Nelle scorse settimane è passato quasi sotto silenzio, sia nel mondo laico sia nella Chiesa, l’anniversario della morte di don Zeno Saltini, uno dei protagonisti più straordinari della vicenda ecclesiale del Novecento.
A Nomadelfia, la comunità che ha fondato, la fraternità non è solo un valore: è legge. Cinquemila figli accolti, una vita in comune in cui i beni privati non esistono e il denaro non circola. Si lavora insieme senza stipendio, le famiglie aprono le proprie case ai bambini in affido e quattro o cinque nuclei formano un “gruppo familiare”. Le scuole sono interne e l’obbligo scolastico arriva fino ai 18 anni. Oggi Nomadelfia ospita 50 famiglie e circa 270 persone, immersa nella Maremma toscana, a pochi chilometri da Grosseto.
Il sogno di una nuova civiltà
Tutto nasce dalla convinzione di don Zeno: il Vangelo può generare una nuova civiltà, e la vita delle prime comunità cristiane non era utopia. Come ricordano gli Atti degli Apostoli (4, 32-35), i credenti avevano “un cuore solo e un’anima sola”, e tutto era comune: nessuno era bisognoso, perché chi possedeva campi e case li vendeva e distribuiva il ricavato secondo il bisogno. “In nome del Vangelo, una nuova civiltà è possibile” era il mantra di don Zeno, un’idea che in quegli anni suonava rivoluzionaria.
La vita di don Zeno
Saltini nasce a Fossoli, frazione di Carpi, nel 1900, in una famiglia patriarcale emiliana. A 14 anni rifiuta la scuola; a 20 dichiara: “Né padrone, né servo: cambio civiltà in me stesso”. Studia legge per difendere gli emarginati, ma capisce presto che ciò di cui hanno bisogno è la famiglia.
Ordinato sacerdote a 31 anni, accoglie come figlio un ex-carcerato, Barile, il primo di molti. “La mia messa è quella lì: sposo la Chiesa, le do un figlio, non un assistito. Odio l’assistenza”. Nel 1938 annota nel diario la sua delusione: “Il clero non capisce l’ora e l’indole dei tempi… Anche le suore hanno questa mentalità. È la troppa preghiera che le ha rovinate… Quando va male, i primi a sentirne gli effetti dobbiamo essere noi, non i fanciulli né il popolo”.
Nomadelfia prende forma
Nel 1941 accoglie una ragazza che scappa di casa per diventare madre degli abbandonati e predica in piazza, invitando le famiglie a fraternizzarsi. Dopo la guerra nasce il movimento dei “due mucchi”: chi ha soldi da una parte, chi non li ha dall’altra. Nel 1948 occupa l’ex-campo di concentramento di Fossoli: sulle macerie dell’odio nasce Nomadelfia, parola greca che significa “dove la fraternità è legge”.
La comunità si dedica a svuotare orfanotrofi, accogliere ex carcerati e crescere rapidamente, sostenuta da figure come padre Turoldo, Danilo Dolci e Giovanni Vannucci, arrivando a più di mille membri, per lo più orfani e persone senza casa o lavoro. In quegli anni, il mondo guardava Nomadelfia con sospetto: una comunità collettivista in Emilia rossa, in nome del Vangelo, parlava di giustizia e solidarietà, mostrando simpatia per i più lontani.
Le difficoltà e le polemiche
La vicenda suscita inquietudine. Nel 1951, i nomadelfi negano il voto alla Democrazia Cristiana; l’anno successivo il Vaticano ritira i sacerdoti da Nomadelfia. Le difficoltà economiche aumentano e don Zeno viene processato per una denuncia dei creditori, da cui è assolto.
Nel 1953 la polizia sgombera la comunità: i ragazzi vengono dispersi in istituti diversi, e chi resta si trasferisce, per lo più sotto grandi tende, a Grosseto, in una vasta proprietà donata dalla contessa Giovanna Albertoni Pirelli. Saltini, accusato di essere un “prete rosso”, chiede allora di lasciare lo stato laicale: “Se non posso essere loro padre come sacerdote, lasciatemelo essere come laico”.
La rinascita e la consacrazione
Negli anni successivi, Nomadelfia rinasce. Nel 1954 nascono i “gruppi familiari”; nel 1961 la comunità adotta una Costituzione come associazione civile e don Zeno riprende il sacerdozio: Nomadelfia diventa parrocchia e lui celebra la sua “seconda prima messa” nel 1962. Nel 1965 nascono le “Serate di Nomadelfia”, spettacoli di danza itineranti che girano l’Italia e il mondo, mentre il Ministero della Pubblica Istruzione autorizza la scuola interna.
Il 12 agosto 1980 papa Giovanni Paolo II riceve la comunità a Castelgandolfo: “Se siamo vocati ad essere figli di Dio e tra noi fratelli, allora la regola che si chiama Nomadelfia è un preavviso e un preannuncio di questo mondo futuro dove siamo chiamati tutti”. Don Zeno muore pochi mesi dopo, il 15 gennaio 1981; nel 2009 viene aperta la causa di beatificazione.
Il sogno diventato realtà
Della straordinaria vicenda di don Zeno resta la domanda di Dino Buzzati: “Possibile che uomini in carne ed ossa come noi abbiano potuto realizzare il Vangelo in piena letizia?”. La risposta appare subito visitando Nomadelfia: “Dodici chilometri da Grosseto, o 12 miliardi di chilometri? Qui avvengono cose incredibili. Il sogno dei santi è realtà quotidiana… Chi arriva per la prima volta pensa sia retorica o illusione. Poi guarda, ascolta, domanda… e resta imbesuito”.
E questa è la lezione più grande di don Zeno: il Vangelo, quando è vissuto fino in fondo, può cambiare la vita delle persone e creare una civiltà nuova, fatta di fraternità e coraggio. Don Zeno non ha solo costruito Nomadelfia: ha lanciato una profezia. Una profezia che parla di fraternità, di condivisione, di comunità vissuta fino in fondo. Guardando la sua storia e le sue scelte, anche quelle radicali, si capisce che il Vangelo non è solo parola da pronunciare ma vita da incarnare.