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Perché le scuole chiudono in estate?

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La scuola ha chiuso i battenti. a parte qualche scrutinio e qualche esame ancora da fare. Ha avuto inizio a un lungo periodo di stacco per il riposo e lo svago di alunni e docenti e che creerà come sempre problemi alle famiglie, che dovranno trovare associazioni, oratori, gruppi sportivi ai quali affidare i figli, specie i più piccoli, mentre i genitori sono al lavoro.

 

La pausa estiva è proprio necessaria?

Mi chiedo: questa interruzione del servizio scolastico nel periodo estivo è proprio necessaria o, per meglio dire, inevitabile? Non mi riferisco, naturalmente, all’attività didattica, che pretende una pausa tale da consentire anche a chi è rimasto un po’ indietro di allinearsi ai compagni. Mi riferisco piuttosto all’attività formativa ed educativa che ogni scuola è chiamata per vocazione a svolgere e che non passa necessariamente e solo nella didattica.

Il PNRR ha in effetti offerto alle scuole superiori la possibilità di presentare progetti per l’estate, che offrano a chi lo desideri l’opportunità di servirsi degli spazi scolastici per attività ludiche e aggregative e, lo si deve riconoscere, alcuni istituti bergamaschi hanno provato a strutturare percorsi estivi, con partecipazione ed esiti alterni.

Ma i docenti sono in ferie e gli ambienti sono chiusi

Certo, l’apertura nei mesi estivi degli edifici scolastici genera alcuni problemi di non facile soluzione. In primis è richiesta la disponibilità dei docenti, che devono mettere a disposizione una parte del loro tempo di potenziale riposo per l’organizzazione e la gestione di corsi e iniziative: non è semplice né scontato ottenere tale disponibilità, anche perché l’attività docente è faticosa ed usurante, specie a livello mentale (checché se ne dica), e quindi necessita di periodi di pausa e di rigenerazione.

In secondo luogo, le ferie maturate dal personale scolastico, diritto inalienabile di ogni lavoratore, devono essere godute proprio nel periodo di interruzione dell’attività didattica; è facile comprendere come ciò costituisca un ostacolo alla possibilità di sfruttare il periodo estivo.

E poi gli ambienti non sono climatizzati

Aggiungerei anche un terzo motivo, per nulla banale: in estate fa sempre più caldo, la stragrande maggioranza dei nostri edifici scolastici non è climatizzata e quindi è difficilmente vivibile nel periodo giugno-settembre (chiediamolo ai maturandi, che sono costretti ad affrontare il loro esame finale in ambienti torridi e disagevoli). Su questa lacuna si devono richiamare le istituzioni alle loro responsabilità: nella nostra società nella quale ormai tutto è climatizzato, dagli appartamenti ai negozi e centri commerciali ai pub ai cinema, perfino alle stalle in alcune strutture agricole all’avanguardia, non si capisce come non si sia pensato di adeguare gli edifici scolastici dotandoli di impianti di condizionamento dell’aria.

Va riconosciuto che, grazie ai soldi del PNRR, molte scuole sono state finalmente messe a norma per quanto riguarda la loro sicurezza con interventi certamente urgenti e non procrastinabili. Forse però, con ulteriori contributi economici e interventi mirati, si sarebbero potute migliorare anche le condizioni di vivibilità degli spazi scolastici chiusi, garantendo in tal modo un ambiente confortevole anche in periodo caratterizzati da un clima che genera disagio e malessere (che, per alcune regioni italiane, non coincide più con il solo periodo estivo).

Gli alunni, probabilmente, parteciperebbero

Sorge però un’altra domanda imprescindibile: gli studenti sarebbero disposti a frequentare anche in estate la loro scuola? Personalmente sono convinto che, in presenza di proposte e attività strutturate, libere, accattivanti e coinvolgenti, ma anche grazie alla disponibilità di spazi da autogestire, molti potrebbero scegliere di aderirvi; ciò darebbe oltretutto un nuovo volto alle nostre scuole, viste non più solo come dispensatrici di istruzione e cultura, ma vissute anche come centri di aggregazione giovanile in contesti sani, conosciuti, sicuri e quindi apprezzati dai ragazzi e dalle loro famiglie.

Non si tratta naturalmente di fare concorrenza agli oratori o ad altri promotori di proposte aggregative (benedetto il giorno in cui sono stati pensati e attivati!), si tratta piuttosto di dare continuità a quella mission educativa che è parte identitaria della scuola e che rischia di essere indebolita dalla discontinuità e dai condizionamenti inevitabili di un’attività esclusivamente didattica.

Sentire la propria scuola come luogo in cui si sta bene, in cui si vivono periodi e percorsi di istruzione ma si può godere anche di momenti ricreativi e di condivisione fra coetanei e adulti in una prospettiva educativa: questo è il fine di uno spazio pubblico aperto dodici mesi all’anno e tutto il giorno, pomeriggi compresi. Sono convinto che la società e soprattutto le nostre ragazze e i nostri ragazzi ne trarrebbero gran giovamento.

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