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Testimoni di Pace e di Nonviolenza

Vinoba Bhave, il discepolo prediletto di Gandhi

Vinoba Bhave

 

“Vinoba nasce l’11 settembre 1895. Vinayak Bhaave è il suo nome di nascita. Vinoba è il diminutivo che Gandhi teneramente gli diede. I gandhiani lo chiamano Baaba, il Padre, come chiamavano Gandhi Bapu. L’India intera gli attribuisce il titolo Attchariya, il Maestro, mentre il popolino lo saluta col nome di Santo.

 

 

 

Così inizia Vinoba o il nuovo pellegrinaggio” (Jaca Book, Milano,1980), il libro che Lanza del Vasto, gandhiano d’Occidente e fondatore della Comunità dell’Arca, scrisse dopo aver incontrato l’erede spirituale di Gandhi nel 1954 e averlo seguito a piedi per tre mesi di villaggio in villaggio.

Giovane impaziente e “barbaro”

Di seguito ne riportiamo alcuni passaggi, perché testimonianza diretta che ben ritraggono la personalità di quest’uomo, fin da giovane in continua ricerca, a tratti impaziente, di trovare presto un senso alla sua vita, per lasciarsi poi convertire, sotto l’amorevole esempio di Gandhi, “da un barbaro in un servitore di tutti” (ivi, p. 67). Fu la madre a ispirargli lo spirito della devozione, l’amore per il sanscrito, la venerazione per la Bhagavad Gita; al padre invece Vinoba dovrà l’approccio scientifico e sperimentale alla vita.

Particolarmente appassionato alla matematica, brucerà un giorno la sua laurea in Ingegneria, per poi lasciare definitivamente, a diciannove anni, casa e genitori e mettersi al servizio di Dio, di Gandhi, del suo Paese.

L’incontro

“Sì, che fare e dove andare? Egli andò da Gandhi che aveva appena stabilito il suo Ashram nel Gugiarat suo paese natale, provincia vicina al Maharàshtra. La prima cosa che vide fu un uomo seduto per terra, seminudo, e che filava come il vecchio Brahmino di cui una volta s’era burlato: era Gandhi in persona. “E’ con quest’arma che voi caccerete gli inglesi? “domandò senza ombra di derisione nella voce, ma con un ardore e con un’inquietudine selvaggia. Gandhi levò gli occhi e sorrise perché il giovane e la sua audace domanda gli erano piaciuti. Rispose: non abbiamo bisogno di cacciare gli inglesi, perché gli inglesi se ne andranno da soli quando avremo cacciato i mali che ci opprimono e che ci tengono in schiavitù. (…) Il peggiore dei nostri mali viene da più lontano: è lui che ha dato potere su di noi: è la divisione. Divisione dell’Indù e del Musulmano, dei ricchi e dei poveri, delle alte e delle basse classi, degli uomini di casta e dei paria. Che cosa significa divisione, se non mancanza d’amore, e la mancanza d’amore è morte e corruzione. Impariamo dunque ad amare”. (ivi, p.17)

“La pupilla dei miei occhi”

Gandhi lo accolse e lo mandò a Benares a studiare il Sanscrito. Dopo un anno esatto Vinoba tornò e “riprese il suo posto alla macina, al letamaio e al giardino, senza mai lasciarsi sfuggire un sospiro di rimpianto per gli studi interrotti. (…) Tre anni dopo un uomo ricco delle Province Centrali si presenta a Gandhi: “(…) Scegliete tra i vostri il più maturo ed il meglio esercitato, il maestro di maggior peso, e dategli pieno potere di fondare. (…) “Vi mostrerò, disse, chi ho scelto per voi “. E l’uomo ricco “credette che Bapu si burlasse di lui quando vide arrivare un gracile ragazzo quasi imberbe, che abbassava gli occhi e giungeva le mani sulla bocca per salutare Gandhi-Dji ed il suo ospite. Ma Gandhi-Dji, divenuto improvvisamente serio, presentò l’uomo con voce solenne: “Questa è la pupilla dei miei occhi, disse. Prendetelo, amico mio, ve lo dono”. (ivi, p. 63)

Bhu-Dan o il dono della terra

Così Vinoba fu iniziato a fondare nuovi ashram, da lui chiamati “Laboratori di vita”. A diffondere la pratica della ahimsa (in sanscrito ”non nuocere”), secondo l’insegnamento e la testimonianza di Gandhi. A partecipare ad azioni di resistenza nonviolenta (fu più volte arrestato) nei confronti della dominazione inglese. A “offrire Satyagraha (Adesione, Costanza, Forza della Verità)”, per dire che questo genere di lotta è soprattutto un sacrificio e un dono di sé. A sperimentare il Nai -Talim, il nuovo metodo educativo gandhiano, il cui scopo è di sviluppare l’uomo mediante attività manuali, creative e produttive per contribuire alla costruzione dello Swaradj (indipendenza politica e governo di sè). Ma il nome di Vinoba è indissolubilmente legato al movimento Bhu-Dan (dono della terra), che egli avviò nel 1951 nell’intento di offrire una soluzione nonviolenta alla questione agraria. Per 14 anni, camminando a piedi (padayatra) per l’India, chiese ai latifondisti il dono di un appezzamento di terra da destinare ai contadini più poveri.

Il ritorno del figlio povero

Diamo ancora la parola a Lanza del Vasto, che così ricorda questa straordinaria azione di riforma economico-sociale: “Vinoba cominciò così il suo cammino di villaggio in villaggio per l’India intera, annunziando la buona novella:” Io vi dico che vostro figlio, colui che è partito da molto tempo e credevate morto, è ritornato. Sono io: il povero. Ritornatemi la mia parte di eredità. Non domando elemosine, chiedo solo la mia parte; se voi avete tre figli, io sono il quarto. Padri di famiglia alzatevi, riflettete e ritornate da me in ogni momento”. La gente se ne va, ritorna e offre. Centinaia di migliaia di ettari di terra arabili sono stati distribuite alla gente, cominciando dai più poveri e gli Intoccabili” (R. Pagni, Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto, Ed. Paoline, Roma, 1981, p. 68).

Il resto della sua vita Vinoba lo dedicherà alla cura di questi progetti, finchè, ormai ottantenne, decise di stabilirsi definitivamente in un ashram a Paunar. Qui, il 15 Novembre 1982, il discepolo prediletto di Gandhi si lascerà morire di inedia, seguendo così una pratica spirituale di autosacrificio con cui in India alcuni seguaci dell’Induismo suggellano un’esistenza di totale servizio e devozione.

Bibliografia minima

Vinoba Bhave, La legge dell’amore, Città Nuova, 1973
Vinoba Bhave, Gandhi, La via del maestro, Edizioni Paoline, 1973
Lanza del Vasto,Vinoba o il nuovo pellegrinaggio, Jaca Book, 1980

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