Dai marmi campionesi del Battistero di Bergamo

Sculture “erranti”
Le vicende sono scolpite su due antiche lastre marmoree, parte delle pregevoli sculture a decoro del Battistero antico eretto dai Maestri campionesi nel 1441 all’interno della basilica di Santa Maria Maggiore.
Il Battistero venne rimosso dalla basilica nel 1660 e la decorazione campionese - nonostante la grande considerazione consolidatasi nel tempo - subì dispersioni, spostamenti e riusi svariati, fino alla definitiva collocazione sulle pareti interne del “nuovo” Battistero edificato su progetto di Virginio Muzio nel 1898 secondo il gusto neogotico del “falso autentico”.
La notte tra giovedì e venerdì santo
Nello spazio marmoreo largo un metro e alto settanta centimetri la folla di personaggi scandisce tre momenti della Via Crucis: cattura, condanna, flagellazione.
Due momenti di pathos narrativo diventano i cardini visivi che orientano lo sguardo nel caos del dramma: a sinistra il volto di Cristo baciato da Giuda, il potere di accogliere; simmetricamente a destra, Pilato con corona e scettro, il potere che condanna.

Intorno a Cristo, tradito dall’amico, sono puntate a raggiera alabarde e sguardi minacciosi. Sopra Pilato - il Procuratore di Giudea - sale alla sua reggia, si affaccia alla loggia per “lavarsi le mani” declinando ogni responsabilità, ostentando ipocrita astensione rispetto all’ingiusta condanna di Cristo.
Misericordia contro violenza
Al centro della scena in basso un accolito raccoglie l’orecchio tagliato a un soldato da “uno di quelli che erano con Gesù” e Gesù, costretto da mani violente, dice: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito dodici legioni di angeli?” (Mt 26, 52-53); poi rivolto al soldato: “…toccandogli l’orecchio, lo guarì.” (Lc 22, 51).
Al lato destro Cristo compare nella scena per la terza volta legato alla colonna, flagellato da tre sgherri.
La scena è ossessivamente satura di persone addensate intoro a Cristo in spazio privo di profondità; non c’è natura, né cielo, né terra.
Dalla sera di venerdì alla notte di Pasqua
Il marmo è tormentato da linee contorte, profonde concavità buie e aggetti in piena luce; l’insieme comunica empaticamente sentimenti di disorientato dramma.

Otto figure a sinistra animano la scena della Deposizione dalla Croce dove, nonostante lo spazio ridotto, appaino i simboli e i rimandi teologici e devozionali della Via Crucis: la roccia del Calvario con il teschio di Adamo, Maria Maddalena dolente, le donne che consolano Maria.
Le braccia di Cristo morto sono smisuratamente aperte: una stretta al volto dalla Madre, l’altra ancora inchiodata con l’angelo che raccoglie il sangue delle stigmate.
Due discepoli reggono a fatica il corpo di Gesù non ancora raggelato nel rigor mortis. Il movimento delle braccia crea una linea ondulata che raccorda la Deposizione con - in basso a destra - il Compianto espresso in gesti di tenerezza e di rassegnazione.
Sotto il cataletto i soldati a guardia, voluti dai sommi sacerdoti e dai farisei, dormono.
Attesa
Solo in alto a destra l’immagine si placa in uno spazio vuoto, profondo e luminoso: intorno 10 figure in attesa sono inginocchiate a mani giunte; in alto una figura benedice.
Arte di affetti e sentimenti
La scultura romanica, anche nei suoi esiti seriali - proprio nell’interpretazione delle azioni della Via Crucis - trasforma affetti e sentimenti in protagonisti dell’arte.
Il tormentato equilibrio tra vuoto e pieno determina il movimento delle figure e tagli di ombra tra i forti aggetti in piena luce, scandiscono gesti di dramma sospeso.
Anticipi di nuovo umanesimo
Nei rilievi intensamente drammatici traspare la memoria dell’antico; le figure si comprimono, si torcono, si affollano e si sovrappongono come sul fronte dei sarcofagi del IV secolo dove nella narrazione dei fatti cristiani la lingua classica coniuga i sentimenti della una nuova fede.