Tutte le volte che si legge una notizia che riguarda Trump nasce in noi, noi lettori di media intelligenza e di potere nullo, la domanda: ma come si fa a dire queste cose, come si fa a cambiare così repentinamente parere, come si fa a dire che la pace in Medio Oriente è la pace più importante da 3.000 anni a questa parte, come si fa a pensarsi candidato al Nobel e, insieme, a candidarsi di aver fornito armi modernissime a Netaniahu? Come si fa a concludere una pace in Ucraina senza l’Ucraina? Come si fa?
Ma la nostra sorpresa presuppone che ci sia un tratto di pensiero comune tra lui e noi. Che non c’è. Trump ragiona molto “a modo suo” e non intercetta noi che ragioniamo in modo totalmente diverso da lui. E’ il mondo di riferimento che manca. Siamo mondi diversi. E non ci capiamo. E questo non avviene solo con Trump.
Siamo naviganti imbarcati su navi diverse che hanno diverse destinazioni e non possediamo più la carta di navigazione comune.
In particolare, noi credenti ci portiamo appresso la memoria impegnativa di un Re che muore dando la vita per i suoi (siamo all’ultima domenica dell’anno liturgico: vedi lo splendido commento di don Matteo Cella, pubblicato qui). Quel re lì che muore proprio perché è re, ci ha istillato in tutte le nostre valutazioni l’idea tenace dell’autorità come servizio. Un capo di Stato, un presidente del Consiglio è buono perché si mette al servizio dei suoi sudditi. E più è capace di servire, più è buono come capo e come presidente.
Ora, Trump non ci appare disposto a morire lui pur di non far morire gli altri. Il contrario, semmai. E come lui, tanti altri, potenti in politica e in armi, al di là e al di qua dell’Atlantico, al di là e al di qua delle Alpi,