Illustri ecclesiastici vanno dicendo che la pace è interiore. E' una visione che viene da uno spiritualismo disincarnato. Non si può parlare di pace interiore senza parlare di pace di tutta la "città". La pace finale non è di questo mondo, ma in questo mondo va cercata una ragionevole anticipazione di quella pace.
"Vallo a dire a Gaza che devi fare la pace con te stesso..."
Confesso che comincio a provare un certo fastidio quando, in mezzo alle tragedie delle guerre attuali, sento dire, anche da parte di illustri e bravi ecclesiastici, che la pace è pace interiore; che la pace è essere in pace con se stessi o, tutt’al più magari, con il prossimo (meglio se il più prossimo). Non perché non creda al valore fontale di questa pace, ma perché mi pare che, espressa in questo modo, come una specie di ablativo assoluto, possa trasformarsi in un alibi per le coscienze, disimpegnandole dal coinvolgimento nel conflitto storico. Quell’invito infatti, che pretende di essere alfa e omega, pare spesso figlio di uno spiritualismo che troppe volte ha monopolizzato la stessa società cristiana. Mi vien da dire, pur accorgendomi che l’affermazione ha una qualche rozzezza: “Vàllo a dire a Gaza che, se vuoi la pace, devi fare pace in te stesso!”
Mi viene da pensare che la tranquillità interiore agognata (l’esicasmo che nelle sue forme caricaturali assumeva le forme della contemplazione del proprio ombelico) ha avuto troppo spesso facile vittoria sul dramma della storia, perché ha pacificato troppe coscienze cristiane facendo cessare guerre interiori o comunitarie, ma non le guerre di sangue; ha fatto digerire bene ma non ha fatto mangiare chi la fame pativa. Con buona pace del realismo tomistico che nella sua visione personalistica mai slega l’anima dell’individuo dalla dimensione corporea e sociale.
La pace di tutti va di pari passo con la pace con se stessi
Siamo sicuri che stare in pace con se stessi si traduca automaticamente in pace esterna? E se fosse invece il contrario? Cioè che è la pace dei fratelli tutti del mondo che crea la vera pace in se stessi? Ci si deve, in ogni caso, sbarazzare di un funzionalismo unidirezionale: la pace interiore in funzione della pace sociale (logica spiritualistica e borghese) e la pace sociale in funzione della pace individuale (logica materialistica). Il movimento è sempre bidirezionale: la pace nello spirito si costruisce costruendo insieme la pace strutturale storica e la pace strutturale costruendo insieme la pace nello spirito. Non l’una senza l’altra: nell’uomo-persona, simul stabunt, simul cadent, insieme resteranno e insieme moriranno.
Nei pulpiti che invitano alla pace interiore non sento spesso l’invito all’impegno a occuparsi della pace nella società, a trovare soluzioni possibili di graduale pacificazione esterna né a sbilanciarsi in una scelta; e allora quei nobili inviti mi suonano non spirituali, ma spiritualistici, perché non fanno dialogare lo spirito, ma lo isolano. E rischiamo di coprire i comodi del disimpegno, se non addirittura i vantaggi del prepotente.
La pace finale non è di questo mondo. Parola di Agostino
Anche l’Agostino, tanto invocato in questo clima di revanche spiritualistica (e anche per via del nuovo papa “agostiniano”); quell’Agostino che aveva forte l’odore dello spirito, sapeva bene - specie quando fu costretto a fare i conti con i drammi storici e non solo con quelli personali -, che la pace finale è solo quella trascendente escatologica, che non è di questo mondo; ma sapeva altrettanto che, vivendo in questo mondo, occorre cercare l’ombra e l’immagine e la parzialità di quella pace, che nel tempo deve assumere corpo e figura e strutture e leggi di una convivenza concorde.
È logico e comprensibile che gli inizi di un nuovo Pontificato, dopo un Pontificato d’assalto come quello di papa Francesco, lacerante anche come magistero di rinnovamento di strutture umane, richiamino una “riforma interiore e morale” che è capace di mettere d’accordo gli animi divergenti. Di analogo stile fu l’intervento di papa Montini – Paolo VI quando ricevette l’eredità dirompente di papa Giovanni: egli nel suo primo discorso da Papa al Concilio (29 settembre 1963), invocà la pace del cuore.
Pace del cuore e pace della città
La recente festività del Sacro Cuore ci dice che il cuore comunque non è l’anima opposta al corpo, ma il luogo umano in cui lo spirito assume le ragioni della corporeità e le dà senso ricevendone la tensione passionale (il pathos). Potrà esserci, casomai, una riflessione teoretica, ma mai una riflessione morale senza una immersione nel contesto storico e sociale in cui si agisce. Sicché impegno per la pace del cuore è insieme impegno per costruire la città dell’uomo, che non è senza riflesso sulla città di Dio, pellegrina nel mondo. La quale a sua volta prospetta il fine alla pace della città dell’uomo.
Del resto, già ora papa Leone (nella festività così corporea del Corpus Domini) è passato dalla pace del cuore alla pace come impegno di tutela del povero e del debole e alla politica come missione; e il Segretario di Stato, card. Parolin, declina la pace del cuore come rifiuto della logica del riarmo. E le forze più attive del recente Convegno Ecclesiale di Trieste si muovono nella direzione - da noi tante volte auspicata - della pacificazione della società italiana mediante la creazione di strutture comunitarie di sostegno alle povertà che la dividono.
Peccato personale e peccato strutturale
Insomma, la vera pace con se stessi si ha non se ci si isola nella propria devozione e si dichiara una neutralità pacifica che sa di disimpegno, ma se si impegnano le forze storiche a creare strutture di pace, perché esiste un peccato strutturale nel mondo e questo va affrontato con logiche distinte (anche se non separate) da quelle con cui si contrasta il peccato personale. È il rispetto della logica delle leggi che si rinvengono nella bontà creaturale e storica del mondo che ci permette di creare la concordia condivisa. Che altro non è che la costruzione graduale del Regno di Dio, che si costruisce attraverso la legge delle cose, che il dono della grazia ci fa comprendere con evidenza maggiore e custodire senza rovinarle.