Nel lontano 2012 accompagnai alcuni giovani della comunità a Pavana a casa di Guccini. Da qualche tempo aveva abbandonato Bologna per riprendersi le sue “radici”, titolo di uno dei suoi album più riusciti (ma ce n’è uno non azzeccato tra i 26 incisi più gli 8 live?). Il gigante buono ci accolse nella cascina che aveva ristrutturato adiacente al vecchio mulino dei suoi antenati.
Un po’ di anni fa a casa Guccini
Sul muro a secco del piccolo cortile spuntavano i ciuffi di parietaria (curiosità botanica resa memorabile dalla canzone Vorrei); all’ingresso, uno slalom di libri e qualche bottiglia nell’angolo cucina come una natura morta di Morandi. Ci accolse con l’immancabile Paurina, il nome della gatta nera alla quale era affezionatissimo.
Il dialogo tra noi si avviò non senza ricordargli che ero cresciuto a “Bibbia e Guccini”. Lui sorrise, quasi compiaciuto. Ma la mia non voleva certo essere una piaggeria. Quando nel lontano 1976 decisi di imbracciare in mano la chitarra – giusto per darmi un tono trasgressivo negli anni adolescenziali del Seminario – La locomotiva (1972) fu una delle prime canzoni di lotta (si diceva così) che imparai a memoria. Dopo Dio è morto del 1967, ovvio, che la Rai non volle diffondere per via del titolo ritenuto blasfemo e che invece fu accolta con entusiasmo da Radio Vaticana.Curioso, però, come il Sessantotto della contestazione giovanile, anti-patriarcale, anti-autoritaria, anti-tutto, ci abbia regalato inattesi riverberi religiosi: basti pensare che nel 1970 un altro immenso cantautore, De Andrè, rilasciava La buona novella e nel 1964 Pasolini girava Il vangelo secondo Matteo.
“Quanto resta della notte?
Di Guccini, insomma, avevo tutti i cd. Fu mia sorella Elena ad iniziarmi al grande mondo del cantautorato italiano: Bennato, Vecchioni, Dalla, Branduardi, De Gregori, De Andrè, Fossati e, chiaramente, Guccini. Le sue liriche hanno accompagnato la mia formazione giovanile, tra lo stupore di qualche mio compagno di classe che derubricava le mie strimpellate musicali a lampi di stramberia.
Brani, per esempio, come Shomer ma mi llailah? (la sentinella di Isaia che interroga al far del mattino: quanto resta della notte?) hanno dato un bello scossone alla mia interrogazione credente. Basterebbero questi versi: «Io, la vedetta, l’illuminato, guardiano eterno di non so cosa / Cerco, innocente o perché ho peccato, la luna ombrosa / E aspetto immobile che si spanda l’onda di tuono che seguirà / Al lampo secco di una domanda, la voce d’uomo che chiederà: / Shomèr ma mi- llailah, shomèr ma mi-lell […] Coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare / Che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare / E li avverto, radi come le dita, ma sento voci, sento un brusìo / E sento d’essere l’infinita eco di Dio. […] Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni / E resteranno di uomini e di idee, polvere e segni / Ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà / Che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: / Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell».
In un’intervista che realizzai nel 2003, a proposito di questa canzone, Guccini mi disse: «Leggendo Isaia, che come molti profeti spesso minacciano e castigano, ha uno squarcio di incredibile apertura verso l’umanità. Non si sa quando la notte finisce: sta per finire ma non è ancora finita; non si sa quando arrivi l’alba: sta per arrivare ma non è ancora arrivata. Comunque, dice la sentinella: tornate, domandate, insistete. Questo è il punto chiave: che risposte forse non ce ne sono, ma l’importante è continuare a chiedersi, domandarsi».
Sempre in quell’intervista confessava di essere un non credente, forse un agnostico, ma sempre un uomo alla ricerca (dubbiosa, sofferta). Guccini era una domanda sull’infinito.
Il grande mare della vita con tutte le sue domande
La caratura tematica della sua “forma canzone” cantautorale – tra le molte che si potrebbero rintracciare – è stata quella esistenzialistica: nei testiFrancesco rivelava il suo enorme interesse per l’uomo con tutta la sua inquietudine, la finitudine dell’umano, la navigazione dentro il grande mare della vita con tutte le sue domande (morte, amore, legami, padri e figli, la città e la periferia…), le radici (Amerigo) e le tradizioni (contadine, natalizie), i temi sociali, ma soprattutto le persone con le loro storie singolari e uniche: Signora Bovary, Antenor, Autogrill, Gulliver, Van Loon, Keaton… Un’infinità di racconti di umana tenerezza scritti senza giudizi né pre-giudizi.
Un Qoelet moderno che non scrive solo canzoni
Francesco ha una produzione sconfinata (anche letteraria e non solo cantautorale), ma non ha scritto soltanto delle canzoni: ha offerto una propria visione della vita. O quanto meno con molta onestà ci ha provato, senza fare il moralista.E ha proposto chiavi sapienziali, sguardi politico-filosofici.
L’ho sempre immaginato così, come una sorta di Qohelet biblico moderno, e così continuerò a immaginarmelo ascoltando e riascoltando i suoi brani: interrogante, smagato, dubbioso, disincantato che con pochi giri di parole mette sotto scacco schemi dottrinali (da qualsiasi dottrina provengano), dogmi religiosi e socio-borghesi, chiese e ideologie, luoghi comuni provando a tenere in piedi i fili di quell’umanesimo che forse abbiamo svenduto a qualche buon rigattiere di verità.
"Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / Dove non soffriremo"
Cirano, da questo punto di vista, è paradigmatica. L’invettiva scritta nel 1996 suona così: «Facciamola finita, venite tutti avanti / Nuovi protagonisti, politici rampanti / Venite portaborse, ruffiani e mezze calze / Feroci conduttori di trasmissioni false / Che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte. […] Venite gente vuota, facciamola finita / Voi preti che vendete a tutti un’altra vita / Se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito / Guardatevi nel cuore, l’avete già tradito / E voi materialisti, col vostro chiodo fisso / Che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso / Le verità cercate per terra, da maiali».
Ma a un certo punto il dubbio metodico di Francesco si scioglie in questo verso che è un capolavoro da sé: «Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / Dove non soffriremo e tutto sarà giusto».Meraviglioso.
Meraviglioso è anche il testo Addio (2000): andate a leggerlo (o ad ascoltarlo): stesso tono amaro, stesso sguardo disincantato sulla vita, ma lucido nell’individuare le ambiguità seduttive del presente.
Guccini e l’altro Francesco, quello dalla fine del mondo
Guccini è stato centrale per la formazione culturale di questo paese. I suoi testi sono entrati nei libri scolastici e le sue liriche possono collocarsi a buon diritto nel panorama poetico del ’900. Ma Francesco è stato anche la coscienza critica di questo popolo italiano, così distratto e addormentato.
Smemorato. Il “maestrone” – come lo si chiamava affettuosamente (anche per via di una sua partecipazione cinematografica) – aveva a cuore la storia e la memoria, senza essere un banale passatista, apprezzava le grandi tradizioni senza farne degli amuleti.
La chiusa de L’incontro del 1972 riassume più di tutto la sua poetica: «Siamo qualcosa che non resta / Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno». Il cantautore esistenzialista, un po’ nicciano e un po’ sartriano, aveva ben presente la postura trascendentale dell’umano. Per questo, accanto alla polemica Avvelenata (1976) che tutti ricordano, o all’irriverente Libera nos Domine, ci resteranno testi che hanno parlato di noi e nei quali ci siamo riconosciuti. Chi non ha mai cantato Auschwitz o In morte di S.F. (per altro era una ragazza bergamasca) o Il vecchio e il bambino, Vedi cara, La canzone dei dodici mesi (sì, quella di «Cristo la tigre»), le interminabili Canzoni di notte o Eskimo, e davvero tante, tante altre.
Adesso che non c’è più mi sembra di sentirlo mentre ricanta i versi indignati di Don Chisciotte (aveva dedicato canzoni a Che Guevara): «Il Potere è l’immondizia della storia degli umani / e anche se siamo soltanto due romantici rottami, / sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte».
Scrivendo oggi alla moglie Raffaella Zuccari le ho detto: «Io provo a immaginarmelo impegnato in un tango argentino con l’altro Francesco che pure ha conosciuto e con il quale – di sicuro – si è capito al volo». I due Francesco si incontrarono in Piazza San Pietro, si guardarono negli occhi e si strinsero la mano, come se fossero stati amici da sempre.