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Il cielo ha forma di donna

15 agosto. Maria Assunta.
L'urgenza del divino è assumere l’umano.
Per i testi liturgici della solennità dell’Assunzione della Vergine, clicca qui.

 

Dal mare. Due immagini della madre

 

ASSUNTA Libano

Oggi, in questa feria di agosto e solennità dell'Assunta, porto negli occhi due fotografie.  La prima è stata scattata dalla giornalista Raffaella Cosentino. Dal porto del quartiere cristiano di Tiro, in Libano, la statua di Maria ha sullo sfondo una nube di fumo che sale dopo l'esplosione di un missile. Una città tra le più antiche del Mediterraneo, patrimonio dell'umanità, viene lentamente devastata. Là dove un tempo Gesù incontrò la donna sirofenicia e imparò che il pane del Regno non conosce confini, oggi la guerra continua a seminare macerie.

Assunta nella Pasqua dell'estate

La seconda fotografia è mia. Non ritrae una statua. È una pietra nella quale ho intravisto il profilo della Madre avvolta nel manto, una madre che si china a guardare il mare, il suo sguardo è oltre l'orizzonte. Tra queste due immagini corre un unico filo: quello della maternità che non smette di sperare anche quando tutto sembra perduto.

Un doppio filo unisce la Madre al Figlio

Nella risurrezione del Figlio Maria ritrova il capo del filo. Come nelle mani di una tessitrice il filo della vita continua a scorrere, così la Madre ricompone tutta la storia del Figlio. Ritorna all'inizio. Ricorda. Custodisce. Rammenda. Nulla è andato perduto. Quel filo aveva attraversato il suo grembo per tessere nella carne il Figlio di Dio. Era passato tra silenzi e parole, partenze e ritorni, Nazaret e Betlemme, Cana e Gerusalemme, gioie e ferite, Magnificat e Stabat Mater.

Persino la spada che aveva attraversato il suo cuore non aveva reciso quel filo. Lo aveva in quel nodo alla gola reso ancora più stretto, custodito, cucito sul cuore. Tutto in Maria nasce dalla grazia (sola gratia); tutto diventa risposta della fede (sola fide); tutto restituisce gloria a Dio (Soli Deo gloria). Per questo Paolo VI poté dire nel Discorso a chiusura del terzo periodo del concilio, (21.11.1964): «Rallegrati, Maria, Magnificat, colmata di grazia piena dello Spirito tu sei «tutta relativa a Cristo e a Dio» Nulla trattiene per sé. Tutto rimanda al Figlio.

"Hai respirato la polvere della nostra terra"

Forse, Maria, oggi possiamo osare toglierti per un istante l'aureola. Non per diminuire la tua gloria. Ma per vedere quanto è bella la tua umanità.

Prima di essere incoronata Regina del cielo hai respirato la polvere della nostra terra. Hai conosciuto la fatica delle madri. L'incertezza del futuro. La paura. L'esilio. La spada. Il lutto. L'attesa.

L'Assunzione non è la fuga dell'uomo dalla terra. È Dio che porta la terra dentro il cielo. Per questo Maria è il compimento della santità quotidiana. Non l'eccezione che ci allontana, ma la promessa che tutti e ciascuno ci riguarda.

Il parto della creazione

L'Apocalisse ci mostra una donna vestita di sole. Ma quella donna è ancora nel travaglio. L'Assunzione non cancella il parto. Lo porta a compimento. È l'ultimo parto. Dentro di esso confluisce il parto della creazione, il parto del Figlio di Dio nella carne di Maria, il parto di ogni donna, il parto della Chiesa, il parto della storia.

Anche la pace nasce così. Non come assenza di guerra. Ma come figlia di un lungo travaglio. Ogni riconciliazione passa attraverso doglie. Ogni risurrezione attraversa e trasfigura ferite.

Il corpo è destinato alla gloria

L'Assunzione proclama qualcosa di rivoluzionario. Il corpo non è uno scarto. Non è un involucro provvisorio. Il corpo è chiamato alla gloria. In Maria Dio dice definitivamente che nulla dell'umano è estraneo alla salvezza. La carne. La memoria. Le lacrime. Le mani. Le ferite. Perfino la cenere. Tutto è destinato ad essere trasfigurato.

Dio non salva anime senza storia. Salva persone intere in corpo anima e spirito. Per questo il corpo della Madre segue già il destino del corpo del Figlio. E anticipa il nostro.  «Dovrei esserti grata, Dio… dovrò educare il mio desiderio e guidarlo verso la sua destinazione finale con tutta la cautela e la dignità di cui sarò capace», (Etty Hillesum, Diario, 2 marzo 1942).

Il “Magnificat” bussola della storia

Papa Leone in «Magnifica Humanitas» osserva che viviamo in un mondo attraversato da logiche di conquista, da interessi economici, da algoritmi che orientano desideri e paure, da narrazioni seducenti che promettono sicurezza mentre alimentano nuove forme di dominio. In questo scenario Maria ci offre un’altra narrazione della storia.

Il Magnificat non è un inno intimistico. È la rivelazione del modo con cui Dio guarda il mondo. Del modo come Dio opera nella storia. Maria vede ciò che ancora nessuno vede. I potenti sembrano vincere. Gli affamati sembrano destinati a rimanere tali. Gli umili sembrano dimenticati. Eppure, lei canta nelle meraviglie che Dio ha operato in passato il suo presente e in ciò che ella vive il futuro di Dio. Perché la misericordia attraversa la storia più profondamente di qualsiasi potere.

Per Papa Leone il “Magnificat" diventa così la bussola dell'esistenza cristiana anche nell'era digitale: imparare a leggere la storia dal basso, con gli occhi dei piccoli, degli stranieri, delle madri, dei bambini feriti, degli esuli e dei poveri. Non con lo sguardo di chi domina, ma di chi spera. Maria diventa così la poetessa della redenzione e la tessitrice della speranza.

Magnifica umanità

L'Assunta ci ricorda che la vocazione dell'uomo non è evadere dalla materia. È trasfigurarla. La fioritura della vita consiste nell'ospitare altra vita. Il sì di Maria continua ancora oggi a generare uomini e donne capaci di rendere il mondo più umano. Il “Magnificat" rimane il canto degli affamati. Degli oppressi. Degli umili. Di tutti coloro che attendono una giustizia più grande, che credono nella Giustizia del Regno.

C’è infatti un modo di annunciare la giustizia che è già giustizia. È fare giustizia in modo giusto.  Perché non alza la voce, non impone, non umilia: si testimonia con proprio modo di essere, con il modo in cui si guarda, si parla, si agisce. La giustizia, infatti, non si afferma con la forza, ma con la forza dell'umanità.

Il cielo comincia nella terra

L'Assunta non celebra una donna che si è allontanata da noi. Celebra una creatura pienamente riuscita. In Maria vediamo finalmente ciò che Dio aveva pensato fin dall'inizio. L'umano non viene abolito. Viene portato alla sua pienezza. Il cielo non cancella la terra. La porta a compimento.

Per questo oggi, davanti alle macerie di Tiro e davanti alla pietra che custodisce il volto di una madre, possiamo ancora credere che il filo della storia non si è spezzato. È ancora nelle mani di Dio. E continua silenziosamente a tessere la pace.

In prossimità del bosco, addentrandosi e nel procedere non aveva bisogno di rammentare il percorso; era come se fosse tracciato dentro di lei, e nei momenti di incertezza osservava il cielo dove, fra le nuvole in movimento, intuiva a tratti la posizione del sole. [] Nel bosco si sentiva accolta, rispettata e riparata, come fosse a casa (Bibbiana Cau, La levatrice, p. 119.121).

 

Filo

La Madre
non trattiene.
Tesse.

Dio
non strappa
la terra.
La porta
nel cielo.

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D'Ambrosio

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