sfatta diventa embrione di cultura nuova, spirito diverso. Kiefer interpreta l’esempio delle donne alchimiste come processo di passione e morte dove materia e spirito attraversano la distruzione e si rigenerano, oltre i lacci di razionalità e logica, in un contesto di pensiero che lascia spazio perfino a fatti di resurrezione.

Il percorso si conclude nell’attigua piccola sala detta del Lucernario dove, sugli ultimi otto teleri, esplode oro e luce.

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