E’ iniziato l’esame di maturità. Con l’inevitabile corredo di ansie, aspettative, speranze e delusioni. Ma tutto questo, l’esame di maturità e quello che porta con sé, serve, è utile? Giovanni Cominelli, esperto di problemi di scuola, è convinto che questo esame è semplicemente inutile.
Le cifre che fanno nascere la domanda: serve?
E’ facile prevedere che anche quest’anno la percentuale dei dichiarati “maturi”, al termine dell’Esame di Maturità, che il Ministro Valditara ha voluto ribattezzare “Esame conclusivo di Stato”, sarà molto alta. L’anno scorso era vicina al 100%. Ammessi all’esame circa il 96%, di costoro sono risultati maturi circa il 99,8%.
Come ogni anno, insorge a questo punto la domanda: ha ancora senso mettere in piedi per 527.607 maturandi (273.854 dei Licei, 167.136 degli Istituti tecnici, 86.617 degli Istituti professionali) una costosa e inutile macchina burocratica di 13.989 commissioni d’esame composte da 1 Presidente esterno, da 2 Commissari esterni, da 2 Commissari interni?
E’ inutile per almeno due ragioni. Un po’ di storia
Perché “inutile”? La cause sono almeno due. La prima è che, quando si arriva all’ultimo anno delle scuole superiori, la selezione è già accaduta negli anni precedenti.
L’altra causa è il cambiamento della teoria politica della scuola. La concezione del neo-Ministro fascista Giovanni Gentile assegnava alla scuola superiore la missione di formare la classe dirigente del nuovo Stato. Solo così esso avrebbe potuto dispiegare tutta la sua “potenza etica”. Perciò nel 1923 con Regio Decreto fu istituito l’Esame di maturità. I risultati degli esami del 1924 e successivi furono severissimi: i promossi alla maturità classica non superavano il 60% e quelli alla maturità scientifica il 55%. Bastava confondere l’imperatore Augustolo con l’imperatore Augusto per essere bocciati.
Nel dopoguerra, il Ministro democristiano Guido Gonella alleggerì l’esame sia aggiungendo un altro membro interno sia limitando l’area di verifica solo agli ultimi due anni di Liceo. Il salto fu dopo il ’68. La scuola superiore aveva cessato di essere finalizzata alla formazione della classe dirigente, diventava una scuola di massa aperta a tutti dalle elementari fino all’Università compresa. Il Ministro della Dc Fiorentino Sullo con la Legge n. 119 del 5 aprile 1969 rese ancor meno severa la prova e, soprattutto, liberalizzò gli accessi agli studi universitari. Tutti i diplomati potevano accedere a tutte le Facoltà. Nel 1997 Luigi Berlinguer passò da “esame di maturità” a “esame di Stato”.
Le decine di ritocchi e restauri del mosaico “esame di maturità”, ad opera dell’ultima decina di Ministri dell’Istruzione, bastano a segnalare la crisi profonda dell’istituto. L’esame finale è diventato un filtro troppo largo, perché si possa dire che esso certifichi con precisione il patrimonio cognitivo che ogni ragazzo ha accumulato lungo gli anni. Ora, se l’Esame di maturità non svolge più una funzione di selezione, perché questa è già stata realizzata prima, se non è in grado di certificare seriamente le conoscenze, le competenze e le abilità che, nel corso di tredici anni, il ragazzo ha accumulato nello zaino, a chi tocca fare questa necessaria verifica?
Verificare comunque si deve
Verifica che resta socialmente e pubblicamente necessaria, se è vero che il patrimonio cognitivo di ciascun ragazzo è la maggiore risorsa produttiva e forza motrice dello sviluppo economico e umano del Paese e se è vero che la gestione di questa risorsa costa quest’anno 90 miliardi di spesa pubblica.
In primo luogo, tocca alle Scuole certificare rigorosamente ciò che ogni giorno venga messo nello zaino dei loro alunni. La verifica è costitutiva e coessenziale del percorso di formazione. Che poi sia necessario suddividere in due quadrimestri i cicli di verifica sarebbe da discutere.
In secondo luogo, tocca alle Università, imprese, Centri di ricerca istituire standard severi per l’accesso: non tutti possono andare dappertutto. Se le imprese sono attente, le Università assai meno. Così la dispersione universitaria è diventata massiccia: tra il 35% e il 45% non arriva alla laurea. Tutti i diplomati entrano, quasi la metà si perde. I costi umani e finanziari sono enormi. L’effetto paradossale dell’ideologia lassista contraria al rigore della verifica, in nome della lotta alla “selezione di classe” e dell’inclusione, è che chi gode di capitale relazionale se la sfanga lo stesso, chi non ne ha si tiene il suo inutile 100/100 e lode. Un bel risultato “di classe”!
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Sisana