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La traversata burrascosa e sorprendente della vita

XIX

Diciannovesima domenica del Tempo Ordinario.
La mano tesa di Dio nelle notti della fede,
«La vita è così curiosa e sorprendente... ad ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa», (Etty Hillesum 7 luglio 1942)
Per i testi liturgici di questa domenica clicca qui.

 

 

Dopo il pane, il mare

Dopo il pane condiviso viene il mare. Dopo la folla saziata arriva la notte. La vita non rimane mai sulla riva dei pani e dei pesci. Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca. È un verbo forte. Come a dire: non potete abitare per sempre il luogo dell'entusiasmo.

La fede cresce quando il vento diventa contrario. Gesù congeda la folla e sale sul monte a pregare. Dalla compassione al silenzio. Dal pane al Padre. Gesù vive sempre dentro una relazione che genera vita. Ogni sua azione nasce dentro questo legame.

Le nostre notti. La barca siamo noi

La barca è la nostra vita. Piccola. Fragile. Esposta. Le onde non chiedono permesso. Il vento cambia improvvisamente direzione. Arrivano malattie. Fallimenti. Lutti. Crisi. Notti in cui Dio sembra lontano. In quelle ore la fede non consiste nel non avere paura, ma nel continuare a navigare.

Ognuno attraversa il proprio mare. C'è chi perde un figlio. Chi vede spegnersi un amore. Chi attraversa la depressione. Chi non trova più lavoro. Chi sente il corpo diventare una barca che non risponde più al timone.

Molte delle nostre rinascite passano proprio da qui. Le profondità del cuore si rivelano soltanto nelle notti del mare.

La pandemia: una traversata comune

La pandemia ci ha fatto sperimentare tutto questo. Pensavamo di essere padroni della rotta. Abbiamo scoperto di essere tutti sulla stessa barca. In quei mesi tornai a leggere per intero il diario di Etty Hillesum.

In calce scrissi: «Di nuovo la piccola lampada e fuori è ancora quasi buio. Resterà sempre così? Io scorro come una piccola barca nell'oceano dell'eternità», (14 dicembre 1941). E ancora: «Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene, nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona». E ancora nello stesso giorno: «Ora i disperati vi si accalcano in massa: proprio come un pezzo di legno che dopo un naufragio, va alla deriva di un oceano infinito, un relitto a cui tutti i naufraghi tentano ancora di aggrapparvisi», (11 luglio 1942).

Nei mesi della pandemia ripresi a scrivere il mio diario. Natalia Ginzburg descrive il diario di Anne Frank e l'alloggio segreto di Amsterdam con queste parole: «[Il diario è] il giornale di bordo di questa nave immobile nel centro di Amsterdam, che naufraga lentamente senza saperlo».

Ripresi anche Dietrich Bonhoeffer che dal carcere militare di Tegel scriveva: «Comprendete l'ora della tempesta e del naufragio, è l'ora della inaudita prossimità di Dio, non della sua lontananza». E sulla scrivania di John Kennedy stava una semplice invocazione di un pescatore bretone: «O Dio, il tuo mare è così grande e la mia barca è così piccola».

«A volte un vento soffia tra le porte aperte, altre volte infuria una tempesta, alcune porte si chiudono sbattendo, altre si spalancano. Me le vedo davanti con chiarezza, ma come descrivere una cosa del genere?», (8 dicembre 1941). Appresi proprio in quel tempo che non si può poteva parlare della tempesta stando nella sicurezza della propria stanza.

Mi risuonarono forti queste altre parole di Etty Hillesum:

Dalla sicurezza della mia stanza non oserei mai esprimere a cuor leggero un giudizio sulla tempesta, non sarebbe giusto. Solo se sei in mezzo alla tempesta là fuori e la affronti, solo in tal caso puoi dire quanto è grandiosa… mio Dio diventa quasi “disorientante” (14 dicembre 1941).

Le grandi crisi possono renderci più umani se ci insegnano che nessuno si salva da solo. Papa Leone oggi ricorda che la vera forza di una società non è l'autosufficienza, ma la capacità di custodire relazioni solidali, soprattutto nei tempi della prova (MH). Così accade sul lago. Gesù non viene anzitutto a calmare il mare, ma a impedire che il cuore naufraghi.

 E un fantasma

I discepoli gridano: «È un fantasma!». Gesù viene loro incontro. E loro lo scambiano per una minaccia. La paura deforma lo sguardo. Quando il cuore è invaso dall'angoscia, perfino la salvezza può apparire estranea. Eppure, Gesù attraversa proprio ciò che ci spaventa. Cammina sulle acque. Sul caos. Sulla morte. Sull'abisso. È già la Pasqua.

Prima ancora di calmare il mare, calma il cuore. corregge la vista: «Coraggio, sono io. Non abbiate paura». Matteo aveva già riportato per tre volte questo invito nel discorso missionario. La vera paura non è perdere la vita, ma perdere l'anima: lasciare che il male occupi il cuore, che l'indifferenza spenga la speranza, che la paura diventi il linguaggio delle nostre relazioni. Ogni volta che restituiamo coraggio a qualcuno partecipiamo all'opera creatrice di Dio.

Pietro affonda. E proprio allora crede

Pietro non è uomo di poca fede perché affonda. La sua fede esplode proprio nel grido: «Signore, salvami!» La fede non consiste nel chiedere di camminare sulle acque.

Consiste nel sapere verso chi gridare quando le acque ci sommergono.

 Subito Gesù tese la mano.» Forse una delle immagini più belle del Vangelo. Dio non elimina tutte le tempeste. Ma entra nelle tempeste dell'uomo. Oggi quella mano prende il volto di milioni di persone che attraversano il Mediterraneo. Donne. Uomini. Bambini. Barche fragili. Notti senza stelle. Papa Leone ricorda che il discepolo non può restare spettatore del grido di chi attraversa il mare. I migranti non sono un problema da gestire, ma persone portatrici di dignità, di speranza e di futuro (MH 81). Ogni barca che approda sulle nostre coste ci pone la stessa domanda: sappiamo ancora tendere la mano?

La brezza e la mano

Alla fine, il vento si placa. Non perché il mare sarà sempre tranquillo. Ma perché i discepoli hanno scoperto che non erano soli.

Come Elia sull'Oreb, anche loro imparano che Dio non abita l'uragano, ma la brezza. Non travolge. Sostiene. Non schiaccia. Rigenera. Continua a venirci incontro sul finire della notte. Continua a ripeterci: «Coraggio, sono io».

E ogni volta che ci lasciamo afferrare dalla sua mano, comprendiamo che il vero miracolo non è un mare finalmente calmo. Il vero miracolo è un uomo che, dentro la tempesta, torna a fidarsi.

 

Mano

Il mare
non si apre.
Infuria.

La notte
non finisce.
Grida.

Io vedo
onde.
Lui una riva.

Affondo.
E proprio allora
una mano.

Dio
non toglie
il mare.
Lo attraversa.

E nella brezza
che resta
dopo il vento

imparo
che la fede
non è
non cadere.

È essere presi.
Nel nostro affidarci.

Tratti in salvo
da Lui.

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D'Ambrosio

 

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