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Il viaggio che il Papa potrebbe fare. Per concludere a Gerusalemme

gerusalemme

 

Il viaggio che oserei proporre a Papa Leone in Israele-Palestina. Terza e ultima parte. Un modo diverso di "visitare" la Terra Santa, santa e martoriata. Ho immaginato che sia il Papa a compiere il viaggio (impossibile). Il viaggio che, ovviamente, si dovrebbe concludere nella Basilica  del Santo Sepolcro, luogo di morte. E di vita

 

 

Passando per la Samaria 

SICHEM- NABLUS Campo profughi Balata camp.  Qui vivono 32.561 rifugiati palestinesi registrati. È il più grande campo della Cisgiordania. Il campo è stato originariamente istituito nel 1950 per ospitare circa 5.000 rifugiati palestinesi, ma nel corso degli anni la popolazione è cresciuta notevolmente. La densità di popolazione nel campo è stimata in 108.000 persone per km², il che rende il sovraffollamento e la carenza di infrastrutture una sfida importante. Le vie si sono talmente ristrette che gestanti e morti devono passare per i tetti.

Nonni e padri profughi dal 1948 ancora attendono e sognano di poter ritornare un giorno nei loro villaggi di origine da cui sono stati scacciati con forza o inganno. Balata Camp è uno dei luoghi infernali della terra. Bisogna metterci i piedi per credere a ciò che vedono gli occhi. Ma dagli inferi qualcuno fa risalire la speranza di un ritorno alla terra, in terra.

JENIN a 42 km a nord di Nablus. Nel campo profughi per i rifugiati palestinesi della guerra arabo-israeliana del 1948 vivono cicrca 14.000 persone.

Visitarlo avendo letto prima del viaggio «Una mattina a Jenin» di Susan Abulhawa fa un certo effetto. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell'arco di quasi sessant'anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c'è la tragedia dell'esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta.

Così ancora prima del viaggio avendo la possibilità di vedere «Jenin, Jenin» è un documentario del 2002 diretto da Mohammad Bakri. O il film "No Other Land" del regista palestinese Basel Adra. Il film è stato diretto, scritto, prodotto e montato da un collettivo israelo-palestinese che include anche Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal. "No Other Land" ha vinto l'Oscar per il miglior documentario agli Academy Awards 2025.

A TAYBEH nelle settimane scorse una chiesa del V secolo e un antico cimitero cristiano sono stati gravemente vandalizzati dai "coloni" israeliani. Anche qui a fronte delle incursioni, saccheggi, distruzione dei villaggi l’esercito israeliano invece di proteggere le comunità aggradite non solo non interviene, ma spesso appoggia tali azioni violente perpetrate indisturbatamente dagli aggressori e colonizzatori.

Lo sguardo della minoranza cristiana

È fondamentale attraversare il conflitto israelo-palestinese attraverso la voce e lo sguardo di testimoni acuti e intelligenti. In ogni angolo della Terra del Santo è importante porsi in ascolto e in qualche modo adottare uno sguardo “terzo” come quello della minoranza cristiana in Palestina, anche se già da subito pare emergere l’impossibilità di ogni terzietà ed esternità, e la portata universale del conflitto. Ce ne rendemmo conto nel viaggio compiuto con i giovani di “Abitare la Terra nel 2005. (Nel 2008 uscì «Attraversando Gerusalemme», il miglior documentario realizzato da uno dei giovani di allora: Matteo Bini e distribuito da OKIDOKIFILM).

Il 20 maggio scorso Pizzaballa così si espresse: «Continuano a ripetermi che devo essere neutrale su Gaza. Venite con me a Gaza, parlate con la mia gente che ha perso tutto e poi ditemi che devo essere neutrale…».  La Chiesa non è neutrale, sta con chi soffre. 'Noi restiamo un riferimento libero'. In mezzo alle due parti in conflitto. 

A Betlemme, Hebron e dintorni

EBRON. Il centro della città vecchia di Hebron/al-Khalīl (inserita nella lista dei patrimoni dell'umanità dall'UNESCO) è stato interamente svuotato della popolazione palestinese, la fa da padrone una esigua minoranza di coloni. Anche qui sono aumentati gli insediamenti illegali. Oltre la città stessa si trova l'insediamento israeliano di Kiryat Arba. La tomba dei Patriarchi è divisa tra sinagoga e moschea.  Quali altri “Accordi di Abramo”? Quale alleanza e impegno di fratellanza possono congiuntamente stringere tutti i figli di Abramo: ebrei, cristiani e mussulmani?

Ricordo in uno dei viaggi ad Ebron l’incontro con Walid che ci fa da guida nella Suada Street. Le case delle poche famiglie palestinesi rimaste devono sempre lasciare aperta la porta di casa. All'ingresso della pietà di casa l'esercito israeliano ha scritto con vernice questa scritta: "questa porta deve rimanere aperta". Se i soldati la trovano chiusa la sfondano a calci. Non importa quale ora sia del giorno e della notte. Per i bambini che vengono svegliati bruscamente e fatti alzare dai soldati è un trauma. Un giorno una famiglia a un soldato gli ha detto " vieni piano che ti offro un the".

Giunti a un certo punto della Suada Street - la via dove W. è nato e un tempo poteva girare liberamente da bambino - davanti a un posto di controllo militare israeliano, ci invita a proseguire da soli perché a lui non è concesso oltrepassare la linea: noi al di qua lui al di là. Di ritorno ci riferisce questo breve dialogo avuto con uno dei soldati che l'ha fermato:

S: io sono dispiaciuto perché tu non puoi passare
W: anch'io sono dispiaciuto per te che hai quel fucile in mano
S: io non sono gli ordini che eseguo
W spero che un giorno si possa lavorare insieme

Riferendoci questo dialogo Walid dice del soldato: "questo giovane è un essere umano che pensa quello che sta facendo e questo è positivo. Vedendoci tornare l'abbiamo visto congedarsi stringendo la mano al soldato. Resistenza attiva e non violenta è anche questo: custodire l'umanità dell'altro. La lezione che ci lascia è questa: «Parlare anche al nemico con rispetto è riconoscere nel nemico anzitutto un uomo». Io quel giorno da Walid ho appreso una lezione di profonda umanità.

Nei villaggi dei pastori

AT-ATWANI. At-Tuwani è un villaggio palestinese nelle colline a Sud di Hebron, nell'Aerea C (controllo civile e militare israeliano dei territori palestinesi occupati della Cisgiordania). A pochi chilometri a sud-est della città di Yatta. Nelle vicinanze si trovano l'insediamento israeliano di Ma'on (costruito a partire dal 1981), e l'avamposto di Havat Ma'on, costruito a 500 metri da At-Tuwani, e formalmente illegale non solo per il Diritto Internazionale delle Nazioni Unite, ma anche per la stessa legge israeliana. Ad At Twani- Sarura ricordo che nel 2017 passammo una notte in una grotta dei pastori.

Gli abitanti di At-Tuwani sono in gran parte pastori ed agricoltori e vengono spesso attaccati dai coloni estremisti del movimento dei nazional-religiosi. Gli stessi bambini palestinesi che si recano alla scuola di At-Tuwani sono soggetti alle violenze dei coloni israeliani

Anche qui la gente ha scelto di intraprendere la via di una resistenza attiva non violenta. Hafez Huraini capo del villaggio è coordinatore del comitato dei villaggi è un uomo mite che non ha mai ceduto alla violenza ma si è sempre battuto in difesa del diritto e della giustizia.

Kaifat e suo marito Nasser in uno dei nostri incontri nel 2016 ci dissero: «Noi siamo persone vive e non violente. Seguire la violenza è andare incontro alla morte e incorrere alla cancellazione stessa dei nostri villaggi oltre alla confisca già avvenuta delle nostre terre. Abbracciare la resistenza non violenta è decidere di rimanere uomini anche in situazioni di male. È continuare a costruire un futuro degno dell'uomo per i nostri figli anche se ci demoliscono le case. Un futuro più umano e possibile per i nostri figli. L'umanità si fonda sul rispetto e riconoscimento dell'altro senza per questo cedere di fronte all'ingiustizia». In questo villaggio abbiamo incontrato e conosciuto persone e testimoni che incarnano la mitezza evangelica a qualunque popolo appartengono. La forza dei miti è di disarmare i violenti. La forza dei violenti è di distruggere, dividere la terra e spargere il sangue di molti innocenti.

Tent of nations, la Collina delle nazioni

Da trent'anni il palestinese Daoud Nassar e sua moglie Jihane lottano per mantenere la proprietà della sua fattoria, la Tenda delle Nazioni, sulle alture di Betlemme cinte di insediamenti ebraici. La famiglia possiede il documento di proprietà della propria terra ottenuto ai tempi dell’Impero Ottomano e sta lottando perché non le venga confiscata. Nel 1916, il nonno di Daoud, Daher Nassar, acquista un pezzo di terra in cima a una collina circa dieci chilometri a sud-ovest di Betlemme. Fa poi due cose insolite per l’epoca: registra l’atto di proprietà prima presso le autorità ottomane, poi presso quelle britanniche, quando queste assumono il controllo della regione nel 1920; decide di vivere nella fattoria, in una delle grotte che costellano il terreno. Una resistenza nonviolenta, ispirata dalla fede e tessuta di una speranza attiva: «Non voglio stare qui seduto ad aspettare che le cose migliorino da sole. Devo agire secondo le mie possibilità. Senza odio e senza violenza».

Ogni volta che leggo la storia della vigna di Nabot mi risuona la vicenda drammatica della famiglia di Daoud Nassar, (unica famiglia cristiana melkita nell’area). La sua collina è oramai circondata da cinque grossi insediamenti di coloni. La risposta dei Nassar all’ingiustizia dell’occupazione non è la violenza, non è il vittimismo e non è la fuga, ma consiste nell’affrontare in modo non-violento mediante il progetto Tenda delle Nazioni: trasformando il dolore nella sua forza generativa per un futuro migliore: «We refuse to be enemies», “Noi ci rifiutiamo di essere nemici”. La famiglia Nassar si rifiuta di entrare nel circolo vizioso della categoria di odio culturale, religioso ed etnico. Si rifiuta di essere definita nemico e considerata come un riflesso stereotipato di una società faziosa, di un popolo che rivendica con la forza e con la violenza il diritto alla terra che gli è stato tolto. Non ha in animo un sentimento di inimicizia, nemmeno nei confronti di chi sradica le piantagioni, avvelena gli animali o impedisce illegalmente lo sviluppo della fattoria con nuove costruzioni. In questo contesto la famiglia Nassar promuove l’educazione al dialogo tra persone di diverse culture, nazioni e religioni, prepara vie di pace e ponti tra la terra e le persone. È in questo contesto che emerge la speranza energica e viva di Daoud Nassar, che tocca profondamente chiunque ha la possibilità di incontrarlo.

Ramallah e dintorni

VILLAGGIO DI ABOUD.  Aboud è un villaggio abitato per metà composto da cristiani cattolici e ortodossi e per l'altra metà dalla comunità mussulmana. Il villaggio è nella zona C sotto controllo militare israeliano. Bisogna arrivare in prossimità al paese prima di trovarne l'indicazione. Israele ha poi posto all’ingresso del paese un grande cartello rosso invitando i propri cittadini a non entrare in questo villaggio palestinese definendolo pericoloso. In realtà sono proprio gli abitanti palestinesi cristiani e musulmani ad essere qui in pericolo.

In un viaggio del 2017 Ramez, fratello di Abuna Hanna, ci disse: «Qui siamo in pericolo anche quando non parliamo». E aggiunse: «se Dio fosse qua sarebbe sotto controllo». Alla gente del villaggio è stata confiscata la terra e sottratta l'acqua della sorgente. Gli abitanti devono comprarla a un prezzo più che raddoppiato proprio da coloro che se ne sono appropriati. All'ingresso di ogni casa è stato collocato dal potere occupante un contatore. L'acqua viene razionata ai palestinesi non così ai coloni che risiedono negli insediamenti. Se viene superato il quantitativo fissato si blocca l'erogazione e così la possibilità di cucinare o di lavarsi.

NABI SALEH è un villaggio palestinese situato a circa 20 chilometri a nord-ovest di Ramallah. Il villaggio è noto per le proteste settimanali contro l'occupazione israeliana della Cisgiordania, che si sono svolte tra il 2010 e il 2016. Vicino c’è l’insediamento israeliano di Halamish. Nel febbraio 2018 accompagnati da Luisa Morgantini incontrammo Janna Jihad Ayyad che allora aveva 11anni. Una ragazza molto sveglia, sensibile, intelligente ed attiva di Nabi Saleh, il report più giovane di Palestina per i suoi racconti puntuali su quanto accade nel suo villaggio e a Gerusalemme. Per questo motivo fu ritenuta dal governo israeliano una ragazza pericolosa! In effetti il suo lavoro di informazione sovverte gli stereotipi sui palestinesi e restituisce la quotidiana azione di resistenza e di difesa del diritto a vivere una vita normale.

Più volte facemmo visita alla famiglia di Bilal Tamimi e sua moglie Manal (nel 2012, 2013 2015 e nel 2018). Ricordo con quanta dignità ci raccontano come stanno vivendo da genitori il dolore per la prigionia di due dei loro figli Osama e Mohammed Hamada arrestati e posti in condizioni fisiche e psicologiche di tortura per aver opposto resistenza alle incursioni anche notturne dell’esercito israeliano nelle case del villaggio posto sotto assedio. Avevamo anche incontrato Nur (Luce) cugina e vicina di casa di Ahead. Ha vent’anni. «L’esercito israeliano vuole farci tacere ed io mi sono iscritta a Scienze della Comunicazione a Ramallah». Sono i teenager ad essere presi di mira, incarcerati e terrorizzati dall’esercito israeliano. L’intento è di indebolire e destabilizzare la resistenza non violenta sostenuta da diversi anni dalle famiglie di Nabi Saleh.

BIL ’IN, altro villaggio vicino a Ramallah. Ricordo nell’agosto 2014 di essere entrato in casa di Sobhya una donna anziana palestinese a cui sono stati uccisi un figlio e una figlia. Nel suo giardino ha raccolto una ad una le granate - lanciate dall’esercito israeliano per reprimere la resistenza pacifica degli abitanti del villaggio - trasformandole in piccoli vasi dove piantare fiori. L’idea di raccogliere ciò che sul terreno rimaneva di quegli ordigni trasformandoli in vasi di fiori è un gesto fortemente simbolico e riparativo nella terra sottratta e ferita dall’occupazione.

BIRZEIT University

In questa università è istituito un Lettorato di lingua italiana. L’università di Birzeit è stata fondata nel 1975 nel villaggio cristiano di Birzeit, circa 8 km. a nord di Ramallah, dove dal 1924 esisteva una scuola elementare per ragazze, poi un istituto secondario, poi dal 1972 vari corsi di tipo universitario. Coi suoi circa 15.000 iscritti (in lauree brevi, magistrali e dottorati, con 62% di femmine e 38% di maschi) è considerata una delle università più prestigiose dal popolo palestinese, visto che molti dei principali intellettuali palestinesi vi hanno studiato o vi insegnano al momento.

Ricordo che nella parrocchia di Bir Zeit incontrammo con Abuna Luis alcune universitarie che ci raccontarono delle continue vessazioni e umiliazioni che delle loro amiche dovevano subire ai check-point per andare a studiare a Betlemme. Alcune di loro decisero così di cambiare indirizzo di studi e di fermarsi a Bir Zeit.  Ci colpì molto quando ci dissero che aggravandosi la situazione di occupazione dopo la seconda intifada del settembre 2000, aumentarono vertiginosamente il numero dei giovani che si iscrivevano all’Università. Lo studio come forma di resistenza.

Gerusalemme

Visita YAD VASHEM il Memoriale della Shoah. In questo luogo di silenzio, ascolto e narrazione subito papa Leone e coloro che lo accompagneranno percepirebbero come quanto qui viene narrato e raccontato l’hanno già incontrato, visto con i propri occhi e ascoltato nei giorni precedenti del viaggio. Qui pronunciare quel “MAI PIÙ” vuol dire farlo risuonare non solo per il popolo ebraico. Se è MAI PIÙ, dev’essere per tutti i popoli (C’è bisogno come scrive Roberta De Monticelli in «Umanità violata» per Israele di una memoria "centrifuga" e non "centripeta").

Ultimo atto del viaggio varcare la soglia della BASILICA DEL SANTO SEPOLCRO; salire al Calvario, là dove Gesù, nella sua morte «Vulneratus est pro nobis». Poi scendere al luogo della deposizione, recarsi alla rotonda dell’Anastasis, entrare in quella tomba vuota per ricevere dagli angeli l’annuncio della risurrezione.

Domandate pace per Gerusalemme. Fino a quando non ci sarà pace in Gerusalemme non ci sarà pace nel mondo intero. Fino a quando la comunità internazionale, unitamente al mondo arabo, non riconoscerà la questione palestinese tutta l’area del Medioriente e quella globale sarà sempre più instabile. A rischio è tutta l’umanità. La nostra stessa umanità.

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D'Ambrosio

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