Difficile non aver incontrato don Raed Abusahlia in un viaggio in Terrasanta. Per molti anni parroco a Taybeh, l'ultima parrocchia araba interamente cristiana della Palestina, poi direttore della Caritas di Gerusalemme, don Raed è sempre stato generoso e ha accettato ogni incontro con i pellegrini che gli chiedevo.
Palestinese di nascita (nato a Zababde, vicino a Jenin), è stato cancelliere del patriarcato e ha tenuto incontri in Italia, come in bergamasca, per parlare della situazione della Palestina, della crisi e della necessità di sostegno. Ora è parroco a Rameh, in Galilea, non lontano dal monte Meron e dal confine con il Libano, una zona dove negli anni scorsi erano frequenti gli scontri tra l'esercito di Israele e gli Hezbollah, filo-iraniani.
Sei un uomo dalle molte identità. Raccontaci chi sei
Io sono, prima di tutto, un essere umano, e allo stesso tempo arabo, palestinese, cristiano, cattolico e sacerdote del Patriarcato Latino. A prima vista, può sembrare strano: come si fa a tenere insieme tutte queste identità? Prima di tutto sono un essere umano: dico spesso che sono un cittadino del mondo, perché credo che tutti gli esseri umani siano fratelli e sorelle, figli di un unico Padre. Sono arabo perché parlo la lingua araba e perché considero l’arabità lo spazio della mia fede, la tenda sotto la quale il cristianesimo si è incarnato. Sono palestinese perché appartengo al popolo palestinese, un popolo fatto di cristiani e musulmani. Condivido questa patria, questa storia e questo popolo. Viviamo insieme da 14 secoli e non abbiamo altra possibilità, altra decisione, altro futuro se non quello di vivere insieme.
Sono anche cristiano, e ne sono orgoglioso: il cristianesimo è nato nella Terra Santa; noi siamo qui da 2000 anni, siamo qui oggi e resteremo qui, fino a quando il Signore verrà. Sono cattolico perché nella Terra Santa c’è spazio per tutti: c’è la famiglia ortodossa, quella cattolica e quella protestante. Sono fiero di essere cristiano e cattolico, e anche di essere sacerdote del Patriarcato Latino, cioè sacerdote diocesano, da 35 anni. Fa parte di ciò che sono anche il servizio svolto in diverse zone della diocesi latina in Giordania, Palestina e Galilea; gli studi a Roma; e il sostegno alle comunità di lingua araba in America. Ho lavorato nel ministero pastorale come viceparroco e parroco, e in ambito amministrativo come segretario del Patriarca Michel Sabbah e come Vicario Generale del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Tutto questo lo porto con me: sono le identità che, insieme, formano la mia persona.
Due popoli per due Stati è il mantra che l’Occidente continua a ripetere. In realtà, oggi questa proposta non sembra più possibile. Perché?
Sì, dagli Accordi di Oslo del 1993 si parla di questa soluzione. In teoria, i negoziati sullo “status finale” avrebbero dovuto concludersi nel 1996 e l’attuazione completarsi nel 2000. Ma purtroppo, dopo 32 anni, credo che questa soluzione sia diventata impossibile, o comunque estremamente difficile da realizzare nella realtà, per molte ragioni.
La prima è che Israele, di fatto, non vuole la soluzione dei due Stati. La prova è che ha continuato a costruire insediamenti: il loro numero, dopo Oslo, è raddoppiato, anzi è diventato quasi tre volte tanto, e oggi i coloni sono circa 700.000, non solo a Gerusalemme ma in tutta la Cisgiordania. Come si potrebbe convincere queste persone a ritirarsi e a tornare a Tel Aviv? La soluzione dei due Stati si basa sulla creazione di uno Stato palestinese su tutti i territori occupati nel 1967. Sarebbe stato necessario fermare la costruzione degli insediamenti e ritirarsi da essi, non continuare a costruire fino a oggi. Inoltre, molti coloni hanno una visione religiosa secondo cui questa è la “Terra d’Israele”, la terra che Dio avrebbe dato loro, e secondo cui essi sarebbero il “popolo eletto”.
La seconda ragione è che Israele ha frammentato la Cisgiordania costruendo il muro di separazione, non solo attorno alla città di Gerusalemme ma in tutta la Cisgiordania, e non lungo la linea di confine del 1967, la cosiddetta Linea Verde, bensì all’interno della Cisgiordania stessa. Perché l’obiettivo del muro non è solo la sicurezza di Israele, ma piuttosto includere gli insediamenti all’interno di Israele, prendere quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi e imporre un fatto compiuto. Di conseguenza, a causa degli insediamenti e del muro, oggi resta meno del 50% della Cisgiordania, senza una reale continuità geografica. Come si può fondare uno Stato su territori spezzettati e scollegati?
Inoltre, l’attuale governo del Likud, guidato da Benjamin Netanyahu, è un governo estremista che, di fatto, ha quasi svuotato gli Accordi di Oslo; da oltre 30 anni non ci si siede a un vero tavolo di negoziazione. Per questo continuare a parlare di negoziati basati sulla soluzione dei due Stati è un’illusione, se non addirittura una perdita di tempo, perché sul terreno questa soluzione non è più applicabile.
Tu cosa proponi?
Io sono tra quelli che chiedono una soluzione di un unico Stato, per due popoli e tre religioni, su tutta la Palestina storica, su tutta la Terra Santa, da nord a sud, dal mare al fiume, in una forma di confederazione. È possibile? Dal punto di vista palestinese, sì: noi accettiamo questa soluzione perché vediamo la Palestina storica come un’unità geografica, storica e umana che non può essere spezzata, divisa o smembrata.
Per me è come una madre che raccoglie sotto le sue ali tutti i suoi figli: c’è posto per tutti. E noi speriamo davvero che i due popoli riescano, un giorno, ad arrivare a una soluzione di questo tipo.
Sei stato direttore della Caritas di Gerusalemme. In questo ruolo hai visitato Gaza più volte. Ce la descrivi?
Sono stato Direttore Generale della Caritas di Gerusalemme dal 2013 al 2017 e visitavo Gaza ogni due mesi, perché Caritas fa un lavoro umanitario e sanitario davvero importante. C’era un centro medico nel campo di al-Shati’ e anche una clinica mobile che raggiungeva sei aree di Gaza. Avevamo circa sessanta dipendenti. In quegli anni ci sono state due guerre, brevi ma molto dure: quella del 2012 e poi quella del 2014. Andavo a Gaza dopo queste guerre e la situazione era davvero tragica.
Primo: Gaza era assediata e chiusa dal 2005. Secondo: dai valichi non entravano abbastanza generi alimentari; i tunnel erano l’unico modo per avere cibo. L’elettricità arrivava solo due o tre ore al giorno, l’acqua non era potabile e la disoccupazione superava il 40%. Gaza ha più di due milioni di abitanti in 350 km², una delle densità più alte al mondo, e con un tasso di natalità altissimo la situazione era drammatica.
Non ci sorprende quindi che tutto questo sia esploso il 7 ottobre 2023. Negli ultimi due anni di guerra, più dell’80% delle infrastrutture e delle abitazioni sono state distrutte; sono morti più di 70.000 e più di 100.000 sono rimasti feriti. Sono state demolite oltre 300 scuole e la maggior parte delle moschee. Gli ospedali funzionano solo al 30% e molti sono fuori servizio. I cristiani, poi, hanno visto diminuire il loro numero da 5.000 nel 2000 a 1.000 all’inizio della guerra, e oggi sono meno di 700, divisi tra la chiesa di San Porfirio dei greco-ortodossi e la chiesa della Sacra Famiglia dei latini. Hanno perso il 70% delle loro case, dei loro beni, dei lavori e delle attività. Gli studenti non vanno a scuola da due anni.La maggior parte degli abitanti di Gaza, circa due milioni di persone, vive in condizioni terribili: nelle tende, senza acqua e senza elettricità, sotto la pioggia e il freddo intenso. I valichi sono chiusi e il cibo scarseggia. Il Patriarcato Latino ha cercato di aiutare: nelle ultime due settimane abbiamo fatto entrare 2.000 tonnellate di aiuti alimentari, distribuiti non solo ai cristiani, ma anche a più di 6.000 famiglie. Insomma, la situazione a Gaza è tragica. Speriamo davvero che si apra una nuova fase degli accordi, che i valichi vengano riaperti e che cominci finalmente la ricostruzione.
In questi mesi si parla poco della Cisgiordania e delle aggressioni dei coloni contro i villaggi arabi. Anche la parrocchia di Taybeh, di cui sei stato parroco, ha subito attacchi. Ci racconti?
Molti pensano che la situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme sia migliore rispetto a Gaza. In realtà non è così, e purtroppo quasi nessuno parla di quello che sta succedendo. I posti di blocco militari sono aumentati, arrivando quasi a 1.600, e la maggior parte degli ingressi ai villaggi è stata chiusa, con terrapieni di terra o cancelli di ferro. Inoltre i permessi per i lavoratori palestinesi che vogliono entrare in Israele vengono concessi raramente; così circa 200.000 persone hanno perso il loro lavoro e la loro fonte di reddito.
Infine la situazione è peggiorata a causa dei coloni, che agiscono nella zona attaccando villaggi, fattorie e uliveti. Questo è ciò che succede anche nel villaggio di Taybeh, dove ho servito per dieci anni: sia lo scorso anno che quest’anno sono stati bruciati o tagliati alcuni ulivi; ai contadini è stato impedito di raccogliere le olive, e alcuni coloni, per provocazione, facevano pascolare pecore e mucche nei campi. La situazione è davvero difficile. Inoltre, alcuni insediamenti sono stati ampliati e sono stati creati nuovi avamposti: più di 30 nuovi siti sulle cime di colline e montagne. Alcuni coloni sono anche tornati in insediamenti che erano stati evacuati dopo gli Accordi di Oslo del 1993. Perciò la Cisgiordania è davvero in forte crisi.
A questo si aggiunge il problema dei campi profughi: molti sono stati oggetto di incursioni, soprattutto il campo di Jenin, svuotato dei suoi abitanti e con circa la metà degli edifici demoliti. Lo stesso è successo in altri campi, come quelli di Tulkarem e Ein Shams a Tulkarem. C’è un crescente accerchiamento e una forte pressione sui palestinesi. Senza contare quanto sia difficile raggiungere Gerusalemme, circondata da posti di blocco militari e accessibile solo con un permesso speciale, come già accadeva dopo gli Accordi di Oslo, ma in questo periodo le restrizioni sono ancora più severe. Anche i luoghi santi soffrono: senza pellegrini e visitatori, sono quasi vuoti. Di conseguenza, il turismo religioso, che è una risorsa fondamentale, è praticamente fermo. Speriamo davvero che queste restrizioni vengano alleggerite, che i pellegrini tornino e che la vita riprenda nei Luoghi Santi e nel settore del turismo.
Che cosa significa vivere come cristiani nella Terra Santa?
Naturalmente, vivere come cristiani in Terra Santa è per noi motivo di grande orgoglio, perché tutto è iniziato qui: a Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Dal sepolcro vuoto è partita la missione del cristianesimo verso tutto il mondo. Perciò, il cristiano ha un ruolo centrale in Terra Santa, perché è la “pietra viva” che circonda e custodisce le “pietre morte” dei Luoghi Santi.
In secondo luogo, il cristiano in Terra Santa è il testimone di Gesù Cristo nella sua patria. La Terra Santa senza i cristiani non avrebbe senso. E, anche se il numero dei cristiani qui è piccolo, fa parte della nostra identità essere una minoranza che vive una vita difficile: non siamo migliori del Maestro, che è morto sulla croce, ma crediamo che dopo la morte ci sia la risurrezione.
In terzo luogo, il cristiano in Terra Santa rappresenta tutti i cristiani e tutte le Chiese del mondo, che dovrebbero sentirsi anch’essi “nati” a Gerusalemme, perché la loro fede cristiana è partita da qui. Noi, dunque, siamo qui a nome di tutti i cristiani nel mondo e a nome di tutte le Chiese. Infine, oggi i cristiani in Terra Santa sono come il sale nel cibo, la luce per il mondo e il lievito nell’impasto. Anche se sono pochi, la voce del Maestro dice loro: “Non temere, piccolo gregge”. Il loro ruolo è importante perché contribuiscono a costruire la società sul piano sanitario, educativo e sociale, attraverso scuole, ospedali, centri per persone con disabilità e case di riposo per anziani, servendo tutti senza alcuna discriminazione. Perciò, è per noi un grande orgoglio essere cristiani in Terra Santa.
Perché Gerusalemme deve rimanere nel cuore dei cristiani, ovunque essi vivano?
La fede cristiana è iniziata a Gerusalemme, dal sepolcro vuoto, come ho detto. E come leggiamo nel Salmo 87: «E di Sion si dirà: “L’uno e l’altro in essa sono nati”… In te sono le mie radici e in te sono le mie sorgenti». Perciò diciamo che ogni cristiano è cittadino della città di Gerusalemme, ovunque si trovi nel mondo. Per questo abbiamo lanciato e continuiamo a lanciare un appello a tutti: non dimenticate la Terra Santa, non dimenticate la visita e il pellegrinaggio in Terra Santa, e non dimenticate i cristiani che vi abitano. Ripetiamo sempre: venite, non abbiate paura di venire; venite in gran numero e non dimenticate i cristiani. Perché visitare la Terra Santa non significa solo visitare chiese e pietre, ma anche incontrare la comunità cristiana che vi vive, la custodisce e la mantiene viva.
Come sarà il futuro di questa terra? E come sarà il futuro dei cristiani in questa terra?
Il futuro è nelle mani di Dio. Purtroppo, però, vedo che non c’è una soluzione nel futuro prossimo, soprattutto con l’attuale governo israeliano e con la situazione mondiale. Abbiamo bisogno di tempo, forse di una generazione o due, ma alla fine tutti capiranno che bisogna trovare una soluzione e che non esiste una soluzione militare per questo conflitto che dura da più di 75 anni. Le due parti devono sedersi al tavolo dei negoziati e trovare una soluzione. Speriamo che questa soluzione non arrivi troppo tardi, ma presto, per risparmiare tempo, sangue, rancore e odio tra i due popoli. Io dico sempre che la pace con i palestinesi è la tavola di salvezza e la via di liberazione per Israele: chi ama Israele e ama gli ebrei dovrebbe aiutarli a raggiungere una pace giusta, globale e duratura con i palestinesi.
Per quanto riguarda il futuro dei cristiani, molti prevedono che la presenza cristiana svanirà in Terra Santa a causa dell’instabilità politica, della continua emigrazione e del loro numero ridotto. Ma io dico: siamo qui da 2000 anni, siamo qui oggi e resteremo per sempre; la presenza cristiana non verrà meno. Questa è la nostra vocazione: essere pochi, testimoni di Gesù Cristo nella sua patria. E credo che la solidarietà dei cristiani del mondo con i cristiani della Terra Santa sia il sostegno e l’incoraggiamento più grande perché rimangano qui. E, sinceramente, grazie a Dio, le Chiese cristiane in Terra Santa—specialmente il Patriarcato Latino—sostengono, aiutano e incoraggiano a restare. Tuttavia, finché ci sarà instabilità politica ed economica, ci sarà sempre il rischio che l’emigrazione continui; ed è davvero il terzo problema della situazione attuale: il primo è l’instabilità politica, il secondo è la difficile situazione economica che porta all’emigrazione. Ma non abbiate paura: noi siamo qui e resteremo qui.
Qual è il ruolo dei cristiani dentro il conflitto?
Non siamo estranei a questo conflitto: ne siamo parte integrante. E non siamo nemmeno una parte “neutrale”, perché il cristiano, come il musulmano, è palestinese e soffre ciò che il popolo palestinese soffre da più di 75 anni. Perciò, il primo punto è che siamo parte inseparabile di questo popolo, di questa storia, di questa terra e di questo conflitto.
Ma allo stesso tempo abbiamo un ruolo molto importante: essere un ponte di dialogo che collega il mondo ebraico e il mondo islamico, l’Oriente e l’Occidente, gli israeliani e i palestinesi, perché ci sentiamo parte di entrambi questi mondi. Soprattutto perché il messaggio di Cristo invita alla tolleranza, alla pace, al dialogo, all’amore e alla riconciliazione.
Infine, in questo conflitto il cristiano svolge anche un ruolo “civile e politico” nel senso della presenza e del servizio: siamo presenti nel servizio sociale, sanitario ed educativo, e anche nelle istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese, partecipando al servizio di questo popolo. Anche se siamo solo il 2% della popolazione, o perfino meno, il nostro peso, la nostra influenza e la nostra importanza arrivano al 20% in questo Paese e in questa situazione. Perché ciò che conta è la presenza e il servizio a tutti, in mezzo a questo conflitto. Credo che le parole di San Giovanni Paolo II a Betlemme risuonino ancora fino ad oggi: «La Terra Santa ha bisogno di ponti e non di muri», e lo ripeté tre volte. E noi, come cristiani in Terra Santa, siamo costruttori di ponti e di pace: questo è il nostro ruolo principale in questo conflitto.
Leggi anche: Rocchetti