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Il Concilio sessant’anni dopo

 

Il Concilio Vaticano II si concludeva sessant’anni fa. Grandi entusiasmi allora, con diverse ricadute oggi e la speranza che il seme allora gettato non sia morto.

 

 

Il Concilio, Papa Giovanni, Papa Paolo VI

Sono sufficientemente vecchia per ricordare gli entusiasmi e le aspettative che hanno accompagnato il Concilio e il primo-post Concilio.

La parola più usata era “rinnovamento”. Si avvertiva l'esigenza di un'aria nuova, dopo che il Concilio di Trento aveva compiuto il suo percorso, chiuso in alti stretti steccati di conservatorismo.

Fu Giovanni XXIII che, inaugurando il Concilio Vaticano II nel 1962, aprì porte e finestre per adeguare il Vangelo, sempre attuale, al tempo contemporaneo.

Ma fu Paolo VI a portarlo a termine, non senza  conflitti e forze divergenti all'interno, cogliendo il cuore dell'Evento con queste parole: “La Chiesa esiste per annunciare il Vangelo”. Lo stesso concetto fu ripreso da papa Francesco in Evangelii gaudium.

Le grandi novità avviate dall’evento conciliare

Oggi, a 60 anni dal Vaticano II, ci si chiede cosa è rimasto di quella primavera della Chiesa che ci aveva incantato con il movimento biblico, con il rinnovamento liturgico, la responsabilità dei laici, l'apertura al mondo, alle altre culture e religioni… E’ vero, c'erano ( e ci sono anche oggi) chi remava in contro, ma prevalevano grandi aperture dove molti di noi hanno potuto respirare un'aria fresca e libera, ringraziando il cielo di vivere in quel tempo.

Certo. La visione della Chiesa è cambiata: da una Chiesa arroccata su se stessa e immobile, a una Chiesa pellegrina e “sempre reformanda”; da una Chiesa dispensatrice di norme, di precetti e divieti, a una Chiesa di misericordia e di perdono;  da una Chiesa che aveva chiuso in cassaforte le Scritture, a una Chiesa che le ha liberalizzate e consegnate a tutti; da una Chiesa sospettosa verso il mondo, a una Chiesa accogliente e benevola; da una liturgia estraniante come forma, come lingua, come gesti in cui  il protagonista indiscusso era il celebrante, a una liturgia eucaristica in cui tutta la comunità celebra attorno alla mensa della Parola e alla mensa del Pane. E poi il cammino ecumenico iniziando dai “fratelli maggiori”, gli Ebrei, e il cambiamento  della comunicazione perché la “dottrina immutabile” sia declinata in modi che risponda alle esigenze dei tempi.

Dalla Chiesa all’uomo e al mondo

Per cui, un Concilio che sembrava dovesse solo provvedere alla riforma all'interno della Chiesa, ha trovato la sua strada aprendo un grande discorso sull’uomo. Lo stesso Paolo VI riflettendo su come il VaticanoII aveva affrontato il tema dell'antropologia, aveva parlato di “un'ermeneutica della discontinuità”

La “ discontinuità” è avvenuta? Ed è avvenuta secondo i grandi documenti, la Dei Verbum, la Gaudium et Spes, la Lumen Gentium?

Rispondo prendendo a prestito la sintesi che della Chiesa attuale ha fatto il teologo Pier Angelo Sequeri “Molta morale, poca comunità, niente cultura”.

"Quale Cristianesimo oggi?. Ciò che senz'altro rimane sono le tradizioni, la processione di San'Agata nel profondo sud, a Catania, ma anche il profondo nord non è da meno quando antepone all'Eucarestia le candele di San Biagio protettore della gola o quando le statue mariane posate su alti baldacchini declassano il crocifisso. Così  il rosario e le giaculatorie ai santi non hanno lasciato spazio alla lectio divina e alla preghiera biblica dei Salmi”.

Tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri

I Padri conciliari avevano definito la Chiesa “popolo di Dio”: tutti, presbiteri, religiosi e laici con la stessa dignità, re, sacerdoti, profeti, pur con ruoli diversificati

Eppure, alcuni anni fa papa Francesco fra i mali della Chiesa, denunciava come prioritario il clericalismo con la patologia del potere,una patologia difficile da sanare, tanto che si potrebbe potrebbe riassumere “Tutti sono uguali ma c'è qualcuno che è più uguale degli altri” George Orwell.

Succede che la Chiesa, attribuendo al Concilio la responsabilità del calo delle vocazioni, della pratica religiosa, di aver “svenduto” la Verità per la “smania” di dialogare con altre culture, sia partita in retromarcia e, anziché essere al servizio del popolodi Dio, si è messa al servizio di se stessa secondo il principio dell'autoconservazione.

E inoltre, cos'è stato il rinnovamento a partire dal Vangelo che, secondo Paolo VI  riassume l'obiettivo fondamentale del Concilio? Questo doveva essere il compito fondamentale. Il resto è relativo.

Che fine ha fatto nelle nostre comunità parrocchiali educative il Signore Gesù? Non il Gesù di un pietismo senza vita e senza storia, o il Gesù esibito dai politici di turno, o il Gesù indossato sul collo insieme a un cornetto rosso, ma il Gesù compreso teologicamente a partire dalle sue radici religiose-giudaiche e dalla comprensione Kerigmatica della primitiva predicazione, anello ultimo e compimento della Rivelazione a partire da Abramo, attraverso la Legge e i Profeti,

Il linguaggio religioso per la maggior parte è rimasto uguale.

La riforma liturgica non basta

E' vero che nella liturgia non si usa più il latino. Ma comunque questo volgare ha lo stesso impianto della lingua antica:  le antifone non sono cambiate, i gesti non parlano più, l'apporto dei fedeli nell'assemblea è ai minimi. Il celebrante rimane distante, lontano nel presbiterio.

Le varie parti della celebrazione non vengono comprese e così la ricchezza della Parola che comprende il I e il II Testamento è svilita. Le preghiere dei fedeli in genere non sono dei fedeli, ma sono stereotipi che vanno bene in ogni occasione.

Infine l'importanza della Koinonia, termine che ricorre spesso in Paolo: non una comunione vaga del “vogliamoci bene”, ma la partecipazione concreta, storica e relazionale dei credenti in Cristo e tra di loro che qualifica la comunità cristiana, per una fede che impegna, capace di discernimento ,di spirito critico, di prospettive ecclesiali coraggiose e di fedeltà alla terra.

Il cristianesimo conciliare non è morto

Invece mi sembra che oggi prevalga una  religiosità intimistica  chiusa all'interno di una ristretta cerchia incapace di  stare “tra”.

Per concludere la cristianità come sistema nel nostro mondo occidentale soffre in un lunga agonia, ma il cristianesimo così come ci è stato consegnato dal Concilio non è morto.

Si tratta di n processo lungo, che richiede un cammino anche faticoso. Siamo solo all'inizio, ma sempre sarà un inizio. Il male è quando ci si ferma e si pretende di essere arrivati. Il seme che è stato sepolto in terra, germoglia.

La sua vitalità forse non è vistosa, ma c'è ed è questa che sa trovare linguaggi nuovi, forme nuove per esprimere l'eterno Nuovo.

 

                 

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