Trump si è identificato con Gesù Cristo, ora afferma che l’attentato di sabato è dettato dall’odio verso i cristiani. Quindi si identifica anche con i cristiani. Una ben strana “teologia”.
L’attentato a Trump di sabato sera ha avuto molti strascichi, ovviamente. Trump ha dato il suo essenziale contributo, altrettanto ovviamente. Ha affermato, infatti, che Cole Tomas Allen, l’attentatore, “odia i cristiani“. Trump aveva detto, a suo tempo, di essere stato “salvato da Dio” dall’attentato di Butler del 13 luglio del 2024. Poi si è vestito da papa e si è travestito da Gesù. Continua a farsi fotografare nello Studio Ovale attorniato da decine di leader evangelici che lo toccano in segno di venerazione e preghiera.
Insomma, tutta la storia di Trump diventa “teologica” (teologia molto folcloristica: vedi l’articolo di Cominelli di oggi). Lui si innalza verso i cieli del divino, fino a indentificarvisi. Adesso arriva l’attentato e un normale osservatore pensa che l’attentatore abbia qualcosa con lui, Trump, e che, proprio per questo, abbia deciso il gesto sconsiderato. Trump invece è convinto che Cole Tomas Allen ce l’ha non con lui ma con i cristiani: “odia i cristiani”, dice. Dunque, nella “visione teologica” di Trump chi tocca lui tocca i cristiani. Una “visione teologica” che, di conseguenza, vive, di strane identificazioni: verso l’alto: Trump-Dio (e dintorni), verso il basso: Trump e i cristiani.
Chissà se gli zelanti leader evangelici gli hanno spiegato qualcosa di quell’importante capitolo di teologia (questa volta senza virgolette) della bibbia, quello dell’idolatria: il peccato di far diventare Dio chi e ciò che Dio non è. Una delle ultime vigorose frasi della bibbia è perentoria: “Per gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e zolfo” (Apocalisse 21, 8).