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Una cosa sola so, ma la so!

Cieco nato quarta domenica di quaresima A

 

Un cieco nato viene guarito da Gesù. Ma la guarigione fa esplodere una serie di discussioni teologiche. Oltre tutte le discussioni, però, fiorisce la fede del malato gratificato. Viviamo tempi di grandi questioni poste alla fede, che talvolta hanno a che fare con un sospetto sterile, talvolta con un dubbio che può essere fecondo

 

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui (Gv 9, 1-41)

 

 

Un cieco nato e una sequela di dispute teologiche

Leggendo il brano del cieco nato che viene guarito, sembra di essere di fronte a un compendio di teologia fatta male.

Il tutto inizia con un problema di teodicea (che sarebbe quella parte della teologia che si occupa di conciliare il problema di Dio con il problema del male): i discepoli di Gesù non hanno dubbi, se il cieco è tale deve per forza essere una divina punizione per un suo peccato, al limite sono disposti a pensare che il peccato possa averlo fatto qualcuno della sua famiglia. Poi nasce una disputa di teologia fondamentale (che sarebbe quella parte della teologia che si occupa di dire se ha senso credere): le persone che conoscono il cieco e lo vedono guarito si domandano se sia davvero lui, se sia possibile che sia davvero lui e se sia possibile una guarigione.

Poi nasce una questione di diritto canonico (dai, questo si capisce cosa è): si può o meno di sabato fare un miracolo? Poi viene un problema di cristologia (che sarebbe quella parte della teologia che si occupa di capire chi sia Gesù): appurato che di sabato non si fanno miracoli, e preso atto che Gesù l’ha fatto, è buono o cattivo? Viene posto diverse volte un problema di teologia liturgica (anche quella si capisce cosa è): chiedono un’infinità di volte al cieco di spiegare con precisione la successione rituale con cui Gesù lo ha guarito. Infine si disputa di interpretazione biblica: i farisei sanno di Mosè, e in base a Mosè non si dovrebbero fare miracoli di sabato; però un miracolo c’è stato, e se c’è stato come conciliarlo con il divieto di Mosè?

Tempi di crisi della fede. Tra dubbi e sospetti

La fede non è semplice. Il rischio qualche volta è di smarrirsi, di non vedere più l’ordine, di perdere le gerarchie. Viviamo un tempo di sospetto sulla fede: se fino a qualche anno fa ai non credenti era richiesto l’onere della prova, ora la situazione si è ribaltata, credere chiede di essere sempre più una scelta. E attorno al cuore arriva una nebbia di domande: «Ma sarà tutto vero? Ma ora che la scienza spiega un sacco di cose, dobbiamo ancora leggere la Bibbia? Ma la chiesa, con tutto quello che ha fatto lungo la storia, è ancora credibile? E come conciliare il fatto che gli innocenti soffrono con un Dio buono? Ma la messa e la confessione, servono ancora a qualcosa? Ma non me la posso vedere io con Dio?». Problemi di teodicea, di interpretazione biblica, di teologia fondamentale, di liturgia.

E sullo sfondo potrebbe nascere un’idea: «Allora, non so rispondere a tutti questi dubbi, ma se ci sono significa che un senso probabilmente ce l’hanno». E così si diventa ciechi, si lascia sullo sfondo la questione della fede, la si rimanda per tempi migliore, in cui ci sarà tempo per affrontare le questioni. I dubbi non sono nemici della fede. Nemico della fede è il sospetto: è un dubbio mascherato. Il dubbio è una domanda che suppone una risposta. Il sospetto invece è una domanda a cui non si vuole veramente rispondere, perché fa più comoda una situazione sospesa. Il dubbio è buio in cerca di luce. Il sospetto è una fitta nebbia in cui non si vede nulla, e tutto sommato si vuole che sia così. Vedere è una responsabilità, il sospetto dispensa da decisioni onerose.

Un po’ di nebbia è inevitabile

Attorno al cieco sembra di vedere tutti i colori del sospetto, e una fitta nebbia di persone che non vogliono risolversi. Impressionano i genitori dell’uomo: interrogati vogliono togliersi d’impiccio e passano la palla al figlio. Lui non sa rispondere a tutto, ma qualcosa sa: era cieco e poi non lo è più stato. Lo ripete all’ossessione: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Perché forse questo conta.

La luce della fede non consiste nel risolvere tutti i dubbi, e non ci puoi fare nulla: chi è sospettoso lo rimarrà anche dopo tutti i chiarimenti possibili e immaginabili. E forse un po’ di nebbia ci sarà sempre nel tuo cuore. Mi sembra sano: una fede senza nemmeno un po’ di nebbiolina mi sa tanto alla peggio di fondamentalismo, alla meglio di meccanismo di difesa. Però sei salvo, puoi vivere nella pace, e puoi contagiare di speranza quando con onestà riesci a dire al te stesso: «Molte cose non le so, ma una cosa sola so, grazie al Vangelo ci vedo. Mi ha rivelato i colori dell’amore, le tonalità della speranza, il vero volto della bellezza, le sfumature di Dio, le profondità dell’umano».

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