Otto Dix, un pittore che ha dovuto “fare i conti” con Nazismo e guerra. E ha reagito, da artista, con la straordinaria forza di denuncia delle sue opere.
Otto Dix: “…descrittore lucido, spietato, quasi fotografico delle miserie, delle infamie, della macroscopica stupidità della guerra!” (Giulio Carlo Argan)
Otto Dix (1891 - 1969) nonostante le origini proletaria riesce 1909 ad essere ammesso nella Scuola di Arti Decorative di Dresda. Nel 1912, visitando una mostra d’arte, resta fortemente colpito dalla pittura di Van Gogh: sarà determinante per la sua formazione.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, all’età di 22 anni, si arruola entusiasticamente come volontario nell’esercito tedesco e con i gradi di sottufficiale combatte sul fronte occidentale dal 1914 al ’18; viene ferito e decorato più volte.

“…esorcizzare il terrore dandogli forma, esprimerlo per diventare più liberi…”
L’esperienza delle trincee provoca in Otto Dix una profonda riconsiderazione sul senso della storia trasformandolo in convinto pacifista. Avrà bisogno di tempo - dieci anni - per elaborare quella memoria trasformandola in arte di denuncia degli orrori delle guerre con dirompente riflessione intorno all’asprezza della realtà contemporanea.
Pittura morale oltre le apparenze
Alla fine della guerra ottiene la cattedra all’Accademia di Dresda, la stessa dove aveva studiato, dando impulso a un gruppo dadaista. Perfeziona il suo stile con realismo acuto - narrativo e morale - ricco di significati simbolici, critico nei confronti della società tedesca nei suoi soggetti più squallidi: ex combattenti mutilati e reduci; emarginati; miseria di mendicanti e prostitute; “…questa è la nostra gioia, la nostra lotta di ogni giorno, la nostra autoaffermazione quotidiana.”
Nelle sue nuove forme, sperimentando intrecci tra vari linguaggi figurativi, ricerca quanto meglio possa manifestare il rifiuto di arte che, estetizzando le sopraffazioni della storia, perpetua la cultura della guerra: sarà l’arte della “Nuova Oggettività” che con caricatura, deformazione, metafora, brutto e grottesco cerca moralità, non apparenza.
Arte degenerata
Con l’avvento al governo del partito nazista, Otto Dix perde l’incarico di docente all’Accademia di Dresda e - definito “sabotatore della difesa nazionale”, nonostante i precedenti riconoscimenti di eroe pluridecorato - viene diffidato ad esporre sue opere. Nel ’37 viene catalogato “artista degenerato”, le sue opere esposte alla mostra nazionale “Arte Degenerata” sono poi pubblicamente bruciate. Costretto a trasferirsi in aree di confino si dedicherà esclusivamente a pittura di paesaggio e a soggetti religiosi.

“…orrenda carneficina…inutile strage…” (papa Benedetto XV - 28 luglio 1915)
Dopo un lungo periodo di incubazione, appena un anno prima che Hitler ottenga la carica di cancelliere, Otto Dix crea la sua opera più intensa e significativa: il “Trittico della guerra”; gli occorreranno tre anni di lavoro per completarla.
Si ispira alla tipologia delle pale d’altare della pittura tedesca del primo cinquecento trasformando Passione e Martirio nel sacrificio dei soldati: scene di guerra al posto di immagini devozionali; non paesaggi sublimati, ma natura bruciata irrimediabilmente sterile; mondo - non solo corpi - in decomposizione.
Il monumentale dipinto - più di quattro metri di larghezza per tre di altezza, conservato a Dresda - è composto da quattro quadri.
Nel primo i soldati sbarcano verso la sponda nebbiosa del campo di battaglia. Bagliori sinistri riverberano su elmetti e zaini; in primo piano le suole di un paio di scarpe sono l’unico segno di umanità, richiamo al bisogno di protezione. La nebbia densa anticipa i gas asfissianti.
Il pannello centrale rappresenta terra e mare dopo la battaglia. Al centro un cadavere straziato, è impigliato nelle rovine di un edificio distrutto dalle bombe. In basso un soldato ridotto quasi a fantasma, avvolto nel mantello, ha il volto celato dalla maschera antigas. Intorno frammenti di figure umane, livide e drammaticamente aggrovigliate emergono dalle rovine tra polvere, fango, travi bruciate.
Nel terzo dipinto, sotto un cielo di fuoco, un uomo ha mantenuto tratti riconoscibili; ultimo umano, tenta di sollevare un cadavere, nostalgia di solidarietà. Il cosmo intorno, desolato, lascia poche speranze di vita. Nel buio, una vaga forma di luce sembra guardare dall’alto.
Il dipinto di base - predella del polittico - è una fossa comune, urgentemente allestita, malamente celata da un telo che vorrebbe essere pietoso.
“…spaventoso flagello…tragedia dell’umana demenza…”
(ancora papa Benedetto XV - 1 agosto 1917 ai popoli belligeranti)
Otto Dix ha lungamnete guardato e meditato l’altare dipinto da Grunevwald 415 anni prima a Isenheim, proprio nei luoghi contesi dalle trincee della “Grande Guerra”; medita, traduce nei sui nuovi linguaggi e rivisita la Crocifissione di Cristo: più che rivisitazione laica fa memoria della passione rimossa di una civiltà.


O.R