Detto così si pensa che Salvini sia un mostro di forza. In effetti la storia di Sansone narrata nella Bibbia, capitoli 13-16 del Libro dei Giudici, ci presenta un uomo dalla forza straordinaria. Un giorno viene assalito da un leone e lo sbrana a mani nude. Un’altra volta, affronta l’esercito dei nemici filistei e, menando una mascella d’asino, ne uccide mille. Poi però Sansone si innamora di Dalila. La donna, istigata dai filistei, riesce a carpire il segreto della forza di Sansone: l’eroe è consacrato a Dio e non ha mai tagliato i capelli. Dalila lo fa addormentare e gli taglia le sue sette trecce. Sansone perde tutta la forza. Viene catturato dai filistei e accecato. E’ la fase del Sansone debolissimo, tanto più scandalosamente debole quanto, prima, era stato forte, zimbello dei nemici, adesso, mentre, prima, era stato il loro terrore.
Poi però, durante la prigionia, i capelli riprendono a crescergli, le forze lentamente ritornano. Durante una grande festa viene condotto nel tempio dei suoi carcerieri e lasciato tra le colonne dell’edificio. Sansone invoca il suo Dio, poi si appoggia alle due colonne principali del tempio e le spinge con tutta la sua forza. Il tempio crolla e un numero enorme di filistei muore sotto le macerie mentre Sansone grida: “Muoia Sansone con tutti i filistei”.
La storia di Sansone mi ha ricordato, in qualche modo, per allusioni molto larghe, ovviamente, la storia di Matteo Salvini. Anche Salvini, infatti, ha vissuto un periodo di forza e di gloria quando tutto gli riusciva bene: era un vincente. Aveva ottenuto il 34,3 per cento alle elezioni europee del 2024. Dopo quelle elezioni Salvini era come Sansone dalle sette trecce, l’invincibile. Poi, però, da allora è iniziato il declino, lento e inesorabile. Il colpo di grazia glielo ha inferto Vannacci. Forse si potrebbe dire che Vannacci è stato per Salvini quello che Dalila è stata per Sansone. Al largo le donne, per Sansone; al largo i camerati per Salvini.
Adesso Salvini è come Sansone alla fine della storia. Gli è rimasta un po’ di forza. Non si sa se gli crescerà, perché la sua forza dipende da qualcosa che è un po’ più complicato di qualche treccia in testa. E’ nel mezzo del suo tempio, ancora in piedi, nonostante tutto. Potrebbe affidare il restauro a qualche operaio più abile di lui. Ma, cresciuto nel tempio, se lo sente così suo che preferisce morire sotto le sue rovine piuttosto che continuare a vivere fuori. Salvini, come Sansone, è convinto che è meglio che Sansone muoia con tutti i filistei.
Il guaio è che dovrebbe distruggere quello che lui stesso ha costruito lui e quelli che gli stanno attorno non sono dei nemici, ma i suoi amici che gli chiedono a gran voce di farsi da parte. Ecco il dramma: doversi sentire fuori casa nel suo stesso tempio e vedere peggio dei nemici filistei i suoi amici di un tempo. E, alla fine, disgrazia delle disgrazie, restare lì e morire sotto le rovine della gran macchina del tempio, lui con i suoi amici-nemici, i leghisti-filistei.
Leggi anche:
Carrara